Scritto da Moris Gasparri
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Cosa succede se lo sport, da sempre celebrato come regno autonomo, giocoso e pacifico di valori come rispetto e fair play, diventa cartina al tornasole dell’età degli imperi e della politica di potenza? Da Putin a Trump, da Xi a Modi, assistiamo a un suo uso politico da parte dei nuovi imperatori globali con pochi precedenti nella storia, per intensità ideologica, degli investimenti e del coinvolgimento diretto dei leader. Questi alcuni dei temi al centro di La partita del potere. Come lo sport è diventato un’arma nelle mani dei leader autoritari – edito da Egea – che ricostruisce il rapporto tra sport, geopolitica e ideologie.
Moris Gasparri si occupa di studi e ricerche in ambito sportivo da quasi quindici anni, con un approccio multidisciplinare e una particolare attenzione all’analisi degli scenari globali. Svolge da tempo attività di consulenza per le principali istituzioni sportive italiane e scrive per «Limes», «Il Foglio Sportivo» e «L’Ultimo Uomo». Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione dell’editore Egea, un estratto del libro tratto dal capitolo Donald Trump e lo sport come ideologia della lotta.
Dana White, il reietto
Dana White appare come sostenitore in tutti i momenti chiave della carriera politica di Trump perché il presidente americano fu presente nel momento decisivo che segnò l’inizio della sua carriera manageriale. È da lì che nasce il loro profondo legame di amicizia. Per comprendere meglio questo passaggio dobbiamo spostarci un po’ indietro nel tempo, e risalire al febbraio del 2001. Trump, contravvenendo al senso comune, ospita nel suo casinò di Atlantic City dei combattimenti particolari. La lega che li organizza è giovanissima. È nata nel 1993 dall’idea di un imprenditore americano, Art Davie, che era stato addirittura suo compagno di stanza ai tempi del liceo, di far competere tra di loro pugili con lottatori e altri specialisti di arti marziali, senza regole e limiti alla violenza, con l’obiettivo di ritagliarsi uno spazio profittevole nel mercato televisivo pay-per-view. I primi anni della lega si rivelano fallimentari, non per l’assenza di pubblico, ma perché le proteste politiche contro i suoi combattimenti sono inaspettatamente feroci. La sorpresa maggiore, vista con occhi contemporanei, è la loro provenienza politica. A guidarle c’è infatti John McCain – quel John McCain! –, senatore repubblicano e per sei anni prigioniero di guerra in Vietnam che prima di arrivare a sfidare Obama nel 2008 si è lungamente speso nella sua carriera politica per la rigida regolamentazione dei combattimenti di boxe sul suolo americano, e che nel 1996 definirà questa nuova tipologia di lotta come barbara. «Combattimenti tra galli fatti da umani, che non devono aver luogo», queste le sue esatte parole. Nel giro di poco tempo le Athletic Commission di diversi stati federali americani si affrettano a vietarli. Stretta nella morsa politica, l’UFC vede così precipitare i suoi ricavi e il suo spazio d’esistenza, motivo per cui nel 2001 viene venduta per due milioni di dollari a una coppia di fratelli di Las Vegas di origini italiane, Frank jr e Lorenzo Fertitta, eredi di una delle principali dinastie di gestori di casinò di Las Vegas, che intuiscono la potenzialità di poter ripulire e rendere legalmente presentabile la lega, potendo spendere nella causa i contatti politici e le influenze lobbistiche della propria famiglia, e ne affidano la guida operativa al preparatore atletico che li aveva nel frattempo avvicinati alla versione brasiliana del ju-jitsu (arte marziale basata sulla lotta a terra e sulle tecniche di sottomissione dall’influenza decisiva nella nascita e nello sviluppo dell’UFC), che diventa anche loro socio in affari: Dana White, appunto.
