La globalizzazione sfida la democrazia

Al giorno d’oggi la democrazia è considerata, almeno nel mondo Occidentale, l’unica forma di partecipazione politica possibile e plausibile; il governo statale è, di fatto, legato indissolubilmente al diritto di voto dei cittadini, anche negli Stati a conduzione monarchica. La strada che ha portato a questa vittoria quasi assoluta del metodo democratico è però lastricata di dubbi, paure e diffidenze. Sin dalla nascita del termine nell’Atene di fine VI secolo a.C., la democrazia non ha avuto vita facile. Leggendo gli scritti politici di Platone e Aristotele, ci accorgiamo che il termine stesso democrazia nasce già con un’accezione negativa: composto dalle parole δῆμος (démos – popolo) e κράτος (cràtos – potere), esso assume il significato di governo del popolo; questo però è identificato con una massa di uomini viziosi, pigri ed egoisti. Ciò spiega perché, per Platone, la democrazia è l’anticamera della tirannide, in quanto terreno fertile per l’affermazione di demagoghi; Aristotele allo stesso modo introduce la democrazia tra le forme degenerate di governo (precisamente della politia), descrivendola come una sorta di “dittatura della maggioranza”. Proprio in questi termini parla Alexis de Tocqueville che, in Democrazia in America (1840), prende atto del carattere inarrestabile della democrazia, ma allo stesso tempo vuole avvertire il lettore dei costi che essa comporta rispetto alla libertà del singolo individuo, che si trova sempre più schiacciato dalla tirannide della maggioranza. La storia intellettuale ha quindi visto molteplici detrattori del governo democratico come, ovviamente, suoi difensori; tuttavia non è in questa sede che vogliamo approfondire tale analisi storico-filosofica. Dal XVIII secolo, la democrazia si è affermata e consolidata sempre di più, sostenuta da grandi intellettuali (basti nominare Rousseau) e da grandi lotte; oggi, infatti, la maggioranza degli Stati sovrani si definisce democratica. Eppure, dopo il crollo del Muro di Berlino e lo smantellamento dell’Urss, quando finalmente la democrazia ha vinto, se non come forma di governo sicuramente come metodo, essa sembra comunque in crisi, esattamente come lo era nei periodi passati. I dubbi sono chiaramente diversi da quelli di Aristotele o di Tocqueville: non ci si chiede più se la democrazia sia valida o meno ma se la democrazia odierna sia in grado di assolvere i suoi compiti rappresentativi.

Facendo riferimento allo Stato, come agente primario della vita politica su scala globale, possiamo affrontare questa questione da due punti di vista. All’interno dello Stato si avverte un crescente scontento nei confronti della classe politica dirigente, accusata di non riuscire a rappresentare correttamente i cittadini. Questo è quanto denuncia Yves Sintomer in  Il potere al popolo. Giurie cittadine, sorteggio e democrazia partecipativa: nelle democrazie odierne vi è una profonda crisi di legittimità dovuta alla mancanza di una genuina rappresentanza e partecipazione dei cittadini. La soluzione risiede in un mutamento sociale e culturale il cui obiettivo è “la realizzazione di una vera democrazia partecipativa, capace di rompere con il monopolio degli eletti nella definizione dell’interesse generale e di non cadere negli ostacoli della democrazia mediatica o perdersi nei meandri di una governance esercitata da gruppi di interesse fuori controllo. “1. Come rileva Sintomer, la soluzione non va ricercata in una differente struttura di governo o in una riforma elettorale; ciò che è necessario è un profondo cambiamento della società, dei suoi valori e dei metodi informativi. Sembra quindi che una siffatta crisi rappresentativa non possa essere imputata alla democrazia, che appare un edificio con fondamenta molto solide.

