“La metamorfosi” di Luciano Canfora
- 21 Marzo 2021

“La metamorfosi” di Luciano Canfora

Recensione a: Luciano Canfora, La metamorfosi, Laterza, Roma-Bari 2021, pp. 96, 12 euro (scheda libro)

Scritto da Federico Diamanti

6 minuti di lettura

A tutti sono noti gli impedimenti e le difficoltà a cui va incontro un dibattito storico o storiografico, su un qualsiasi argomento moderno o contemporaneo (e in specie sulle “radici” di fenomeni in qualche modo ancora presenti od operanti nella vita politica), quando si trova a dover fare i conti con la dimensione pubblica della discussione. L’incontrollabile numero di sviluppi, torsioni e critiche che si moltiplicano – assecondando spesso e volentieri logiche di “contrapposti schieramenti” più che di ragionata dialettica – nel passaggio dall’accademia ai giornali sono elementi certamente non incoraggianti per chi volesse problematizzare questioni storiche e politiche assieme. Non è il caso di ricordare qui esempi, anche recenti e recentissimi, di utilizzi politici di paradigmi o di semplici fatti storici; e nemmeno di ricordare episodi di ingiuste cristallizzazioni di posizioni storiografiche, date in pasto ad un dibattito politico ben più interessato, più che allo studio e all’approfondimento delle singole questioni in oggetto, a rivendicare le rispettive posizioni senza volontà di dialogo.

Vi è poi un secondo rischio, ben presente a chi si occupa di storia: temi che spesso potrebbero apparire oziosi già ai rispettivi reparti di specialisti della materia, in un contesto accademico peraltro sempre meno interessato a problematizzare i nodi-chiave della storia politica del Novecento, rischiano di passare in secondo piano nel dibattito pubblico, facendo trasparire un dibattito stanco, saturo, o peggio distante dalle priorità storico-culturali del Paese (a patto che esse si riescano ad individuare con certezza). Questo destino sembra comune per le grandi formazioni politiche del Novecento italiano, sulle evoluzioni delle quali da un lato non si è sviluppata una vera e propria “coscienza” politica e culturale nell’opinione pubblica; d’altro canto, spesso il dibattito sull’origine dei partiti e sulla storia politica del Novecento – e in questo senso, specificamente, del comunismo italiano – ha trovato esiti del tutto strumentali: ora è stato ripercorso il prometeico “mito fondativo” del campo della sinistra contemporanea, con tante interpretazioni politiche difformi quanti ne sono stati gli interpreti, ora si sono mobilitate, in ottica identitaria, narrazioni e liturgie – sulla nascita certo, e così sulla fine. Contributi come La metamorfosi di Luciano Canfora (Laterza, 2021), profittando di una ricorrenza (il centenario dalla nascita del PCd’I), confermano una tendenza rara, ma opposta a quanto s’è detto: della storia del Partito comunista d’Italia, poi italiano, si può ancora discutere, e la riflessione può insieme essere storicamente e storiograficamente fondata e al contempo contribuire a segnare traiettorie attuali e utili ad una lettura politica del presente.