È lui che in un percorso fatto di mille peripezie e ostacoli, di fighter via via sottratti alle leghe concorrenti americane e giapponesi e della svolta mediatica decisiva che arriva da un reality show di successo, guida in pochi anni l’espansione prima americana e poi globale di una lega che nel 2016 verrà acquistata per oltre 4 miliardi di dollari dal colosso californiano dell’entertainment Endeavor. Da due milioni a quattro miliardi di dollari, in poco meno di un quindicennio: una delle storie manageriali più incredibili di sempre nella storia dello sport-business, che impone al mondo la versione moderna dei combattimenti sportivi dell’antichità – non tanto quelli con armi ed equipaggiamenti militari dei gladiatori romani, quanto la durissima e violentissima combinazione di lotta e pugilato che negli agoni greci dava vita al pancrazio – con sapienza del format breve e adrenalinico perfetto per l’era degli highlights e delle clip social, e con l’iconica gabbia ottagonale mutuata da un film di Chuck Norris. Dana White dell’antica Roma è però il lanista, la figura che si occupava di scegliere, acquistare e mantenere i gladiatori da far combattere, quasi sempre schiavi di guerra romani. Un perfetto outsider del mondo sportivo come Trump di quello politico, entrambi fighter vincenti, anzi White per la sua provenienza familiare difficile anche qualcosa in più. Un reietto originario della “suburbia” bostoniana e discendente dell’emigrazione irlandese che ce l’ha fatta senza dover rinunciare ai propri modi rudi e bellicosi, prefigurazione di quella che sarà la voglia di rivincita dei maschi bianchi americani dei ceti medi sommergenti e impoveriti che Trump metterà al centro del suo progetto politico, e White al centro del suo pubblico sportivo. Emergere sfidando stati federali e leggi che vietano i tuoi spettacoli, broadcaster e sponsor che non li vogliono trasmettere e reclamizzare, per poi farcela e occupare il centro della scena, senza dimenticare la persona che ti aveva concesso l’utilizzo delle sue strutture quando tutti te le rifiutavano: Donald Trump, il presidente Donald Trump.
Fight! Fight! Fight!
Il legame politico tra Trump, White e l’UFC subisce un’intensificazione già nella campagna elettorale del 2020. È però nell’estate del 2024 che assistiamo al salto di scala. Il 14 luglio in occasione di un comizio a Butler in Pennsylvania, esattamente nel giorno che precede l’avvio della convention nazionale repubblicana a Milwaukee, Trump subisce un attentato. Vede la morte letteralmente a un passo, con il proiettile sparato da un ventenne (che poi verrà ucciso dai servizi di sicurezza) che lo colpisce a un orecchio. Nonostante le ferite riesce però a rialzarsi prima di abbandonare la scena sorretto dalla scorta e a pronunciare per tre volte una parola magica, brandendo il pugno chiuso: «Fight! Fight! Fight!». Trump ha lottato e vinto come un perfetto fighter UFC, che tra gli sportivi è quello che abita in maniera più vicina la soglia del dolore da tumefazione e sanguinamento del volto e quella di approssimazione fisica e mentale alla morte, soprattutto nelle prese di strangolamento a terra. La sua reazione energica è ovviamente indirizzata anche contro il rivale Joe Biden, al tempo ancora candidato, al centro delle critiche per la precarietà delle sue condizioni psicofisiche.
