La politica dei competenti: Harold Laski e le limitazioni dell’esperto
- 29 Giugno 2021

La politica dei competenti: Harold Laski e le limitazioni dell’esperto

Scritto da Alessandro Venieri

9 minuti di lettura

Negli ultimi mesi ha ripreso quota, sia in Italia che all’estero, il dibattito riguardante la relazione che dovrebbe intercorrere tra tecnica e politica. Ciò è avvenuto per svariati motivi, sia interni che esterni. Tra i secondi figurano lo scoppio e il diffondersi della pandemia che, come evento sanitario prima che economico e sociale, ha richiesto un enorme sforzo da parte dei ricercatori nel tracciamento, studio e contrasto al virus Covid-19. In aggiunta all’aspetto prettamente medico-sanitario, sotto il profilo economico il varo del Next Generation EU con la stesura dei piani nazionali di ripresa e resilienza ha portato alla ribalta gli esperti di economia e finanza. In Italia, oltre a questi fattori comuni al resto del continente, occorre considerare anche l’avvio di un nuovo esecutivo di ispirazione tecnica guidato dall’ex presidente della BCE Mario Draghi, dopo che il capo dello Stato aveva rivolto un appello a tutte le forze politiche affinché conferissero la fiducia a «un governo di alto profilo» che non dovesse identificarsi con «alcuna formula politica»[1].

Si sono susseguiti nell’ultimo anno anche svariati contributi che hanno affrontato la questione del rapporto tra potere politico e ruolo dei tecnici. In particolare vale la pena qui ricordare almeno il saggio di Raffaele Alberto Ventura, Radical Choc. Ascesa e caduta dei competenti, e quello di Lorenzo Castellani, L’ingranaggio del potere[2].

In questi lavori solitamente non viene citato un testo tanto tagliente quanto sconosciuto, The limitations of the expert, un breve saggio del 1931 scritto dal politologo ed esponente laburista Harold Laski e da poco riproposto dall’editore Springer per la sua enorme attualità[3]. Il saggio si colloca in un’epoca storica caratterizzata da una vasta riflessione riguardante le “tecnocrazie”. La conflagrazione della prima guerra mondiale con le sue istanze totalizzanti aveva aperto la porta a un nuovo modo di intendere lo sforzo economico, politico e sociale delle unità statali. La collaborazione durante la guerra tra gli alleati aveva assunto forme innovative che avevano preparato il terreno per la nascita della Società delle Nazioni, prima organizzazione inter-governativa a porsi finalità esplicitamente progressive e che assunse col tempo prerogative sempre più sovranazionali in ambito finanziario ed economico[4].

Sul versante teorico, nel 1917 Max Weber aveva pubblicato il suo Wissenschaft als Beruf, seguito solo due anni dopo dal più famoso Politik als Beruf[5]. In quest’ultimo volume in particolare il grande sociologo tedesco analizzava il nesso tra politici e competenti, mettendo in rilievo i pericoli insiti in una sovrapposizione delle rispettive sfere di azione. Nel frattempo in Inghilterra John M. Keynes, nell’allocuzione Am I a Liberal? pronunciata a Cambridge durante la Liberal Summer School del 1925, scriveva che «in futuro, più che mai, le questioni riguardanti la struttura economica della società saranno di gran lunga le più importanti tra le questioni politiche»[6]. Aggiungeva che a suo giudizio «le soluzioni giuste richiederanno elementi scientifici e intellettuali che devono rimanere al di sopra delle teste della grande massa degli elettori più o meno illetterati»[7]. Keynes sosteneva, sulla scorta di quanto suggerito da Salter, Mitrany e Wells, la necessità di una forte iniezione di competenza nelle dinamiche politiche. Allo stesso tempo immaginava dei partiti capaci di conciliare le agende politiche e i programmi tecnici con le nozioni pubbliche di ragionevolezza e tollerabilità.

Nel 1931 veniva fondata negli Stati Uniti la Technocracy Incorporated, associazione fondata da Howard Scott che sosteneva di poter salvare il capitalismo attraverso un “Technato” guidato da ingegneri incaricati di sviluppare in maniera centralizzata nuovi sistemi di produzione, distribuzione e calcolo dei prezzi. Tale iniziativa, che incontrò negli anni Trenta e Quaranta una fortuna enorme, con milioni di affiliati, prendeva spunto da un testo di Thorstein Veblen del 1921, The engineers and the price system, il cui ultimo capitolo, A memorandum on a practicable soviet of technicians prefigurava una società guidata da gruppi di esperti, riuniti in un Soviet[8].

