La modernità nichilista di Michel Houellebecq
- 07 Gennaio 2020

La modernità nichilista di Michel Houellebecq

Scritto da Luca Picotti

5 minuti di lettura

Lo scrittore francese Michel Houellebecq ha conquistato ormai da anni l’attenzione della critica e del pubblico, sia in patria che all’estero. Le continue provocazioni, lo stile dissacrante, i contenuti pornografici e alcuni risvolti inquietanti della sua Weltanschauung lo hanno reso uno dei personaggi più controversi del panorama letterario contemporaneo: se molti lo considerano un genio, sono altrettanto numerosi quelli che dai suoi scritti colgono solo il deprecabile narcisismo di un reazionario misogino e razzista – la sua straordinaria capacità nel suscitare antipatia potrebbe talvolta giustificare, bisogna ammetterlo, un giudizio così riduttivo.

Houellebecq è capace di polarizzare radicalmente l’opinione pubblica perché si presenta come uno dei testimoni più spietati del nostro tempo. Il cinismo della sua penna affonda nelle grandi questioni del presente in modo tagliente, sarcastico, politicamente scorretto; l’atmosfera decadente accompagna tutta l’opera dello scrittore francese ed è impersonificata dai volti opachi e rassegnati dei suoi protagonisti, simbolo dell’ineluttabile declino di una civiltà, quella occidentale, stanca e nichilista. «Ecco come muore una civiltà, senza seccature, senza pericoli né drammi e con pochissimo spargimento di sangue, una civiltà muore semplicemente per stanchezza, per disgusto di sé» si legge in Serotonina, il suo ultimo romanzo, in cui tutti i temi a lui cari sin da L’estensione del dominio della lotta vengono espressi attraverso la parabola decadente del protagonista Florent-Claude Labrouste. I personaggi di Houellebecq, quasi sempre maschi di mezz’età soli, depressi e insoddisfatti della propria vita, sono abitanti passivi della contemporaneità, iscritti formalmente nello stillicidio quotidiano del vivere senza però aderirvi spiritualmente – il più delle volte fuggono da se stessi e dal mondo circostante con gli unici strumenti disponibili nel catalogo occidentale: il sesso, gli antidepressivi o il fumo («Fumare sigarette è ormai l’unica manifestazione di autentica libertà nella mia esistenza. L’unico atto al quale aderisco interamente, con tutto il mio essere. Il mio solo progetto» afferma il protagonista de L’estensione del dominio della lotta). Houellebecq scava volutamente nelle perversioni dei suoi personaggi, dà voce a pensieri oscuri, concede il diritto di cittadinanza alle inquietudini più taciute dell’uomo occidentale. Le riflessioni sulla liberazione sessuale post ’68, sul liberismo economico, sulla secolarizzazione e sul progresso tecnologico sono i tasselli di un mosaico teoretico preciso, un ritratto impietoso del presente che non lascia spazio alla speranza: la competizione sessuale e quella economica strangolano l’uomo contemporaneo, lo soffocano nella morsa velenosa dell’umiliazione; non c’è via di uscita dall’ingranaggio sociale ed economico nel quale si è inseriti fin dalla nascita, perché la religione, il legame solido della famiglia e i valori tradizionali, che potevano rappresentare un mondo-altro rispetto a quello della competizione materialistica, sono scomparsi. L’individuo rimane solo, in un’angosciante e insostenibile dialettica io-mondo, sopravvivendo solo grazie a feticci (sesso, sigarette etc.) contingenti come l’esistenza stessa.