Gli interessi peculiari di Canfora nei confronti della storia del comunismo italiano, costituiti da una “lunga fedeltà” verso la storia dell’idee, da un lato, e dal sempre vivo dialogo tra classico e contemporaneo, dall’altro, sono disseminati in numerose pubblicazioni, interventi e volumi. Il filologo barese ha, in più occasioni, ripercorso le vicende di alcuni protagonisti della storia del comunismo del XX secolo. Canfora si è dedicato ad Antonio Gramsci, soffermandosi in particolare sul suo rapporto con Togliatti e sull’utilizzo, da parte della tradizione successiva, dei Quaderni del carcere, nonché sulle vicende della prigionia gramsciana; una grande attenzione da sempre suscita in Canfora la vicenda politica di Togliatti, sia da un punto di vista di storia delle idee (grazie ad un sempre vivo interesse nei confronti dell’interpretazione togliattiana della democrazia italiana). Gli scritti di Canfora a tema novecentesco – proprio per la ragione sopra detta – hanno generato, in più occasioni, un vitale dibattito all’interno della comunità accademica, e si sono distinti, come vedremo anche per questo volume, per una particolare dialettica con gli storici e gli intellettuali “ufficiali” che si sono occupati del PCI e della sua vicenda storica. In una parziale bibliografia canforiana a proposito dell’argomento, non potranno mancare, su Togliatti: Togliatti e i dilemmi della politica (Laterza, 1989), Un ribelle in cerca di libertà: profilo di Palmiro Togliatti (Sellerio, 1998) e Togliatti e i critici tardi (Sellerio, 1999); su Gramsci, Gramsci in carcere e il fascismo (Salerno, 2012) e Spie, URSS e antifascismo: Gramsci 1926-1937 (Salerno, 2012). Sempre valido – e tra le righe citato appena supra – rimane L’uso politico dei paradigmi storici (Laterza, 2010). Molte altre menzioni sarebbero possibili, ma conviene fermarsi all’ultimo cimento canforiano, Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano (Laterza 2019), dedicato alla ricostruzione della parabola di Concetto Marchesi, come intellettuale e dirigente comunista in due passaggi cruciali della storia repubblicana, il trapasso tra stato liberale e fascismo e la ricostruzione, con la nascita della repubblica (cf. infra, per una descrizione più dettagliata delle connessioni tra quest’ultimo volume e La metamorfosi).

La metamorfosi muove da una domanda, che si può riformulare così: perché le forze politiche di sinistra fanno così fatica a trovare un’identità, al giorno d’oggi? O meglio – e qui sta la presa di posizione politica di Canfora, che si configura immediatamente all’inizio del volume: qual è la storia che ha portato la sinistra italiana, «per progressive trasfigurazioni, a farsi alfiere di valori antitetici rispetto a quelli su cui era sorta» (p. 4). Lo sforzo ricostruttivo di Canfora parte da qui, non facendo mistero dell’impostazione di lungo periodo seguita fin da principio: la storia del PCI non può considerarsi unitariamente. Come già sottolineato, da ultimo, in un passo de Il sovversivo, Canfora si distacca definitivamente dall’equivoco di molte delle riflessioni storiografiche sulla storia del PCI. Conviene forse riprendere il passo:

«L’equivoco (forse intenzionale) che sta alla base di opere come la Storia del Partito comunista italiano di Spriano (e degli studi che ne sono derivati) consiste nel suggerire che quella sia la storia di un unico e medesimo soggetto: perseguitato fin dalla nascita, tartassato, messo fuori legge, ma alla fine vincitore. In realtà si tratta di due forze politiche che hanno (quasi) lo stesso nome (PCI però è altra cosa da PCd’I) ma sono totalmente diverse come obiettivi, come reclutamento, come tattica, come parole d’ordine» (L. Canfora, Il sovversivo, p. 961).

La metamorfosi si basa dunque proprio su questo presupposto: la storia del comunismo italiano è una storia di cambiamenti: il Partito comunista d’Italia, nato nel 1921, rinasce «in forma totalmente diversa rispetto alle origini» nel 1944. La sua vicenda, di qui in avanti, è segnata per un ventennio dalla straordinaria figura di Palmiro Togliatti (che muore nel 1964), indi, per un decennio, da una crescita progressiva fino ai risultati elettorali degli anni Settanta, «di risonanza mondiale»; infine, per l’ultimo quindicennio, dalla crisi e dall’agonia. Al pari degli altri soggetti politici, il partito è un fatto storico, e come ogni fatto storico è destinato ad avere una fine: il capitolo II del volume si sviluppa rispondendo alla domanda: quanto a lungo vive un partito? La riflessione, qui come in tutto il resto del volume, è inquadrata storicamente tramite un’analisi condotta simul ante retroque prospiciens (guardando, al contempo, sia in avanti sia all’indietro): si analizza in particolare il contesto europeo tra l’Ottocento – che vive le immediate conseguenze delle prime formazioni “partitiche” operanti nel clima rivoluzionario francese – e il grande snodo del ’19-’20, tra lo spartachismo e l’occupazione delle fabbriche che coinvolse anche l’Italia, e sulla quale tanto si interrogò il gruppo de L’ordine nuovo torinese: è in questo clima che nasce il Partito Comunista d’Italia, che opererà nella legalità fino al 1926, quindi in clandestinità fino al 1943, traendo origine da una scissione in seno al socialismo italiano.