La vera crisi democratica va quindi cercata altrove, all’esterno dello Stato sovrano e all’interno della vita internazionale. Nel 1962 compare sullo Spectator l’articolo The US Eyes Greater Europe di C. A. Cerami nel quale compare per la prima volta il termine globalizzazione: “After so long privately chiding the French for their fear of mondialisation, the Americans are struck by the thought that globalisation is, indeed a staggering concept”2. Il termine è poi introdotto negli anni Ottanta nel mondo finanziario ed economico per poi approdare nell’ultimo decennio del secolo scorso nell’ambito sociologico, attraverso il concetto di villaggio globale elaborato da McLuhan. Dare una definizione esaustiva del termine è un compito arduo se non impossibile; tuttavia si possono fissare alcuni aspetti che possono aiutarci nell’impresa. Innanzitutto la globalizzazione è un processo di intensificazione di rapporti, tuttora in atto, che nasce prima della parola stessa: già i rapporti economici instauratisi dopo le grandi esplorazioni marittime e lo scambio culturale derivante possono essere considerati come prodromi dell’odierna globalizzazione. Secondariamente tale processo viene principalmente avvertito a livello della sfera economica: con il fallimento del socialismo si assiste alla creazione di un sistema economico mondiale e di una rete di rapporti economici che, aderendo al modello capitalista, abbraccia tutto il mondo. Se l’economia è un buon punto di partenza, è necessario non fermarsi a essa e prendere atto che la globalizzazione interessa anche gli ambiti socio-culturali e politici. Danilo Zolo ci offre una sintetica panoramica sul problema di definire la globalizzazione. Una tra le più convincenti è quella fornita da Giddens: “l’intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località molto lontane, facendo sì che gli eventi lontani vengano modellati da eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa”3.

A questo punto bisogna chiedersi in che modo la globalizzazione stia sfidando le capacità rappresentative della democrazia. Il punto di partenza risiede nella globalizzazione della sfera politica; il Novecento ha visto fiorire organizzazioni e società a stampo politico-economico di respiro internazionale: dal primo esperimento della Società delle Nazione alle ormai globali e consolidate Organizzazione delle Nazioni Unite, World Trade Organization e Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia queste organizzazioni sembrano aver spodestato lo Stato nazionale dal ruolo di attore decisivo: il sistema di stati come autonomi centri di potere sovrano è stato sostituito da un altro a più livelli in cui compaiono attori regionali (come l’Unione Europea) ed enti sovranazionali, venendosi così a formare una multilevel governance.

In un siffatto scenario le arene democratiche statali si trovano in difficoltà vedendosi messe da parte nell’importante processo decisionale. La teoria politica (democratica e non) ha sempre preso lo Stato-nazione come la condicio sine qua non di sé stessa; il soggetto della politica è lo Stato, che decide come gestirsi all’interno e all’esterno. Questa, forse eccessiva, concentrazione sull’entità Stato ha come conseguenza il disinteresse per “ciò che c’è fuori”; il concetto hobbesiano di uno stato di natura tra i vari Stati-nazione è rimasto fino alla prima metà del secolo scorso uno dei paradigmi portanti della teoria politica internazionale. Nel momento in cui la globalizzazione ha mostrato l’impotenza dello Stato, negandone l’autonomia politica, la teoria democratica non ha saputo dare risposte convincenti.

David Held denuncia tale crisi della democrazia statale analizzando “l’altra faccia della democrazia: l’interrelazione tra democrazia stessa e sistema globale”4. La globalizzazione, come abbiamo detto, ha portato in campo nuove forze con le quali lo Stato-nazione deve fare i conti. Essa denota un’espansione degli spazi politici verso “modelli regionali o internazionali di attività, di interazione e di esercizio del potere”5. In primo luogo questo causa una crisi della legittimità democratica basata sull’incapacità di rappresentare adeguatamente gli interessi delle persone coinvolte; con il superamento dei confini da parte delle decisioni di una comunità-Stato, il principio della maggioranza (posto alla base della teoria democratica) non è più in grado di garantire una reale rappresentanza. Alcune risoluzioni votate in uno Stato possono potenzialmente riguardare comunità fuori dai confini statali (come la posizione di un aeroporto o di una centrale nucleare), eppure tali comunità non hanno alcuna voce in capitolo. Il sistema rappresentativo democratico pare dunque fallire di fronte ad un allargamento dell'”unità territoriale rilevante” da statale a transnazionale. La categoria dello Stato-nazione non è più sufficiente e la reale arena politica democratica sembra ormai trascenderla spostandosi a livelli superiori; la nascita d’istituzioni e organizzazioni sovrastatali ha introdotto nuovi poteri e vincoli che minano, se non direttamente la sovranità, sicuramente l’autonomia dello Stato. Held parla di separazioni tra il campo formale dell’autorità politica (lo Stato) e le reali pratiche e le strutture del contesto politico ed economico al livello regionale e globale. Tali separazioni hanno reso difficoltoso il processo decisionale e governativo statale poiché “forme più alte e/o indipendenti di autorità che limitano le basi legali”6 di tali processi. Definendo l’autonomia statale come la capacità di agire liberi da vincoli esterni riuscendo a raggiungere gli obiettivi prepostisi, ci accorgiamo che l’influenza proveniente dall’economia mondiale, dalle organizzazioni sovrastatali, dal diritto internazionale impedisce tale libera azione.