La riflessione di Laski va ad inserirsi pertanto in un dibattito già ricco di voci e fermenti, ma lo spunto per lo scritto è più di natura biografica che speculativa. Proprio in quei mesi del 1931 si andava chiudendo la seconda esperienza di un governo laburista di minoranza nel Regno Unito, guidato da Ramsay MacDonald e dipendente dal supporto esterno dei liberali. Il governo MacDonald aveva dovuto affrontare le conseguenze sociali della crisi del ’29, che aveva portato nel Paese un’ondata di disoccupazione senza precedenti (il numero di disoccupati ammontava a due milioni e mezzo nel dicembre del 1930). Per via sia di una timidezza interna che della pressione dei liberali, il cabinet laburista non aveva abbandonato le vie dell’ortodossia economica liberale, propugnata in maniera particolare dal cancelliere dello scacchiere Philip Snowden. In linea con queste inclinazioni, il governo MacDonald si impegnò in una strenua difesa del valore della sterlina, pilastro del gold standard e simbolo del predominio britannico. Quando fu chiaro che Snowden e MacDonald erano disposti a ridurre le esigue misure di tutela sociale e, prime fra tutte, i sussidi di disoccupazione, pur di accedere a linee di credito per sostenere la sterlina, si consumò una dolorosa frattura all’interno del partito laburista.

Laski, da esponente di primo piano del partito, dovette in quei mesi rivedere le proprie idee politiche in maniera radicale (qui da intendersi letteralmente, come svolta in senso radical-rivoluzionario). Dal suo punto di vista, il fallimento del partito laburista al governo era dovuto, da un lato, alla “resistenza” che la burocrazia di Stato opponeva al cambiamento e, dall’altro, alla progressiva mutazione che stava trasformando il partito laburista, con la preminenza acquisita dagli elementi aristocratici e borghesi nel momento in cui per funzioni di governo erano stati favoriti in base alle loro competenze più elevate[9]. La via democratica di presa del potere era pertanto inservibile e occorreva ricorrere a strategie di lotta più rivoluzionarie, che dovevano avere come uno dei propri cardini una limitazione della rilevanza assunta dagli esperti.

All’inizio del saggio leggiamo: «I giorni dell’uomo comune sono trascorsi. Nessuna critica della democrazia è più di moda ai nostri tempi che quella che pone l’accento sulla sua incompetenza»[10]. Troviamo di seguito degli esempi che riecheggiano sorprendentemente degli adagi di moda tutt’oggi: «Come per questioni mediche andiamo da un dottore, o per costruire un ponte da un ingegnere, allo stesso modo in questioni di politiche sociali dovremmo far riferimento ad un esperto di questioni sociali. Solo lui, ci viene detto con crescente enfasi, può orientarsi tra le labirintiche complessità della vita reale»[11]. E ancora: «L’uomo comune non può progettare una città, o ideare un sistema di drenaggio, o decidere sull’opportunità di una vaccinazione obbligatoria senza l’aiuto e la conoscenza ad ogni singolo passo di persone che si sono specializzate in quei campi»[12]. Laski riconosce il ruolo degli esperti, li considera imprescindibili per il processo politico moderno: per decidere il politico deve avere di fronte agli occhi i fatti mediati dall’analisi degli esperti, ridotti ad unità più semplici e dunque intellegibili. Eppure, l’esperto seppur necessario non è sufficiente.

In una acuta analisi sociologica e psicologica della figura dell’esperto, Laski mette in luce quelli che potrebbero essere definiti i “sette peccati capitali” del competente. Innanzitutto, spiega il politologo e politico laburista, l’esperto sacrifica l’intuito dell’uomo comune sull’altare dell’intensità della propria esperienza. L’esempio di Laski è imperniato su Taylor, nume tutelare della scienza manageriale, che dimenticò le sfaccettature della natura umana e il fatto che i lavoratori di cui parlava fossero dotati una volontà propria e non fossero meri strumenti per la produzione di ghisa.

In secondo luogo, l’esperto – in termini generali – è arroccato su posizioni conservatrici per quanto riguarda in modo particolare la propria scienza o disciplina di riferimento e fa difficoltà ad accettare le novità che ne intaccano gli assunti di base. Laski in questo caso cita il caso dell’opposizione da parte di Adam Sedgwick e Richard Owen a Darwin.