È evidente come, dopo quasi un ventennio di regime fascista, le “condizioni date” fossero completamente stravolte: in questo mutato contesto emerge la figura di Togliatti e, con lui, si delinea la teorizzazione del “partito nuovo”; a questi temi è dedicato un importante capitolo del volume. In questo senso, l’autore argomenta le principali ragioni della svolta verso il “partito nuovo”: esse risiedono, principalmente, nella consapevolezza togliattiana del fatto che il fascismo non sia ancora morto, e dall’analisi che il gruppo dirigente fece della vittoria e della lunga durata del fascismo in Italia, un fenomeno politico che coinvolse tutte le classi sociali, e molteplici forze all’interno della società. Questo insieme di fattori comportarono – come Canfora mette in luce anche grazie all’inserto, tra le pagine, di stralci di discorsi di Togliatti – una nuova strategia, improntata a logica e realismo, che stabilendo obiettivi di media e lunga durata, e facendo penetrare gradualmente concetti quali “democrazia progressiva” e “riforme di struttura” (con uno sforzo di persuasione nei confronti dei quadri, dei militanti e infine degli elettori). L’operazione di Togliatti permette e legittima l’insediamento del “neonato” PCI al governo e – questo è forse l’elemento più dirompente tra tutti – la costruzione di un’interlocuzione politica “alla pari” con la DC guidata da De Gasperi, dialogo nel quale Togliatti non nasconde di ritenere il PCI «la forza decisiva […] in grado di dirigere tutto il Paese» (p. 28).

Proprio in occasione delle riflessioni sulla svolta togliattiana, Canfora fa frequenti menzioni al rapporto intercorso tra partito e “popolo”. Lo sforzo togliattiano di «costante rieducazione politica delle masse» (p. 37), che pure ebbe successo a partire dalla prima fase della ricostruzione della comunità e delle istituzioni nazionali dopo il fascismo, è ricostruito in tutte le sue difficoltà: la fatica e le difficili condizioni della messa in pratica di un processo di ricostruzione della «educazione politica» di una nazione non interessano soltanto il partito e i suoi quadri – «uomini che hanno più o meno consapevolmente “un universo mentale” (un misto tra semi di ideologia e traduzione in concetti dei loro specifici bisogni)» (p. 43) – ma l’intero popolo e l’intera nazione. Ma la questione del rapporto tra partiti politici e popolo sollecita il lettore ben oltre la vicenda storica di Togliatti, stimolando riflessioni che interessano l’oggi: è stimolando questo continuo dialogo con il presente che Canfora, nell’esaurire la trattazione su Togliatti, pone le basi per la descrizione del prosieguo della storia del PCI fornendo alcuni elementi di discussione che paiono particolarmente interconnessi a tematiche contemporanee: su tutti, le considerazioni estese da Togliatti nel 1956 sul rapporto tra democrazia ed economia (pp. 51-53), che fanno il paio con l’interessante disamina che trova spazio nel capitolo La terza via (pp. 71-74), che a partire da una disamina di considerazioni mussoliniane sulla storia del capitalismo cerca di fare i conti con alcuni posizionamenti, storici e attuali, della sinistra nei confronti dell’egemonia dell’ “economico” sul “politico”.

Il volume si conclude con le più attuali tra le considerazioni di Canfora: la storia della tradizione comunista italiana è una storia di metamorfosi, e così s’è argomentato lungo tutto il libro. Volgendo lo sguardo all’Europa (e al mondo), la frastornata condizione delle organizzazioni e dei partiti socialdemocratici impone una domanda: che sia il caso di una nuova metamorfosi, funzionale ad interpretare il “mondo nuovo”? Se si ritiene che la risposta debba essere affermativa, con questo volume Luciano Canfora ha recato al dibattito un contributo orientativo, di storia e di idee.

Scritto da
Federico Diamanti

Studente di filologia classica e allievo del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Si occupa di presenze greche nell’umanesimo italiano, rapporti tra intellettuali e potere, della narrativa di Pier Vittorio Tondelli e delle forme poetiche del XX secolo.

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