“La monarchia della paura” di Martha C. Nussbaum
- 02 Aprile 2021

“La monarchia della paura” di Martha C. Nussbaum

Recensione a: Martha C. Nussbaum, La monarchia della paura. Considerazioni sulla crisi politica attuale, il Mulino, Bologna 2020, pp. 216, 22 euro (scheda libro)

Scritto da Younesse Hamouda

6 minuti di lettura

Martha C. Nussbaum nel suo ultimo testo intitolato La monarchia della paura. Considerazioni sulla crisi politica attuale edito da il Mulino nel 2020 propone una panoramica sul presente sociale e politico muovendo dall’analisi del sentimento che almeno una volta nella vita ogni uomo ha provato: la paura. Difatti, sin dai primi giorni di vita pare che la paura pervada i nostri corpi e li renda tremendamente vulnerabili. Ed è da tale vulnerabilità neonatale che la studiosa della University of Chicago inizia la sua dissertazione filosofica e psicologica circa la pericolosità di tale sentimento per la vita democratica liberale, non solamente del suo Paese, gli Stati Uniti d’America, ma in ogni altro Stato del globo. Se inizialmente si potrebbe criticare alla studiosa il lessico fin troppo psicologico, ciò che l’autrice si accinge a dimostrare a più riprese è proprio quanto appena accennato: «la paura [è] davvero un problema serio per la democrazia» (p. 19). Insieme a ciò, Martha Nussbaum prova ad indicare alcune vie da percorrere per rifuggire dal pericolo della distruzione dell’alterità.

Se è chiaro, almeno da Aristotele in poi, che «l’uomo è un animale che per natura deve vivere in una città e […] chi non vive in una città […] o è un essere inferiore o è più che un uomo» (Politica, 1252b), è altrettanto evidente che il sentimento di paura che spesso si prova tende a rompere quel legame sociale costitutivo e costituente del genere umano. Dunque, «la paura non è solo primitiva, è anche asociale» e «intensamente narcisistica» (p. 38). Come quel neonato al quale non resta altro che comandare gli altri per rimanere in vita, così, presi dal senso di impotenza, insicurezza e sfiducia generato dalla paura, si comportano anche gli esseri umani adulti. In questo modo, con le parole di Marcel Proust: «la paura è l’emozione di un monarca assoluto, a cui non importa di nulla e di nessuno» (p. 39). È nelle mani di un unico uomo che si vorrà essere, quel solo uomo che deciderà della vita e della morte degli uomini intorno a sé, della loro libertà e della loro prigionia. Mentre, almeno da Montesquieu in poi, la divisione dei poteri è tra i caratteri fondamentali delle democrazie liberali. È attraverso il rispetto della spartizione di tali poteri che si ha la possibilità di comprendere la complessità umana. Al contrario, essa si annulla. In altre parole, l’alterità perde in tutto o in parte la sua essenza: la sua umanità. Tradendo gli insegnamenti di Immanuel Kant, l’Altro è considerato non già come fine, ma è utilizzato come mezzo per una (reale o presunta) legge della sopravvivenza dove vige il precetto mors tua vita mea.

Così, la paura rende molto semplice la caduta nell’abisso della demonizzazione dell’Altro. Tanto semplici divengono oltretutto le risposte a problemi complessi: la paura, difatti, è l’attivatore di processi euristici che portano a conclusioni sin troppo affrettate. Al contrario, occorrerebbe non dimenticare che «i problemi del nostro tempo sono complessi e non si prestano a soluzioni facili» (p. 23). Il discorso politico della Nussbaum si colloca lontano dalle narrazioni olistiche colme di ira e di rabbia: in particolar modo ciò che la studiosa tenta a più riprese di mettere in evidenza è la fallacia della narrazione secondo la quale «l’Occidente [sia] in guerra con la civiltà islamica nel suo complesso» (p. 62). Precisamente, la tesi di Huntington sul cosiddetto scontro delle civiltà è criticata per il manicheismo che essa crea: non già dunque un solo Occidente e un solo Islam, ma entrambi molteplici. La straordinarietà dell’Occidente consta propriamente di quelle anime plurali che lo compongono e lo rendono unico nel suo genere. D’altro canto, non si potrà considerare certamente l’Islam come una sola entità: basti pensare alle differenze che intercorrono tra Casablanca e La Mecca, Teheran e Islamabad. Insomma, occorrerà iniziare a differenziare per meglio comprendere la complessità del mondo nel quale viviamo.