Per questo White, sul palco di Milwaukee, lo osanna più che in passato, facendone il fighter per eccellenza della nazione. Per questo motivo ogni fighter UFC, dopo l’attentato, si schiererà con Trump. Certo, già nella campagna elettorale del 2020 un gruppo di lottatori aveva creato in suo diretto supporto un collettivo denominato “Fighter Against Socialism”, con tanto di pulmino per fare campagna elettorale in suo favore, ma White si era sempre vantato della libertà di espressione totale accordata ai suoi atleti. Ora invece i quasi cinquecento fighter della lega diventano un unico corpo collettivo, un coro giubilante che si salda a un altro passaggio trasformativo decisivo, già avviato da Trump nell’estate del 2023 ma che nell’autunno del 2024 trova una sua consistenza politica diversa. Fare dell’UFC uno strumento centrale per vincere le elezioni. Rendere l’UFC un tutt’uno con l’universo del “Make America Great Again”, sfruttando elettoralmente il suo consistente bacino di giovani maschi bianchi ma anche ispanici e afroamericani, che non seguono la politica ma non si perdono un combattimento. Trasformare un pubblico sportivo, implicitamente trumpiano come orientamento e valori, in voti per tornare alla guida politica dell’impero americano, utilizzando ogni leva mediatica del mondo UFC, compresa quella del podcaster più famoso e seguito degli Stati Uniti, Joe Rogan, che dal 2002, cioè quando la lega era ancora semisconosciuta, è il commentatore televisivo più autorevole delle arti marziali miste, e di altri colleghi dai nomi poco istituzionali ma altrettanto efficaci nel veicolare seguito e consensi. Trump va ospite letteralmente in ognuno dei loro podcast, e le tre ore di discussione con Rogan, che in passato aveva sempre rivendicato la sua distanza dalla politica, ottengono un pazzesco successo virale sin dal primo istante della loro pubblicazione su YouTube il 26 ottobre 2024, in una crescita continua che ha ormai oltrepassato i 60 milioni di visualizzazioni[1]. È quello che tutti riconosceranno come il momento-chiave della campagna elettorale. Un’ora delle tre di conversazione è dedicata agli sport di combattimento, con Trump che rivela tutta la sua conoscenza profonda e appassionata, da vero fan accanito, e in cui Rogan a un certo punto si trasforma addirittura nell’intervistato, rispondendo alle mille curiosità sportive di Trump. La trama perfetta in cui i giovani maschi fan della lega ma digiuni di politica possono identificarsi.
Qui c’è la prima novità da analizzare. Dove il mondo occidentale separa lo sport dalla politica, e dove le leghe sportive sono le più attente nella gestione di questo confine, sempre spaventate di non invadere un terreno che non è il proprio, che resta quello di vendere spettacoli e non di aggregare consenso elettorale, Trump e White fanno il contrario. L’utilizzo dello sport come strumento di propaganda elettorale non è certo un’invenzione trumpiana, semmai berlusconiana. La differenza vera è segnata da quello che accade dopo le elezioni. Una campagna elettorale dalle tonalità sportive può fare epoca, venire studiata nelle università, essere presa a ispirazione da legioni di comunicatori politici e di esperti del marketing, ma per considerare lo sport uno strumento al servizio di un’ideologia politica e non un mero espediente tattico servono una diversa durata e consistenza. Sono i passaggi successivi alla rielezione di Trump a marcare una svolta profonda, in cui il legame tra sport e potere si cementa attraverso la piena partecipazione del mondo UFC all’ideologia politica trumpiana. La prima uscita pubblica di Trump dopo la vittoria elettorale è proprio a una serata di combattimenti di arti marziali miste al Madison Square Garden, la UFC 309, secondo il particolare modo di numerazione da sempre adottato dalla lega, in cui il tempo è autoscandito dai propri eventi. Le modalità del suo arrivo e della sua presenza sono imperiali: viene trionfalmente acclamato. Il pubblico è in visibilio, eccitato. Trump è la reincarnazione degli imperatori romani al Circo Massimo, che conoscevano l’importanza dell’ostensione del proprio corpo negli eventi sportivi, la necessità di stare