La nuova questione meridionale. Il rapporto SVIMEZ 2020
- 04 Dicembre 2020

La nuova questione meridionale. Il rapporto SVIMEZ 2020

Scritto da Michelangelo Morelli

8 minuti di lettura

«In occasione del primo rapporto SVIMEZ, Pasquale Saraceno disse che se la storia recente aveva profondamente cambiato i termini economici e tecnici della questione meridionale, la sua essenza rimaneva quella di una grande questione etico-politica, capace di investire le stesse fondamenta morali della società nazionale. Saraceno intendeva dire che proprio nel momento della ricostruzione, la percezione della questione meridionale come questione fondativa dello Stato, fu determinante nel dare la spinta che portò al boom economico. E forse in questa fase, dove siamo chiamati ad una ricostruzione complessiva del Paese, dovremmo problematizzare quella lunga contrapposizione tra Centro-Nord e Mezzogiorno, che in qualche maniera ha portato l’Italia ad affrontare la pandemia con un ampliamento delle disuguaglianze».

Le parole del Direttore SVIMEZ – Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno Luca Bianchi, hanno aperto la presentazione del rapporto L’economia e la società nel Mezzogiorno, tenutasi in live streaming nel pomeriggio di martedì 24 novembre. Alla presentazione del Direttore Bianchi ha fatto seguito una tavola rotonda, moderata da Giorgio Zanchini, in cui sono intervenuti l’economista Lucrezia Reichlin, il Presidente SVIMEZ Adriano Giannola, il Ministro per il Sud e la coesione territoriale Giuseppe Provenzano e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il rapporto 2020 rappresenta senza dubbio una novità per la SVIMEZ, abituata infatti a descrivere nei propri report l’andamento socio-economico del Meridione in relazione all’anno passato. La corrente crisi pandemica ha invece imposto una valutazione urgente dell’impatto economico su un sistema come quello del Sud Italia, sempre più fiaccato dalla stentata ripresa dell’ultimo decennio e storicamente infragilito da una questione meridionale nemmeno lontanamente risolta.

La crisi pandemica ha pesantemente colpito l’economia italiana, in particolare quella del Centro-Nord che, secondo le stime SVIMEZ, registrerà entro la fine dell’anno un calo del -9,8% del PIL. Nonostante le perdite più pesanti, le previsioni per il biennio 2021-22 mostrano una maggiore capacità di ripresa nell’area settentrionale, mentre il Mezzogiorno, nonostante l’impatto economico più contenuto e una perdita minore in punti percentuali (-9%), si è rivelato incapace di invertire il trend negativo, giungendo addirittura a perdere quattro volte più posti di lavoro (280mila) rispetto alle regioni più colpite dal lockdown. In totale dal 2008 ad oggi, la perdita complessiva al Sud è stata di 18 punti percentuali del PIL e di mezzo milione di posti di lavoro, colpendo in particolar modo l’occupazione giovanile. Quest’ultima infatti è scesa dal 37% del 2004 al 27,1% di quest’anno, mentre quella femminile, che ha registrato solo nel 2020 170mila posti in meno, è stata penalizzata maggiormente dalla pandemia perché concentrata in un settore, quello dei servizi, pesantemente colpito dalle restrizioni del lockdown.

La pandemia è stata senza dubbio un evento imprevisto, ma la drammaticità dei suoi effetti nel Mezzogiorno è in gran parte il frutto di criticità strutturali di lunga data. «Il Sud» afferma Bianchi, «ha incrociato la crisi senza aver recuperato la base produttiva persa nella crisi del 2008: il livello del 2018 è infatti sostanzialmente pari al livello del 2009, mentre i Paesi europei e il Centro-Nord avevano evidenziato una maggiore ripresa». Sul tessuto imprenditoriale meridionale, funestato già da bassi livelli di spesa e investimenti pubblici, pesa un costo dell’indebitamento più alto (6,70%) e una redditività media inferiore (5,70%), determinando una probabilità di default addirittura quattro volte più alta di quella delle imprese settentrionali. La risposta dell’economia meridionale a questa incertezza è stata in sostanza un aggiustamento del mercato del lavoro al ribasso, che ha determinato un aumento degli impieghi a bassa professionalità specie nella componente giovanile e femminile. Su quest’ultimo punto, Bianchi riporta infatti che «le donne al Sud hanno una maggiore quota di dipendenti a termine (quasi 1/4 del totale), nonché una retribuzione oraria inferiore».

La nuova questione meridionale, certificata dal progressivo aumento dei divari di cittadinanza tra le due aree della Penisola, ha comportato inoltre il degradamento delle infrastrutture sociali e quindi della qualità del servizio erogato. A farne le spese è stata in primo luogo l’istruzione. La scuola nel Mezzogiorno può infatti vantare diversi record negativi, sia in Italia che a livello europeo, come ad esempio la minor spesa comunale pro-capite per i servizi socio-educativi da 0 a 2 anni (300 euro, al Nord è 1.500 euro), oppure la minor percentuale di alunni a tempo pieno nelle scuole primarie (15% a fronte del 50% al Nord). Sono queste, afferma Bianchi, delle condizioni particolarmente inique e pericolose: esiste infatti «il rischio che, rispetto ad un ascensore sociale già bloccato, la pandemia aumenti le disuguaglianze, bloccando ciascuno alle posizioni di partenza: e questo è ancora peggio, perché si tratta di una disuguaglianza sul futuro e non solo sul presente».