Rompere con le narrazioni olistiche ci permetterebbe di interrompere la produzione di capri espiatori, determinata (almeno in parte) dal sentimento della paura. Difatti, «l’atto di attribuire una colpa e di perseguire il cattivo è profondamente consolante. Ci fa sentire di avere il controllo anziché di essere impotenti» (p. 83). È tanto singolare quanto interessante accorgersi che «le nostre fiabe più antiche hanno questa struttura»: Cappuccetto Rosso vive una situazione famigliare complessa e «i veri problemi in questa storia sono la vecchiaia e la mancanza di cure». Tuttavia l’attenzione viene immediatamente dirottata verso la ferocia e la brutalità del lupo. Così, una volta ucciso, «il mondo non ha più problemi» (p. 84).

Fuor di metafora, la paura riporta gli uomini a una narrazione antica e divisiva secondo la coppia oppositiva più longeva dell’umanità, quella di civiltà-barbarie, dove il primo termine si incarna nel “noi” e il secondo negli “altri”, come se fosse possibile distinguere l’umanità in compartimenti stagni. Occorrerebbe considerare piuttosto i meticciamenti e le influenze che abbiamo gli uni sugli altri, non dimenticando che è attraverso gli occhi degli altri che si forma, almeno in parte, la nostra identità; che è attraverso gli occhi dello straniero che un Paese può comprendere il proprio essere.

Ira, disgusto e invidia sono sentimenti effettivamente correlati alla paura: spingono gli uomini verso una sempre più divisiva realtà sociale, nella quale ciascuno non farà altro che tentare la distruzione del suo prossimo.

È proprio oggi, nel tempo dell’assalto alla democrazia americana, che l’opera della Nussbaum trova la sua piena verità. Nel tempo in cui è necessario colmare le fratture che negli anni si sono aperte, sino a diventare tanto profonde da portare a un assalto alle istituzioni, un appello alla moderazione diviene il primo passo verso la riconciliazione. E dunque, come resistere a tali «comportamenti retributivi»? Nussbaum chiarisce che le sue argomentazioni non nutrono alcuna simpatia verso il pacifismo: «non sono pacifista, né lo sono i miei principali eroi della non-ira, Martin Luther King Jr. e Nelson Mandela», scrive la studiosa per evitare fraintendimenti. Ben consapevole dei limiti intrinseci di cui gli uomini sono portatori, le sue considerazioni si muovono sempre su un piano realistico, mettendo da parte le ambizioni utopiche foriere di problemi ancor più gravi di quelli trattati dal volume. In altri termini, è nel campo della politica, e non del pacifismo, che l’autrice propone le sue soluzioni. Avendo bene a mente i suoi modelli di riferimento (King e Mandela) e tenendo conto della nota «insocievole socievolezza» degli uomini di kantiana tradizione (come poc’anzi accennato), invita la politica a opporsi agli atteggiamenti di ostilità e denigrazione del rivale (o nemico). È inserendosi in quella straordinaria tradizione di pensatori che hanno rifiutato categoricamente di dividere divino e diabolico una volta per tutte (si pensi a Primo Levi, Hannah Arendt, Raymond Aron, Tzvetan Todorov) che si possono trovare esempi di pensiero tendenti al dialogo. Ahinoi, «troppo spesso al posto della critica razionale si fa spazio un desiderio puramente negativo di abbattere le persone, mentre invece dovrebbe nascere la determinazione a unirsi, tutti insieme, per costruire una società migliore» (p. 141). Una società composta da singoli individui, la cui umanità non può essere calpestata.