L’estrema sofferenza presente nell’opera di Houellebecq deriva dall’irriducibilità dell’autore a semplice reazionario: il disgusto dello scrittore verso il presente non trova salvezza nell’idea di un ritorno al passato; Houellebecq è figlio ed espressione della modernità nichilista, i valori tradizionali e la religione di cui sente la mancanza in Occidente sono utili da evocare per descrivere lo smarrimento e l’ineluttabile declino di una civiltà, ma non rappresentano per lui, incline ad ogni forma di libertinismo, una prospettiva praticabile. Nemmeno nelle analisi più inquietanti sul rapporto tra mondo post-patriarcale e denatalità – espresse soprattutto in Sottomissione, romanzo straordinario nel descrivere la stanchezza esistenziale dell’Occidente – l’autore riesce a prendere una posizione netta a favore del modello patriarcale; il peso dell’incompiuto si percepisce in ogni sua tesi, vi è il disagio di chi non è in grado di portare il proprio pensiero alle sue estreme conseguenze – che sarebbero spesso irricevibili, come nel caso del modello patriarcale. La pars destruens è la forza e la condanna dello scrittore francese, tanto abile nell’individuare, ad esempio, i rischi individualistici insiti in alcune retoriche legate ai diritti, o di coglierne gli aspetti più pericolosi come la disgregazione del collettivo, quanto impossibilitato a sposare l’idea di un passato migliore o a proporre un modello differente. Molte sono le domande a cui non è dato ritrovare una risposta nell’opera di Houellebecq – da come organizzare una struttura sociale che non sprofondi nell’individualismo a come gestire la competizione sessuale – e in questo è da ricercare probabilmente il principale elemento che allontana lo scrittore francese dal pensiero reazionario classico. Qui si spiega la profonda angoscia e totale rassegnazione: Houellebecq è un eccezionale cronista della decadenza proprio perché ad essa non riesce a contrapporre valide alternative. Non c’è speranza nei personaggi depressi dello scrittore francese; la civiltà occidentale è destinata a crollare, forse a trasformarsi grazie alle tecnologie, sicuramente non a resistere al disfacimento sociale e culturale in atto. Le grandi narrazioni collettive del passato non hanno più presa. L’individuo è solo.

Esiste però un qualcosa, spesso sfuggente, volatile, inafferrabile, che l’opera di Houellebecq ci dice essere in grado di rendere sopportabile la tragicità dell’esistenza: l’amore. Lo scrittore francese è l’ultimo dei grandi romantici e in Serotonina lo dimostra con passi di altissima letteratura. La potenza dell’amore in Houellebecq risulta spesso oscurata dall’ossessione dell’autore per gli aspetti sessuali, ma è presente in ogni riga, dai passi estremamente erotici sull’intensa relazione del protagonista di Piattaforma con Valérie alle ultime e folgoranti pagine di Serotonina. «Il mondo esterno era duro, spietato nei confronti dei deboli, non teneva quasi mai le sue promesse, e l’amore restava la sola cosa in cui si potesse ancora, forse, avere fede» si legge in questo romanzo, in cui il protagonista vive del ricordo di Camille, del gioioso tremito dell’essere provato fin dal primo sguardo, di un amore irripetibile distrutto da un inutile tradimento. L’amore in Houellebecq si manifesta nell’assenza, è una mancanza che logora i personaggi, come una luce perduta o inarrivabile all’interno del buio angosciante dell’esistenza. I protagonisti sono decadenti perché privi di amore, a volte per destino, altre per colpa, come nel caso di Florent-Claude Labrouste, che avrebbe potuto rendere felice una donna, «era tutto chiaro sin dall’inizio», ma non ne ha tenuto conto – «abbiamo forse ceduto a illusioni di libertà individuale, di vita aperta, di infinità dei possibili? È probabile, quelle idee erano nello spirito del tempo […] ci siamo limitati a conformarci a esse, a lasciarcene distruggere; e poi, per molto tempo, a soffrirne».

L’amore di cui parla Houellebecq è un’energia irrefrenabile che scaturisce dalla condivisione dei destini, dalla cosciente vulnerabilità che ne consegue, una simbiosi spirituale e corporale impensabile senza l’arretramento del proprio io e della società circostante; all’interno di questo potente legame, «di questi slanci d’amore che affluiscono nei nostri petti fino a mozzarci il fiato», è possibile creare un terreno abitabile, sincero, alieno rispetto agli ingranaggi sociali dello stillicidio quotidiano, un terreno da cui il sorriso ironico della solitudine prende finalmente congedo lasciando i corpi liberi di lievitare nella leggerezza del tutto. Se nell’opera dello scrittore francese il declino dell’Occidente si presta ad essere un destino inevitabile, se il nichilismo sta conducendo verso l’estinzione un’intera civiltà, se tutta quest’atmosfera di decadenza risulta drammaticamente reale, nell’amore la coppia può trovare una fonte di significato, di vita vera, una forza che permetta di raggirare la caducità dell’esistenza, ingannandola, sfuggendole. L’amore ferma il tempo, lo sostituisce con l’attimo; le onde si placano e il mare piatto e azzurro sotto il sole caldo dell’estate diventa l’unica realtà. Il mondo si riduce ad uno sguardo, fuori solo il silenzio. Un’illusione? Forse, non ci è dato saperlo.

Ma esiste in mezzo al tempo la possibilità di un’isola ci dice Michel Houellebecq, lo scrittore dell’amore e della decadenza. 

Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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