“La paura dei barbari” di Tzvetan Todorov
- 07 Novembre 2020

“La paura dei barbari” di Tzvetan Todorov

Recensione a: Tzvetan Todorov, La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà, Garzanti, Milano 2018, pp. 288, euro 14 (scheda libro)

Scritto da Younesse Hamouda

6 minuti di lettura

La paura dei barbari è un testo che esprime in pieno la poliedricità del suo autore. Di fatti, Tzvetan Todorov nella sua opera del 2008 (La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà, edita in Italia da Garzanti nel 2009 e riedita nel 2018 nella collana Elefanti) mette in campo tutte le sue conoscenze in ambito antropologico, sociologico, storico e politico, facendone «una vera e propria cassetta degli attrezzi per decifrare la reale posta in gioco del nostro tempo». Perché, nonostante i continui – e necessari – rimandi al passato, ciò che interessa lo studioso è l’analisi del presente, caratterizzato dalla diffusione della tecnologia come mai prima nella storia. Tra i volti negativi del progresso tecnologico, l’attenzione di Todorov si pone sulla «facilità di accesso alle armi distruttive, in particolare gli esplosivi. […] Le istruzioni per costruire una bomba si trovano su internet, i loro componenti sono in vendita nei supermercati ed è sufficiente un telefono cellulare per provocare un’esplosione. Questa democratizzazione delle armi distruttive – continua Todorov – dà origine a una situazione del tutto nuova: non è più necessario disporre della potenza di uno Stato per causare forti perdite al proprio nemico, sono sufficienti alcuni individui ben motivati e con un minimo di disponibilità finanziaria» (pp.11-12).

Di fronte ad un tale mutamento, Todorov propone una divisione del mondo in quattro gruppi, caratterizzati rispettivamente da quattro sentimenti differenti. L’appetito è quello provato da Paesi come Giappone, Cina, India, Brasile e (forse) Messico e Sudafrica, i quali nutrono spesso la convinzione di essere stati esclusi dalla ripartizione delle ricchezze. Il risentimento gioca un ruolo di prim’ordine nei Paesi a maggioranza musulmana, i cui bersagli sono «gli antichi paesi colonizzatori d’Europa, considerati responsabili della miseria privata e dell’impotenza pubblica» (p.14). Il terzo gruppo è quello dei paesi occidentali, il cui sentimento prevalente è la paura. Tale percezione è dovuta dai movimenti dei due gruppi precedenti: l’espansione economica dei primi e gli attacchi terroristici dei secondi. L’ultimo gruppo, che racchiude tutti gli altri Paesi distribuiti su diversi continenti, è dominato dall’indecisione.

Orbene, la discussione centra il proprio punto nevralgico sul rapporto e i paradossi tra risentimento e paura. Difatti, se i Paesi occidentali devono difendersi dagli attacchi, è altrettanto vero che tale difesa non deve porsi in maniera più barbara (e anti-democratica) dell’attacco stesso. In altri termini, la tesi che Todorov sottopone al lettore è la seguente: «la paura dei barbari è ciò che rischia di renderci barbari». Conscio altresì di quel difficile concetto filosofico di eterogenesi dei fini, il monito di Todorov è chiaro: «il rimedio può essere peggiore del male» (p.16).

Cessato lo scontro ideologico che ha dominato il XX secolo, la Storia, secondo il celebre studioso americano Samuel Huntington, non è affatto finita. Piuttosto, il mondo occidentale dovrà fronteggiare una sfida nuova, ma non certo meno pericolosa: l’Islam. Perché, e lo studioso lo scrive in maniera chiara, il problema non è il fondamentalismo, ma l’Islam stesso. Dunque, l’opposizione immaginata dallo stesso Huntington vedrebbe contrapporsi l’Occidente e la religione islamica.

Eppure, un tale schema appare agli occhi di Todorov troppo manicheo e, per certi versi, scientista. Proprio per via di queste caratteristiche, la divisione del globo operata da Huntington secondo l’idea delle «civiltà» mette in evidenza tutte le sue debolezze. «Solo a leggere l’elenco degli otto candidati, è evidente che si scivola da un criterio all’altro: ora è la religione a decidere, ora la lingua, ora la geografia». Pur non dimenticando, come accennato poc’anzi, che nonostante l’enumerazione di tali gruppi «concretamente la minaccia s’incarna soprattutto in due specifiche tradizioni, la Cina e l’Islam» (p.123).

L’idea dello scontro delle civiltà pone alle proprie radici la divisione del mondo rappresentata dalla coppia oppositiva più longeva della storia dell’umanità: civiltà-barbarie. Una tale opposizione, oltre che essersi rivelata storicamente foriera di molte false rappresentazioni del mondo, pone problemi politici di grande rilievo. Precisamente, considerando gli Altri come il male assoluto da distruggere, non ci si farà scrupoli nella scelta degli strumenti da utilizzare a tale fine, così come non ci si porrà alcun problema nel volerli riportare al Bene. In questo la critica di Todorov si rivolge a quell’Occidente che spera di esportare la democrazia con le bombe, dimenticando che questi atteggiamenti, oltre che essere poco democratici, non fanno altro che nutrire il sentimento anti-occidentale e anti-democratico. Ed è in questo che si rivela la peripezia aristotelica: nella volontà di portare l’Altro da un presunto Male ad un presunto Bene, non si fa altro che distruggere sé stessi e dunque la stessa idea di Bene.