Un altro tema rilevante è quello della sanità, «zona rossa» nota Bianchi, «già prima dell’arrivo della pandemia». La maggior parte delle regioni meridionali ha subito negli ultimi anni consistenti riduzioni della spesa sanitaria pro-capite, che hanno determinato una riduzione dei livelli essenziali di assistenza (LEA) e una conseguente “emigrazione sanitaria” verso il più efficiente sistema ospedaliero settentrionale. La conseguenza pratica di questi fenomeni è stato il deterioramento del servizio offerto al pubblico, visibile ad esempio nella copertura dei programmi di screening tumorale (2 in Calabria, su una media di 14-15 al Nord), e alle difficoltà che la sanità meridionale sta affrontando nel gestire la seconda ondata pandemica.

Ed è proprio in reazione a queste criticità che le politiche italiana ed europea si sono mosse su inedite direttrici d’intervento per lenire gli effetti della crisi. A tal proposito Bianchi nota che nonostante Next Generation EU, PEPP e SURE rappresentino imprescindibili tasselli per la ripartenza del Sud, queste «non sono l’unica soluzione, poiché il Mezzogiorno ha risorse disponibili sia sui fondi strutturali sia sui fondi di coesione nazionale, che devono essere messe a sistema in un progetto». Al di là delle annose difficoltà delle regioni meridionali nel mettere a progetto i fondi europei, la gestione di questi ultimi da parte del governo ha introdotto alcune importanti innovazioni. Una di queste è senz’altro l’identificazione dal centro delle priorità nazionali, concentrando quindi gli interventi del governo anche su ambiti di politica ordinaria (sanità, istruzione, industria). Il modello utilizzato durante l’emergenza potrebbe contribuire alla definizione di nuove strategie nazionali, necessarie per il «riequilibrio dei diritti di cittadinanza e soprattutto per un grande disegno nazionale di politica industriale, capace di valorizzare alcune delle potenzialità del Sud, specie per quanto riguarda la green economy e la centralità del Mediterraneo».

La rinnovata assertività degli investimenti pubblici, nazionali ed europei, non può però prescindere dalla precisa identificazione dei problemi e dei protagonisti della società meridionale. Come sottolinea infatti Lucrezia Reichlin, bisogna interrogarsi sulle effettive cause di certi fenomeni: «le università meridionali non sono altrettanto attrezzate come le università del Nord perché non c’è una domanda di specializzazione, o viceversa? Questa concomitanza è importante: nel momento in cui si vanno a disegnare delle politiche bisogna comprendere le cause, importanti per capire da dove cominciare». E chi dovrebbero essere i soggetti di queste politiche? A tal proposito risponde Reichlin che «la ripresa del 2015-16 ha messo in luce un nucleo di imprese forti nel Sud: ciò significa quindi che non siamo in un deserto, ma in una situazione disastrata in cui ci sono però anche delle aree di eccellenze». A guidare l’attività delle imprese non può essere però la sola vocazione al profitto, ma una vera e propria responsabilità sociale, specie in quelle aree in crisi fortemente bisognose di una rigenerazione economica.

L’investimento pubblico deve però anche creare quelle connessioni fisiche, come le infrastrutture di trasporto e logistiche, necessarie per proiettare l’imprenditoria meridionale in una prospettiva nazionale ed europea. In particolare, nel rapporto con il Mediterraneo, imprese e infrastrutture diventano infatti una leva fondamentale per il rilancio produttivo, e il Sud, allo stato dell’arte relegato in posizione marginale, deve diventarne un imprescindibile snodo geopolitico ed economico. Si tratta insomma, come affermato in precedenza anche da Bianchi, di pensare le strategie di rilancio in termini di pianificazione industriale dal Centro: come infatti afferma Reichlin, è «molto importante centralizzare, poiché molti progetti finiscono per non funzionare perché ci sono conflitti localistici, mentre questi grandi progetti devono rispondere a linee guida nazionali».