in mezzo alla gente e di farsi guardare come fonte della propria auctoritas. Nella storia dei regimi politici democratici ogni leader politico ha presenziato a eventi sportivi, anche con grande coinvolgimento e partecipazione, ma nessuno è mai stato acclamato in questa maniera, anzi pochissimi sono stati acclamati tout court. Anche Silvio Berlusconi, da presidente del consiglio, diraderà la sua presenza allo stadio, la necessità dei modi istituzionali avrà la meglio sul suo rapporto fisico diretto ed eccitatorio con la tifoseria del Milan. Il rapporto canonico tra sport e leader politici è solita mente cerimoniale, e questo vale nei regimi democratici ma anche in quelli autoritari: il ricevimento di atleti o squadre nelle stanze presidenziali, gli immancabili discorsi sul valore dello sport, la retorica tipica delle celebrazioni vittoriose. Sempre di medesimo sapore protocollare la partecipazione ai momenti culminanti delle grandi competizioni internazionali, la presenza come atto dovuto, non mossa da sentimenti autentici. Trump però non è al Madison Square Garden per dovere protocollare. È lì per passione, e questa dimensione di autenticità si trasmette alla folla presente. È letteralmente uno di loro, senza distanze e mediazioni, esattamente come nella lunga chiacchierata nel podcast di Rogan. Nei regimi democratici i grandi eventi sportivi servono tradizionalmente a celebrare il potere costituito, il nazionalismo degli inni e delle bandiere così centrale nella sua seduzione spettacolare origina da eventi storici quasi sempre sanguinosi di cui si è persa memoria, poi trapassati nel formalismo e nel simbolismo istituzionale. Nel particolare utilizzo dello sport da parte di Trump troviamo invece l’energia di un potere costituente che si percepisce come distruzione creatrice e affermazione restauratrice, e che conosce per questo la necessità della lotta: «Fight! Fight! Fight!».
Non sorprende che accanto a lui a bordo gabbia ci siano tutte le figure del potere più vicine, vecchie e nuove, da Elon Musk (prima del litigio, avvenuto anche questo con modalità agonistiche) allo stesso White. È lui il primo fighter della nazione, e anche in questo caso, come dopo l’attentato, la comunità dei lottatori professionisti lo riconosce nel ruolo. Jon Jones, vincitore dell’incontro più atteso della serata nella categoria dei pesi massimi, si inchina in suo onore ed esegue per ben due volte la Trump-dance, prima di ringraziarlo pubblicamente per la presenza, sempre nel sottofondo di urla eccitate della folla. Il passo successivo è la presenza di White alla cerimonia d’insediamento del governo Trump alla Casa Bianca, il 22 gennaio 2025. Accanto ai signori del silicio e dei dati, la radice portante della tecnodestra trumpiana[2], il signore della lotta, il rappresentante dell’elemento arcaico del progetto MAGA che contempera quelli futuristi e modernizzanti. La vicenda biografica di White non ha nulla a che spartire con quelle dei protagonisti del mondo digitale e della valle del silicio. La sua storia personale racconta di una strana fusione tra palestre dei suburbi bostoniani e il capitalismo limbico dei casinò di Las Vegas. Non a caso White è un grande scommettitore e un grande giocatore d’azzardo, in forme sempre pubblicamente mostrate e rivendicate. L’eccitazione, in questo caso quella provata dagli spettatori nell’assistere al rischio sportivo estremo, quello della violenza potenzialmente mortale, è anche al centro del successo dei combattimenti UFC, che rappresentano un’interessante deviazione dalla traiettoria storica analizzata dal grande sociologo anglo-tedesco Norbert Elias per cui lo sport rappresenterebbe un vettore privilegiato del costante ingentilimento delle maniere su cui si fondano la civiltà moderna e la moderna democrazia. Intervistato da un altro celebre podcaster americano, Lex Fridman[3], White dirà che tutti i veri personaggi del potere mondiale, da Trump a Musk, da Zuckerberg a Putin, noto grande fan della UFC, subiscono il fascino profondo della lotta, come fosse un contrassegno del loro status di potenti. Non solo da spettatori, come nel caso di Trump, ma anche da praticanti, come per