Con la globalizzazione di produzione e finanza, con la nascita delle multinazionali e l’espansione mondiale del commercio, una politica economica interna è sempre più difficile da realizzare. La vittoria del modello capitalista ha reso impossibile politiche protezioniste o di chiusura dei mercati (se non agli Stati più forti che applicano il principio di due pesi e due misure come denuncia Zolo7) e la delocalizzazione sembra l’unica scelta per rimanere competitivi all’interno di un mercato globale. Organizzazione come l’ONU, il WTO, il FMI e l’Unione Europea limitano notevolmente la libertà statale, imponendo le proprie policies (regole in vista di fini). Osservando le reazioni dell’UE rispetto alla crisi economica e il modo con cui ha gestito la situazione di Spagna e Grecia (ma anche dell’Italia) notiamo l’imposizione di scelte economiche precise, come l’austerity, che hanno mortificato l’autonomia politica statale. Anche a un livello militare, il ruolo dell’ONU o della NATO sembra aver scalfito la legittimità di azioni unilaterali. Guardando agli insuccessi delle operazioni militari nell’amministrazione americana di Bush sr. e alla reazione negativa dell’opinione pubblica rispetto all’eccessivo unilateralismo, “sembra davvero che in epoca globale e democratica agire da soli, in merito ai problemi internazionali e transnazionali, non favorisca le basi né della legittimazione né del successo.”8.9 Infine, il diritto internazionale esercita un controllo sulla condotta degli Stati che si trovano all’interno di una società internazionale. Parlare del diritto internazionale in termini di limitazione dell’autonomia e della sovranità statale può risultare paradossale. Avente le basi nello ius gentium romano e sviluppatosi nella law of nations, il diritto internazionale è riuscito a regolamentare i rapporti tra Stati lungo tutta l’epoca moderna, età d’oro dello Stato-nazione sovrano. Inoltre in tempi recenti esso è diventato “un corpo di norme che governano la mutua interazione non solo tra gli Stati, ma anche tra altri attori della politica internazionale”10 come appunto le Ong (Organizzazioni non governative). In qualche modo quindi il diritto internazionale dovrebbe salvaguardare proprio autonomia e sovranità dello Stato. Tuttavia il suo sviluppo ha creato un gap tra l’appartenenza allo Stato e l’appartenenza alla comunità internazionale; i risultati del Tribunale internazionale di Norimberga sanciscono la priorità del diritto internazionale su quello nazionale. “Il Tribunale decise, per la prima volta nella storia, che quando le norme internazionali (…) sono in conflitto con le leggi dello stato, ogni individuo può trasgredire alle leggi dello stato”11.

In conclusione il destino della democrazia sembra segnato: come si può parlare di metodo democratico quando le scelte e l’autonomia statale sembrano guidate da enti esterni? Dov’è la libertà di scegliere il proprio futuro garantita dal metodo democratico? La democrazia deve perire sotto la dittatura della globalizzazione? Assolutamente no!