Se la coerenza del sistema immaginato da Huntington pone un primo problema, Todorov tiene a sottolineare innanzitutto che «non solo le culture vive sono in costante trasformazione, ma ogni individuo è portatore di culture molteplici» (p.124). Dunque, non si potrà considerare le culture come totalità facilmente distinguibili le une dalle altre. Non dimenticando peraltro che la volontà di distinguere artificialmente le culture secondo i criteri più vari fu esclusiva proprio di quei regimi totalitari che ora sarebbero – secondo il modello proposto da Huntington – sostituiti dall’Islam (e dalla Cina). Al fine di allontanarsi dai modelli totalitari, bisognerà piuttosto considerare il carattere mutevole delle culture, anche e soprattutto per via dell’interazione, del prestito e dell’ibridazione che esse creano. Inoltre, Todorov esorta il lettore a essere consapevole del fatto che «non sono le identità in quanto tali a causare conflitti, ma i conflitti a rendere le identità pericolose» (p.131). Ancora, «non sono le culture a entrare in guerra, né le religioni, ma le entità politiche: Stati, organizzazioni, partiti. E in questo senso è bene che le cose vadano così: i conflitti politici possono essere risolti da negoziati, le guerre tra civiltà che non si parlano, se scoppiassero, sarebbero impossibili da fermare» (p.132).

Di per sé la pluralità delle culture e delle società non pone problemi a priori. Di fatti, ricorda Todorov, «la società che accoglie favorevolmente questa pluralità si trova avvantaggiata rispetto alle altre». In questo, non è un caso se l’età dell’oro della cultura islamica corrisponde con il suo periodo di massima apertura alle altre culture: greca e romana, persiana e indiana, ebraica e cristiana (p.217). Ed è proprio per via di una tale insistenza sulla pluralità che il capitolo conclusivo del libro si concentra sull’identità europea. Un’identità intrinsecamente plurale, che subisce l’influenza non solamente di Roma, Atene e Gerusalemme, ma anche di Londra, Parigi e Amsterdam, così come di Ginevra, Vienna, Milano e Venezia (p.232). Come si può ben notare anche nel caso dell’Europa – su cui Todorov insiste particolarmente – la pluralità è forza. Ed è proprio l’equilibrio «tra unità e pluralità a diventare la specificità dell’Europa» (p.238). Se tuttavia questa pluralità per alcuni ha significato confondere l’idea di civiltà con quella di Europa, Todorov rifiuta questa tesi. Inoltre, se la barbarie in senso assoluto consiste nel «non riconoscere l’umanità degli altri, mentre il suo contrario, la civiltà, era precisamente la capacità di vedere gli altri come altri e ammettere nello stesso tempo che erano umani come noi», non si può certo affermare che la storia dell’Europa sia esclusivamente una storia di civiltà. Tuttavia, questo non deve farci pensare che «gli europei siano stati più barbari di altri popoli del mondo, come dicono talvolta in eccessi di autodenigrazione, ma perché la storia umana è sempre stata così. In compenso, il progetto di un’Unione Europea è un tentativo per rendere l’evoluzione del mondo in qualche modo più civilizzata» (p.264).

Secondo Todorov, e questa è la sua conclusione, per avvicinarsi alla civiltà occorre, da un lato, «riconoscere la differenza delle voci impegnate nello scambio, senza prestabilire che una delle due costituisca la norma e l’altra rappresenti una deviazione, o un’arretratezza, o una cattiva volontà». Dall’altro lato occorre che i partecipanti riconoscano «un quadro formale comune alla loro discussione» (p.265). In altri termini, occorre andare oltre i manicheismi che vorrebbero ripartire il Bene e il Male in compartimenti stagni una volta per tutte. In questo senso, «ciò a cui bisognerà rinunciare è la visione riduttiva degli altri, che si diffonde, non in maniera esclusiva ma certo dominante, nei media e nei discorsi ufficiali». Deve essere chiaro, afferma Todorov, che «Bin Laden non dice la verità dell’Islam più di quanto non lo faccia Hitler dell’Occidente; e ancor meno quella di tutti i musulmani». La pericolosità di tale narrazione è ciò che cattura l’attenzione dello studioso di origine bulgara: «così facendo, si spinge un miliardo di musulmani nelle braccia di qualche migliaio di islamisti, sospettando tutti di essere dei terroristi» (p.267). Dunque, e con queste tre frasi si chiude il testo di Todorov, «per sfuggire agli atti barbari di una grandezza spaventosa, la nostra migliore opportunità consiste nel liberarci dal dominio della paura, per gli uni, del risentimento, per gli altri, e tentare di vivere in questo mondo plurale in cui l’affermazione di sé non avviene attraverso la distruzione o la sottomissione dell’altro. Non vi sono dubbi sulla scelta che s’impone. È giunto il momento per ciascuno di assumersi le proprie responsabilità: bisogna proteggere il nostro fragile pianeta e i suoi abitanti così imperfetti, gli esseri umani» (p.269).

Scritto da
Younesse Hamouda

Laureato in sviluppo e cooperazione internazionale presso l’università di Bologna nel 2017. Nel 2019 si laurea con lode in Scienze internazionali e diplomatiche presso la stessa università. Durante il percorso di laurea magistrale frequenta il corso di formazione in analista euromediterraneo presso l’Istituto affari internazionali di Roma. Guarda con interesse i temi legati alla filosofia politica e le relazioni internazionali.

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