La Grecia e la crisi del socialismo europeo

Il 17 marzo 2012 i leader dei tre grandi partiti progressisti europei presentavano a Parigi il documento “A New Renaissance for Europe”. Tra le proposte contenute nel testo-manifesto vi erano la tobin tax, gli eurobond, l’aumento di competenze per i parlamenti democraticamente eletti. Durante l’affollata convention, introdotta dal presidente del think-tank progressista FEPS Massimo D’Alema, il leit-motif fu quello di una radicale inversione di tendenza rispetto all’europa dell’austerità e degli egoismi nazionali della Merkel e dei popolari europei al governo. I tre leader progressisti erano Francois Hollande, Sigmar Gabriel e Pier Luigi Bersani, che si spinse a definire quell’iniziativa un “primo cenno di campagna elettorale europea”.

E’ interessante osservare dove si trovano quei leader oggi: Bersani non è riuscito a vincere le elezioni ed è ai margini della scena politica. Gabriel ha perso le sue elezioni in modo rovinoso, con quasi 20 punti percentuali di distacco dalla CDU/CSU (anche se il candidato cancelliere non era lui ma Per Steinbruck) e ha guidato la SPD verso un governo di coalizione. Oggi da vice cancelliere di Angela Merkel è un fermo sostenitore della linea del rigore, prima del referendum ha dichiarato che la Gemania non si sarebbe fatta ricattare e che i lavoratori tedeschi non erano intenzionati a pagare i debiti greci, e dopo ha sostenuto che con il “no” i greci hanno tagliato gli ultimi ponti con l’Europa. Francois Hollande è l’unico dei tre che ha vinto per un soffio le sue elezioni ed è diventato Presidente della Repubblica francese, ma è precipitato fin da subito in una crisi di consenso profondissima e sul piano europeo gioca le sue carte soprattutto nella special relationship con la cancelliera tedesca, che ancora in questi giorni ha portato alla contestata convocazione di un incontro bilaterale tra i due prima dell’eurogruppo.

Insomma, in poco più di tre anni il socialismo europeo è passato dal farsi promotore di un’alternativa soi-disant rinascimentale per l’Unione europea ad una subalternità che sul piano politico è in parte giustificata dai rapporti di forza, ma su quello culturale ha i caratteri preoccupanti di una crisi di identità che va di pari passo con gravissime difficoltà elettorali: il risultato complessivo delle scorse elezioni europee è stato molto al di sotto delle aspettative, e in alcuni paesi (Grecia prima di tutto, ma anche Francia e forse Spagna) i sondaggi mettono addirittura in discussione il ruolo dei socialisti come principale alternativa ai popolari.

Nella partita della Grecia il bilancio socialista è impietoso. Pur partendo da una condizione di estremo isolamento e nonostante numerose sbandate populistiche Tsipras è riuscito ad inventarsi uno spazio di manovra, e oggi si sta accreditando presso l’opinione pubblica progressista del continente come punto di riferimento principale. Nel frattempo i socialisti si sono condannati all’irrilevanza, impotenti nelle istituzioni europee e troppo timidi, per non dire opportunisti, a livello intergovernativo. Il risultato è che ad oggi per i socialisti la scelta è tra sposare la linea del rigore, accodandosi ai popolari, e chiedere in ritardo una riforma radicale della governance europea, accodandosi a Tsipras. La posizione intermedia, composita delle forse più di 50 sfumature di mediazione delle quali i leader socialisti si sono variamente autoinvestiti nelle ultime settimane, è quella che ha messo il PSE nell’angolo. In termini di strategia politica, questo significa essere in scacco.

Quella dei rapporti con il primo ministro greco, fin dal suo insediamento all’inizio dell’anno, appare oggi come una delle tante partite giocate in difesa e senza lungimiranza dalle classi dirigenti del PSE. Tsipras è stato visto fin da subito come un avversario, e quando poco dopo essere stato eletto si è recato in Francia e in Italia in cerca di alleati non ha trovato quasi nessuna sponda. Con Matteo Renzi si è anzi registrato fin da subito un alto livello di tensione, culminato nell’intervista al Sole 24 Ore della settimana scorsa, nella quale il Presidente del Consiglio italiano ha preso una posizione filotedesca molto netta (stranamente diluita nelle cronache nostrane): “Dare la colpa alla Germania di quello che sta avvenendo in Grecia è un comodo alibi che non corrisponde alla realtà. Dare sempre la colpa ai tedeschi non è una politica. Puo’ tirare su il morale, ma non tira su l’economia. La Merkel ha provato davvero a trovare una soluzione”. Nell’intervista Renzi accusa anche Tsipras di non voler rispettare le regole e di credersi più furbo degli altri, e ricorda che “non abbiamo tagliato le baby pensioni degli italiani per pagare quelle dei greci”.