Si può pensare che l’unico modo per risolvere questa crisi democratica sia la costruzione di un governo mondiale capace di dare voce ad ogni Stato e di rendere realmente effettivo il principio della maggioranza. Tuttavia, come sottolinea Hedley Bull, “non esiste nemmeno la più piccola evidenza del fatto che gli Stati sovrani accetteranno (…) di sottomettersi a un governo mondiale”12. Se possiamo parlare di una società anarchica in riferimento alla società internazionale non dobbiamo parlarne però in termini hobbesiani; la storia recente e lo stesso sviluppo del diritto internazionale e delle Ong, dimostrano come gli Stati siano in grado di creare un ordine anche in assenza di un governo superiore globale. Il termine anarchica indica proprio la mancanza di questo potere superiore, non uno stato di natura in cui ognuno agisce come meglio crede senza preoccuparsi delle conseguenze. La capacità di creare autonomamente un equilibrio di potenza e il forte nazionalismo che caratterizza “l’attivismo politico dei popoli nel mondo”13 rendono la possibilità di un governo mondiale decisamente lontana.

Nemmeno la chiusura degli Stati in se stessi e il progressivo smantellamento del sistema internazionale sembra una via percorribile. La rinascita di Stati sovrani isolati e autosufficienti e quindi in grado di riproporre una genuina democrazia non è possibile se non al costo di “un collasso della nostra odierna civiltà scientifica, industriale e tecnologica”14. E sebbene possano esserci spinte verso una maggiore regionalizzazione del mondo, non si può parlare di scomparsa del sistema internazionale; la totale sparizione dell’interazione globale tra gli Stati, alla base di tale sistema, non è una visione realistica.

Bisogna quindi prendere atto della globalizzazione e delle situazioni che da essa derivano e agire al loro interno. Di conseguenza la ricerca di autonomia e di democrazia deve essere attuata su scala globale dando vita ad una democrazia cosmopolita senza però arrivare al governo mondiale. Essa “cercherebbe di rafforzare e sviluppare istituzioni democratiche ai livelli regionali e globali, come necessario complemento per quelli a livello degli stati-nazione”15. Questa nuova democrazia da una parte difenderebbe l’autonomia statale ma allo stesso tempo riuscirebbe là dove lo Stato non riesce ad arrivare nel garantire i principi democratici (come nel caso delle comunità esterne allo Stato ma influenzate dalla sua politica). Per realizzare questo nuovo tipo di rappresentanza è necessario un nuovo tipo di partecipazione civica a livello regionale e globale come un’assemblea parlamentare autorevole di tutti gli Stati e degli altri organismi politici; oppure la creazione si strutture governative regionali o il loro rafforzamento dove già operano (come l’Unione Europea). In questo senso ciò che è necessario è una democratizzazione della globalizzazione: bisogna democratizzare tutte quelle istituzioni, processi e strutture che oggigiorno minano una reale democrazia in tutto il mondo.


1 Y. Sintomer, Il potere al popolo. Giurie cittadine, sorteggio e democrazia partecipativa, Bari, Dedalo, 2009, p. 201.

2 C. A. Cerami, The US Eyes Greater Europe, in The Spectator, 5 ottobre 1962.

3 A. Giddens, Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo, Bologna, il Mulino, 1991, p. 71.

4 D. Held, Modelli di democrazia, Bologna, il Mulino, 2007, p. 492.

5 Ivi, p. 497

6 D. Held, Modelli di democrazia, cit., p. 499.

7 D. Zola, Globalizzazione. Una mappa dei problemi¸ Roma, Laterza, 2006, pp. 36-40.

8 D. Held, Modelli di democrazia, cit., p. 508.

9 Riguardo alla politica estera americana nelle amministrazione di George H. W. Bush si fa riferimento al libro di Warren I. Cohen, Gli errori dell’impero americano.

10 H. Bull, La società anarchica. L’ordine nella politica mondiale, Milano, Vita e pensiero, 2005, p. 151.

11 D. Held, Modelli di democrazia, cit., p. 509.

12 H. Bull, La società anarchica. L’ordine nella politica mondiale, cit., p. 302.

13 Ivi, p. 304.

14 Ivi, p. 300.

Nata a Milano nel 1991. Laureanda in Scienze Filosofiche presso l'Università degli studi di Milano, si occupa di filosofia politica e relazioni internazionali.

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