“La laurea negata. Le politiche contro l’istruzione universitaria” di Gianfranco Viesti

Gianfranco Viesti

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Il modello di università a cui dovremmo ambire secondo Viesti

Eppure, come mostra bene Viesti, nel suo saggio, le performance del sistema universitario italiano non sono al di sotto di quelle degli altri stati membri dell’UE, sia in termini di numero pubblicazioni sia in termini di qualità della ricerca. Addirittura se confrontati a parità di condizioni di partenza, l’università italiana avrebbe un potenziale anche maggiore. Il che sorprende se pensiamo che l’investimento italiano nel settore dell’educazione terziaria è di gran lunga inferiore agli altri stati membri dell’UE. Per dare un’idea, nel 2015 il finanziamento pubblico in Italia è stato di 7 miliardi, contro i 28,7 della Germania, dei 23,7 della Francia e dei 9,8 del Regno Unito, che prevalentemente si basa su un sistema di risorse private. Ancora, rapportando la spesa pubblica alla popolazione, si vede che nei Paesi Scandinavi la spesa media annua per l’educazione terziaria per abitante è di 600 euro, 350 in Germania e Francia, 150 nel regno unito e solo 110 in Italia.

Se dunque la realtà dell’università non corrisponde all’immagine che se ne è voluto dare, cadono anche le giustificazioni retoriche che hanno accompagnato i tagli di questi ultimi anni. A meno che, chiaramente non si ritenga che, nonostante, tutta l’università non sia importante.  Su questo aspetto, non è mancata la retorica di chi ha voluto sottolineare l’assenza di un collegamento con il mondo del lavoro, l’incapacità delle università italiane di fornire ai propri studenti strumenti, capacità e competenze oltre che nozioni. Anche su questo punto, Viesti offre una prospettiva alternativa, che non nega il problema esistente relativamente al passaggio tra mondo dell’università e quello del lavoro, ma inserisce il dibattito in una cornice più complessa e meno semplicistica. Ad esempio, portando i dati riguardo l’indice di occupazione dei neo-laureati, che è di gran lunga maggiore rispetto ai non laureati, a prescindere dal tipo di settore disciplinare.

Ma la riflessione del professore di economia, non si limita ad una semplice analisi dei costi benefici. L’argomentazione va ben oltre e si inserisce in un quadro più ampio di visione della politica e della società. Abbracciare, come è stato fatto in questi anni, un approccio all’università basato sui tagli e sull’investimento in presunti centri di eccellenza significa, infatti, perdere di vista la funzione politica dell’università, come motore di progresso sociale, emancipazione di luoghi e spazi geografici, creazione di idee e novità e culla di coscienza critica e partecipazione democratica. Ed è proprio questa riduzione dell’università ad una logica di mercato, ad un’analisi dei costi e benefici che Viesti critica. Non dovrebbe essere questo, infatti, il modello di università cui vorremmo ambire, secondo l’autore, che per questo, alla fine del suo saggio, prova ad offrirci un quadro alternativo e inizia ad abbozzare anche alcune prime risposte.

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Nato nel 1992. Dottorando in Studi Politici presso l'Università degli Studi di Milano, dove si occupa di Unione Europea e politiche sociali. Fa parte del team di ricerca "REScEU: Reconciling economic and social Europe" e della FEPS YAN. Ha lavorato al Parlamento Europeo e continua, tuttora, come prestatore di servizi.

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