Dopo il voto di domenica la situazione cambia ulteriormente. Il “no” è in un certo senso il risultato peggiore per i socialisti, perché riapre una partita che in quel campo ha già fatto molti danni e soprattutto rischia di causare divisioni profonde. La SPD ha deciso di giocare fino in fondo la partita del rigore, e anzi probabilmente sta cercando di superare la Merkel a destra per isolarla nella responsabilità di un eventuale accordo. Martin Schulz, membro dell’SPD ed esponente socialista con la più alta carica nelle istituzioni europee, ha sposato in pieno questa linea arrivando a rompere ogni convenzione istituzionale ed auspicare una vittoria del “si” e la conseguente formazione di un governo tecnico in Grecia. La sera del referendum ha poi parlato della necessità “aiuti umanitari” per la Grecia prefigurando la rottura di ogni negoziato. Inevitabilmente queste dichiarazioni hanno scatenato un putiferio tra quelle frange del socialismo europeo che vedono nello strappo di Tsipras un’avanguardia da seguire per riformare l’Europa dei conservatori.

Le prospettive nazionali dominano sul tentativo di sviluppare un approccio coordinato, e pare difficile i socialisti spagnoli (che tra pochi mesi dovranno competere alle urne con Podemos, che a Syriza assomiglia molto) o i laburisti inglesi trovino una sintesi con Schulz.

La crisi culturale del socialismo europeo viene da lontano, almeno da quella fase degli anni ’90 in cui i progressisti governavano in tutti o quasi i paesi europei in un contesto macroeconomico di crescita, e non seppero o non vollero imprimere un’accelerazione al processo di integrazione europea. Ma soprattutto con Blair, Schroeder e la stagione della “terza via” rinunciarono a sviluppare una visione critica dei processi di globalizzazione del capitale finanziario, commettendo un errore per cui la crisi del 2008 ha presentato un contro molto salato. Negli ultimi anni, quando le contraddizioni della costruzione europea e l’asimmetria tra unione monetaria e indipendenza fiscale si sono dimostrati strumenti di redistribuzione al contrario delle risorse generando una fortissima tensione sociale, il socialismo europeo si è quasi sempre schiacciato su un europeismo conservatore e fondamentalmente retorico. Ci sono ottime ragioni di sostanza per difendere l’Euro, ma i socialisti sono spesso talmente approssimativi e formalistici da dare apparentemente ragione a chi dipinge la moneta unica come un dogma.

Eppure con premesse diverse, il “no” greco alla proposta dei creditori potrebbe aprire ai socialisti spazi molto interessanti: in fondo Tsipras sta ancora combattendo una mera crociata nazionale per il debito, e da solo non ha la forza per spostare la contesa sul piano di un ripensamento complessivo dell’architettura e della governance europea. Forse i socialisti sarebbero ancora in tempo a riappropriarsi di simili proposte, a addirittura a trovare qualche sponda tra i popolari. Non dimentichiamoci che oggi Angela Merkel stessa potrebbe essere molto più interessata ad un rilancio del discorso europeo e all’apertura di una fase costituente di quando non lo siano alcuni dei suoi partner nella troika.

Sarebbe pero’ necessario un ripensamento repentino quanto radicale del ruolo dei progressisti europei, che dovrebbero liberarsi tanto della “subalternità di unità nazionale” della SPD, quanto dell’ossessionante ricerca di un ruolo di mediazione tra le due parti, i cui esatti contorni francamente sfuggono. Non pare saggio che il progressismo europeo si limiti a delineare l’agenda degli dei negoziati o a segnalare potenziali punti di convergenza. Per questo le istituzioni dispongono già di eccellenti funzionari, peraltro molto ben retribuiti.

La partita è storica, e in gioco ci sono le possibilità stesse di rilancio dei partiti socialdemocratici non soltanto come forze trainanti dell’integrazione europea ma come prospettiva politica tout-court. Se le classi dirigenti interessate non dovessero rendersene conto a breve e continuassero a perseguire logiche elettoralistiche di breve periodo – peraltro spesso senza azzeccare le previsioni – l’esito sarebbe putroppo scontato.


Vuoi leggere l’anteprima del numero due di Pandora? Scarica il PDF

Vuoi aderire e abbonarti a Pandora? Le informazioni qui

30 anni. E' nato a Genova e ha studiato a Torino. Vive a Bruxelles dove lavora in campo sindacale e si occupa in particolare di diritti di lavoratori atipici e precari nell'Unione Europea.

Comments are closed.