È attraverso «speranza, amore [e] prospettive» che inizia questo processo di cambiamento. Diversamente dalla paura, la speranza «si espande verso l’esterno», è (in un certo senso) inclusiva (p. 182). Un tale esercizio sociale non può certamente dimenticare la fede (così come anche l’amore). Ciononostante, una tale fede, quella a cui la studiosa americana si riferisce, non può essere teologicamente considerata. Tutt’al più sarà una «fede intramondana» (p. 185), necessaria, come peraltro credeva lo stesso Martin Luther King, per la realizzazione degli ideali nella realtà. Nulla di ultraterreno, ma al contrario assolutamente radicato nella realtà sociale e politica degli Stati Uniti (e non solo). Difatti, a ben leggere le parole del leader afroamericano, ci si rende conto del realismo di cui egli fu portavoce: non un mondo perfetto, ma «piccoli atti quotidiani di fratellanza umana», perché, «l’utopismo è un precursore della disperazione, quindi fede e speranza devono trovare la bellezza in ciò che ci sta vicino» (p. 186). In altri termini, una fede strutturata in questa maniera non deve basarsi «su una visione irrealistica degli individui» (p. 187). Tutt’al più, attraverso l’amore ci sarà concesso «vedere l’altra persona come pienamente umana» (p. 188).

«La speranza come postulato pratico» potrà essere coltivata attraverso le arti e le discipline umanistiche (alle quali la studiosa dedica molta importanza nella sua grande produzione accademica) e il servizio civile nazionale obbligatorio. Quest’ultimo, forse tra le soluzioni meno condivisibili della Nussbaum data l’obbligatorietà dell’attività, desterebbe qualche problema al pubblico liberale. Non solamente: un tale servizio rischierebbe di compromettere il risultato atteso, con possibili risentimenti nei confronti delle istituzioni, le quali sarebbero accusate (a ragione) di essere troppo invadenti rispetto agli affari della vita privata individuale. Dunque, se è oltremodo necessario ritrovare una qualche idea di bene comune, è altrettanto evidente che gli strumenti a disposizione per raggiungere questi obiettivi, strumenti che peraltro la stessa autrice non manca di ricordare all’interno della sua opera, sono già molteplici.

Ad ogni modo resta il dialogo socratico la soluzione più complessa e convincente tra quelle proposte da Nussbaum, che già nell’introduzione al suo testo pare essere il faro al cui guardare per risolvere gran parte dei problemi etici che affliggono il presente. A tal proposito, non manca di ricordarci che «la filosofia, secondo questa concezione socratica, non costringe, non minaccia, non deride. Non produce mere affermazioni, ma, al contrario, crea una struttura di pensiero in cui una conclusione segue da premesse che l’ascoltatore è libero di contestare» (p. 23). È precisamente questo binomio ascolto-critica, alla base della filosofia socratica, che dovrà «svegliare la democrazia, in modo da permetterle di condurre meglio i propri affari» (p. 24). Una tale attitudine – quella socratica appunto – rende possibile la pluralità delle voci, senza ammutinarne nessuna; dà la possibilità a ciascuno di esprimersi secondo le proprie necessità e capacità. Un tale esercizio insegna, come poc’anzi accennato, che «la discussione dovrebbe essere civile e il dibattito non deve mai diffamare o umiliare», non dimenticando che questo «non significa mettere a tacere le idee scomode» (p. 198). È per questi e altri motivi, dice Nussbaum, che occorre muoversi in questa direzione, «prendendo l’abitudine di vedere coloro che ci ostacolano non come mostri ma come persone reali, pensanti e capaci di avere sentimenti, come persone non totalmente malvagie» (p. 189). In altre parole, la realtà sociale non è il teatro in cui va in scena la battaglia della coppia amico-nemico di schmittiana memoria, ma il luogo in cui l’opera è più complessa, più umana. Dunque, occorrerà vigilare affinché il sentimento pauroso non riduca questa complessità. Pena l’esclusione dal mondo degli umani. In altre parole ancora, cedendo alla paura non potremo più dividere gli uomini secondo l’antica distinzione civiltà-barbarie perché saremo diventati tutti barbari, o addirittura non più uomini.

Scritto da
Younesse Hamouda

Laureato in sviluppo e cooperazione internazionale presso l’università di Bologna nel 2017. Nel 2019 si laurea con lode in Scienze internazionali e diplomatiche presso la stessa università. Durante il percorso di laurea magistrale frequenta il corso di formazione in analista euromediterraneo presso l’Istituto affari internazionali di Roma. Guarda con interesse i temi legati alla filosofia politica e le relazioni internazionali.

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