Una strategia nazionale può accettare, come spesso tacitamente ammesso da importanti voci, due “velocità economiche” differenti tra Nord e Sud? Adriano Giannola, presidente SVIMEZ, è convinto che ciò non sia possibile: «Il problema è far correre Napoli assieme a Milano». Evitare questo disaccoppiamento richiede appunto una strategia complessiva e condivisa a livello nazionale, e alla base di questa devono naturalmente esserci dei fondi. L’Italia può contare, oltre che su risorse proprie (Legge di Bilancio, Piano Sud), anche su quelle messe in campo dall’Unione Europea come misure straordinarie. Dice Giannola: «questo cambiamento repentino a Bruxelles del 20 luglio, deve essere per noi un’occasione da cogliere al volo. […] Quando l’UE ci dà delle condizionalità, noi dobbiamo coglierle con estremo rigore: coesione, lotta a disuguaglianze, crescita sostenibile, green e smart. Queste cose tradotte in italiano significano Mezzogiorno». Il punto più problematico secondo Giannola rimane invece la capacità di spesa di queste risorse, complicata oltre che dalle inefficienze regionali anche dal complesso meccanismo di ripartizione europeo. Egli spiega infatti che «i fondi del Recovery Fund non sono fondi europei nel senso delle politiche di coesione, ma è un debito pubblico europeo sottoposto a condizioni diverse. Se noi non le spendiamo, quelle risorse ritornano, è quello che resta è tutto debito italiano. Quindi questo è un punto molto pericoloso se viene affrontato in modo inerziale».

Se le risorse del Recovery Fund sono per l’Italia un asset strategico per rigenerare il Mezzogiorno, queste in prospettiva europea rispondono invece ad una strategia spiccatamente mediterraneista. Argomenta infatti Giannola: «all’Europa interessa l’Italia per presidiare il Mediterraneo, che ormai è inagibile. […] Perché la Francia d’improvviso si è agganciata alla Germania, e assieme hanno proposto il Recovery Fund, e che andasse soprattutto all’Italia? Perché ormai è evidente: il Mediterraneo non è un luogo di transito per andare a Rotterdam, ma un il centro di un pezzo del mondo globalizzato». Immaginare il Mezzogiorno come presidio mediterraneo significa ripensare anche la rete infrastrutturale, specie quella portuale, pensando anche ad un contorno giuridico che sia in grado di agevolare i traffici. «Abbiamo sei ZES che non sono mai partite perché non si fanno semplificazioni adeguate, perché non c’è la zona doganale interclusa, o più semplicemente perché non c’è un progetto», nota infatti Giannola, esprimendo la speranza che con il supporto europeo l’Italia possa ricominciare a pensarsi in maniera olistica, e non come somma di parti.

Quali sono quindi gli spazi di manovra che si delineano per il governo italiano? Il Ministro Giuseppe Provenzano sottolinea la necessità di investimenti proattivi, capaci sì di difendere i soggetti più colpiti dalla crisi ma anche di creare nuovi spazi di rigenerazione e innovazione. «Il Piano Sud 2030 sposa e anticipa questi indirizzi ma soprattutto l’allarme: […] è stato assunto nel piano nazionale di riforma, adesso è nelle linee guida del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ed è inoltre in corso di attuazione tra la vecchia e la legge di bilancio di quest’anno». Grazie alle risorse sbloccate in sede europea e nazionale («140 miliardi aggiuntivi per il Sud nel prossimo settennio»), e al rinnovato ruolo del Centro, è possibile pensare per la prima volta politiche industriali incisive. Non si tratta semplicemente di utilizzare strumenti fiscali come incentivi, decontribuzioni e credito d’imposta: la questione è infatti di evitare frizioni di carattere localistico, come spesso accaduto in sede di conferenza Stato-Regioni. L’obiettivo generale è infatti di ricentralizzare la governance di nodi strategici, dalle ZES fino ai poli d’innovazione come San Giovanni a Teduccio, «provando a replicare quella che è una best practice nell’uso dei fondi europei nelle varie città del Sud a partire da alcune importanti filiere».

La consapevolezza di dover elaborare politiche difensive e soprattutto innovative è ben presente anche in un provvedimento ancora in corso di elaborazione, ovvero il Recovery Plan. A tal proposito, il Presidente Conte ha sottolineato il «duplice sguardo di questo progetto: uno rivolto al passato, per colmare lacune e divari sociali, e l’altro proiettato nel futuro, nell’ottica di un rilancio dell’intero Paese». Dal rilancio del polo AgriTech di Napoli alla riconversione dell’ILVA di Taranto nel segno della transizione ecologica il Sud, grazie ad un tessuto fiaccato da problemi fisiologici, ha l’occasione di diventare un laboratorio privilegiato in cui le misure straordinarie possano assumere una prospettiva di ampio respiro, sfruttando quindi il carattere d’urgenza come sponda per politiche lungimiranti e maggiormente incisive. «Per quanto riguarda il tessuto produttivo, il cambiamento strutturale va assolutamente promosso e realizzato» conclude il Presidente Conte. «Deve prevalere un approccio e una direttrice di sviluppo della politica industriale capace di affrontare le debolezze endemiche del territorio relative alla microdimensione delle imprese, alla loro carenza nel fare ricerca e nell’innovarsi. Migliorare il tessuto produttivo significa anche migliorare il territorio, offrendo inoltre una concreta possibilità di vita a chi vuole rimanere al Sud».

Scritto da
Michelangelo Morelli

Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche presso l'Università di Bologna, frequenta attualmente il corso magistrale in Scienze Storiche presso il medesimo Ateneo. Appassionato di storia della politica e storia economica, è alunno della Scuola di Politiche.

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