Musk e Zuckerberg, grandi amanti del ju-jitsu brasiliano, il secondo con tanto di tornei amatoriali all’attivo. La sfida al Colosseo tra i due, idea lanciata da White nel 2023 e poi presto abortita, non era quindi una semplice boutade. White, poche settimane prima della cerimonia d’insediamento di Trump alla Casa Bianca, verrà addirittura nominato nel consiglio d’amministrazione di Meta, assieme a John Elkann. In un’altra intervista a Forbes dirà anche che la lotta è presente sul pianeta Terra dall’alba dell’avventura dei sapiens, motivo per cui i combattimenti UFC sarebbero ontologicamente superiori a ogni altra disciplina sportiva, comprese quelle con la palla. Non la più seguita (o non ancora, per White), ma la più pregnante filosoficamente. Non è solo marketing. Nella lotta per il riconoscimento in cui si mette in gioco la propria vita il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel – nelle pagine della Fenomenologia dello Spirito dedicate alla dialettica servo/padrone che poi il filosofo russo Alexandre Kojève riprenderà e commenterà magistralmente nella Parigi degli anni Trenta del secolo scorso[4] – vedrà la fuoriuscita vittoriosa dalla necessità biologica e l’inizio della storia propriamente umana. Sappiamo poi dalle ricerche effettuate da due autorevoli neuroscienziati canadesi, Sergio e Vivien Pellis, che la lotta giocosa dei bambini serve allo sviluppo delle capacità cognitive degli esseri umani e ha ricoperto un ruolo centrale nel loro cammino evolutivo[5], motivo per cui andrebbe incentivata anche oggi in opposizione allo spavento terrorizzato tipico dell’iperprotettivismo dei genitori contemporanei. Insomma, anche se White non è certo un raffinato intellettuale e non saprebbe ricorrere a citazioni dotte come fa Peter Thiel, non sta spacciando fantasie o fandonie.
Gli ingressi trionfali di Trump ai combattimenti UFC proseguono nella primavera del 2025, dapprima a Miami e poi a Newark, preceduti da un’altra processione imperiale, questa volta a Philadelphia in occasione delle finali universitarie NCAA di lotta, disciplina da sempre negletta dai media e addirittura in procinto qualche anno fa di scomparire dal programma olimpico, ma da sempre serbatoio di talenti futuri per l’UFC. In tutte e tre le occasioni assistiamo al medesimo rito acclamatorio del Madison Square Garden: un fluido magico che lega l’eccitato pubblico presente al presidente-lottatore, in una comunione mistica che esalta il potere costituente del populismo trumpiano. Addirittura, a Newark, in preda a un vero e proprio raptus, il vincitore georgiano nella categoria dei pesi gallo, Merab Dvalishvili, assoluto protagonista della serata, scavalcherà la gabbia subito dopo la proclamazione per prostrarsi al cospetto di un divertito Trump. Un’altra fighter vincitrice di uno dei combattimenti in programma, Kayla Harrison, lo abbraccerà commossa donandogli per un momento la propria cintura di campionessa. Anche in questo caso l’evocazione dell’antica Roma, pur con le dovute differenze storico-politiche, ha degli elementi di forte connessione. La piena corrispondenza tra valori politici e valori messi in scena nelle competizioni sportive fu per secoli uno dei capisaldi della romanità repubblicana e imperiale. Le competizioni agonistiche e l’esaltazione che circondava i loro vincitori servivano a mettere in scena l’essenza politica di Roma, incontrastata vincitrice a livello militare contro ogni avversario. Un teatro del rispecchiamento, come negli spettacoli gladiatori, di cui gli studi più recenti ci confermano la natura sportiva e non la crudeltà sanguinaria e omicida cara all’immaginario letterario e cinematografico. Questo transfert simbolico è quindi un altro degli aspetti di novità dell’ideologia politica dello sport trumpiana. Quando vediamo una partita di calcio, di basket o di tennis non decliniamo da spettatori lo sport che stiamo seguendo in termini di appartenenza ideologica a un progetto politico. Si può sfruttare la cassa di risonanza mediatica dei grandi eventi sportivi per lanciare messaggi politici, come nel caso di alcuni gruppi ultras nel calcio, ma non politicizzare una disciplina sportiva in quanto