“La fine del dibattito pubblico” di Mark Thompson
- 12 Giugno 2017

“La fine del dibattito pubblico” di Mark Thompson

Scritto da Roberto Bertoni

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Dalla società affluente alla società della paura

Non c’è dubbio che oggi sia la paura a dominare il dibattito pubblico e l’immaginario collettivo, proprio come negli anni Cinquanta-Sessanta era il sentimento opposto, ossia la speranza. Del resto, basta analizzare la linea politica dei presidenti succedutisi a cavallo fra il ’45 e il ’65 per rendersi conto che, pur appartenendo a culture politiche diverse, seguivano tutti una precisa linea d’azione, cioè quella dettata da Roosevelt negli anni della Grande Depressione e della disperazione dilagante.

Sia pur con qualche piccolo aggiustamento, dovuto alle divergenze politiche e caratteriali dei vari protagonisti, il Roosevelt moment è durato in America per circa quarant’anni, così come in Europa sono andate per la maggiore le politiche keynesiane improntate al Piano Beveridge e alla strenua difesa dello stato sociale.

È stata la rivoluzione economico-culturale del duo Reagan-Thatcher a modificare lo scenario globale, generando un conseguente imbarbarimento che ha riguardato ogni ambito della società, compresa ovviamente la comunicazione.

Scrive, a tal proposito, Thompson:

“Verso la fine degli anni Ottanta ho partecipato a uno degli sforzi più poderosi mai messi in atto per respingere questa predominante visione giornalistica. Lavoravo ancora alla BBC ed ero tornato a Londra per diventare redattore capo di Newsnight. Era un periodo in cui i rapporti tra l’emittente e il governo Thatcher erano più o meno interrotti. Un’incauta indagine di Panorama sull’estremismo nel Partito conservatore (“La tendenza militante di Maggie”) aveva portato a una causa per diffamazione e, per la BBC, disastrosa. Un anno dopo, il governo Thatcher s’era scagliato contro un documentario della BBC, Real Lives: At the Edge of the Union, nel quale compariva il comandante dell’IRA Martin McGuinness, accusandolo di portare una minaccia alla sicurezza nazionale. Poi alcuni ministri avevano criticato i servizi della BBC sui bombardamenti americani in Libia del 1986, che avevano avuto l’appoggio britannico, accusandoli di imprecisione e parzialità”.

L’imbarbarimento ha dunque radici piuttosto antiche, di gran lunga precedenti all’avanzata del terrorismo islamico e all’ascesa del magnate televisivo che da alcuni mesi siede nello studio ovale.

Anche Tony Blair, dal canto suo, ha formulato una riflessione in merito al rapporto fra la politica e i mezzi d’informazione e Thompson la riporta all’inizio del quinto capitolo:

“Sto peggiorando? Ancora una volta risponderei di sì. Nei miei dieci anni ho notato tutti questi elementi evolvere con sempre maggior forza. Si auspicava, e intendo anche me stesso, che fosse in arrivo un miglioramento, che nuove forme di comunicazione avrebbero portato nuovi sbocchi per bypassare il tono sempre più gridato dei media tradizionali. In realtà le nuove forme possono essere ancora più dannose, meno equilibrate, più succubi delle ultime teorie del complotto”.

È esattamente così: in questo caso, Blair ha centrato il punto.

Il problema è che i social network, per funzionare e non trasformarsi in trappole infernali per la democrazia, avrebbero bisogno di una politica forte, di soggetti strutturati e radicati all’interno della società e, soprattutto, di minori incertezze rispetto a quelle che stiamo vivendo in questa stagione, caratterizzata, contemporaneamente, dalla mancanza di lavoro e di opportunità per le nuove generazioni, dalle minacce legate al terrorismo e da cambiamenti tecnologici talmente repentini che si fa sempre più fatica a star loro dietro.

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Scritto da
Roberto Bertoni

Classe 1990, di Roma. Giornalista free lance, scrittore e poeta, collabora da anni con diverse testate, cartacee e on-line, ed è autore di saggi, racconti, romanzi, raccolte di poesie nonché di quattro libri-intervista.

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