tale. Solo nei primordi otto-novecenteschi dello sport moderno le faglie geopolitiche determinarono una politicizzazione delle discipline, con lo scontro militare tra Inghilterra e Germania che diventò per un certo periodo anche scontro tra il football inglese e la ginnastica di matrice tedesca, o ancora nel caso delle vicende conflittuali tra Inghilterra e Irlanda, con gli irlandesi a rivendicare la diversità del calcio gaelico dallo sport del nemico invasore. Tuttavia, nemmeno queste faglie hanno arrestato l’espansione trasversale del calcio. Nel loro appartenere a tutti, i grandi sport di massa non appartengono geopoliticamente a nessuno. Quando si assiste a un match tra Alcaraz e Sinner pensiamo forse alla natura politica del tennis? O durante una finale di Champions League a quella del calcio? Il carattere immersivo degli spettacoli agonistici distoglie dalla realtà. Quando invece vediamo in azione dei lottatori UFC possiamo vedere rispecchiata l’immagine di un destino storico in corso di compimento: l’America che torna grande. La capacità della nazione americana di combattere per ritrovare la sua forza industriale. La consapevolezza della sua forza militare, non più quella mostrata attraverso l’interventismo da poliziotti globali, ma quella di non essere attaccati perché i più grandi, i più forti e, se minacciati, i più reattivi nell’usare la forza. O, ancora, la postura da fighter adottata da Trump sui dazi commerciali, contro l’immigrazione irregolare o nelle guerre culturali. La prossima stazione del cammino imperiale, in qualche modo un compimento di tutto il percorso fin qui analizzato, viene svelata a inizio luglio 2025 in un comizio in Iowa, con l’annuncio da parte di Trump di aver affidato a White l’organizzazione di un evento UFC direttamente sui prati della Casa Bianca, previsto per il 14 giugno 2026 come momento celebrativo per i 250 anni dell’indipendenza nazionale. Dallo sport come passatempo presidenziale ricreativo e rigenerante, la cui rappresentazione più iconica è il campo da tennis fatto costruire alla Casa Bianca nel 1902 da Theodore Roosevelt e ancora oggi in funzione, alla gabbia ottagonale della prima lega sportiva inserita nella sala-comandi della potenza imperiale (e appare perfettamente lineare a questo punto che l’attuale capo della comunicazione di Trump, Steven Cheung, abbia ricoperto in passato lo stesso ruolo proprio nell’UFC, derivandone lo stile aggressivo oggi utilizzato contro gli avversari politici).
Tanti gli interrogativi suscitati da questi scenari. L’immedesimazione nei fighter adottata da Trump prefigura e presuppone la trasformazione autoritaria della democrazia? Possono davvero conciliarsi l’ispirazione che viene dall’agonismo spinto fino ai limiti della morte e da una feroce aggressività eletta a metodo con le procedure della vita democratica? Oppure si tratta solo di una caricatura, una finzione come nel wrestling, eccezione destinata a scomparire appena Trump non sarà più in carica, ricondotta dentro forme più tradizionali e formali della politica? E se, come ogni ideologia, fosse invece una deformazione della realtà, addirittura la maschera inconfessabile di un declino, come pensano dalle parti cinesi? Prospettive aperte, ma intanto nella civiltà americana contemporanea si è celebrata un’altra lotta, anche qui lo sport ha avuto un ruolo importante e anche qui c’è Trump, l’atleta Trump, al centro della scena.
[1] La conversazione tra Rogan e Trump è disponibile su YouTube a questo link.
[2] Il riferimento è al saggio di Andrea Venanzoni, Tecnodestra. I nuovi paradigmi del potere, Signs Publishing, Milano 2025.
[3] La conversazione tra Fridman e White è disponibile su YouTube a questo link.
[4] Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Fenomenologia dello Spirito, traduzione italiana a cura di Vincenzo Cicero, Bompiani, Milano 2000, pp. 279-283. Per il grande commento si veda Alexandre Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, a cura di Gian Franco Frigo, Adelphi, Milano 1996.
[5] Si veda in particolare Sergio Pellis e Vivien Pellis, The playful brains. Venturing to the limits of neuroscience, London, Oneworld publications, 2010.