Prosegue poi citando un altro fondamentale handicap strutturale degli esperti, ovvero l’incapacità che essi hanno di vedere al di là dei risultati di laboratorio o dei test, ovvero di mettere in prospettiva le proprie o altrui scoperte. L’esempio che stavolta il politologo britannico porta a supporto della sua tesi è la diffusione, al suo tempo, di test psicometrici con i quali si tentava di misurare la differenza in termini di quozienti intellettivi tra diverse nazioni (a volta a supporto di tesi biologiche razziste). Generalizzando questi risultati “scientifici”, molti psicologi inferivano in quegli anni che gli immigrati italiani negli USA fossero inferiori mentalmente ad altri cittadini del Paese. E con un pizzico di ironia afferma sempre Laski: «comunque, un minimo di buon senso suggerirebbe di dubitare di conclusioni che indichino un’inferiorità mentale del popolo che ha prodotto Dante e Petrarca, Vico e Machiavelli»[13].

Tipico degli esperti sarebbe poi un accentuato spirito di casta, che tende a renderli impermeabili rispetto a posizioni o giudizi presi da non-esperti o da esperti di altri campi. A tal proposito il politologo cita lo sviluppo dei carrarmati durante la prima guerra mondiale, considerati a lungo dai membri delle forze armate con scetticismo, quali intrusioni indebite da parte dei civili nella loro professione.

Come quinto peccato capitale degli esperti Laski cita la mancanza di flessibilità mentale di cui gli esperti soffrono, specialmente per via della loro routine di ricerca e sperimentazione di nicchia. Tale tratto si accentuerebbe in special modo nel momento in cui essi tendono ad allontanarsi dalla propria area di competenza e a dover emettere giudizi su altri campi della vita umana.
Lo “specialismo” sembra generare un certo orrore per le esperienze e esperimenti inusuali, generando una specie di strabismo nell’approcciare situazioni considerate fuori dall’ordinario.

Laski prosegue menzionando il limite importante per cui un esperto, che ha dedicato anni della propria vita alla ricerca e poi al lavoro in una determinata nicchia, non riesce a capire l’uomo comune. Egli tende a sviluppare una forma di paternalistica condiscendenza nei confronti dell’uomo della strada, del cittadino medio. Tende inoltre ad assumere che l’uomo comune debba accettare l’opinione dell’esperto “affidandosi” alla sua esperienza, senza passare attraverso un processo di convincimento interiore. Il finale, ma non per questo meno grave, peccato capitale degli esperti è che tendono a fare del proprio ambito di ricerca e indagine la misura della vita piuttosto che il contrario. Il risultato di questa tendenza, molto spesso, è una incapacità di discriminare tra le due sfere.

Laski conclude esprimendo in maniera chiara quale sia il suo modo di intendere il ruolo degli esperti. Questi ultimi devono avere un ruolo nella costruzione delle politiche pubbliche, soprattutto in un mondo che è sempre più complesso. Ma, parafrasando Sir William Harcourt, il politico laburista asserisce che «i capi politici dei dipartimenti (ministeri) sono necessari per dire al servizio civile (la burocrazia statale) quali decisioni il pubblico non accetterà». L’esperto, ancora, viene definito come «an invaluable servant and an impossible master», un impiegato di inestimabile valore e un padrone impossibile. Infatti egli o ella non potrebbe sostituirsi ai politici, i quali dovrebbero avere un «supremo senso comune» per determinare i limiti del possibile tra ciò che gli esperti desiderano e quello che l’uomo comune può accettare. Dilettante talentuoso, il politico deve sapere di tutto un po’, possedere una conoscenza eclettica che possa aiutarlo a guidare la società nel suo insieme. Al contrario lo scienziato, il tecnico, l’esperto, tendono a non avere grande riguardo per il senso comune, per il mondo delle percezioni e risultano spesso dei pessimi comunicatori.

Negli anni Trenta, Laski percepiva che la burocratizzazione e la progressiva presa degli esperti sul dibattito pubblico fossero una tendenza in rapido rafforzamento e metteva in guardia dalla tentazione di voler vedere i ranghi della politica disseminati di burocrati ed esperti. Se per via dell’accresciuta complessità del contesto si fosse deciso di escludere “l’uomo comune” dal processo decisionale, gli esperti avrebbero finito per determinare non solo i mezzi ma anche i fini, e le loro decisioni sarebbero sempre più diventate auto-riferite e distanti dagli elettorati. Tale esito viene considerato auspicabile dai positivisti contemporanei che si abbandonano a una fallace glorificazione della tecnica e per i quali «il pensiero, nell’atto stesso in cui funziona come ancilla administrationis, diventa rector mundi»[14].

Laski aveva torto nel breve termine: l’Europa vide una rapida ascesa delle ideologie, un disastroso conflitto mondiale, la guerra fredda, e in Inghilterra proprio il suo partito laburista seppe fare buon uso nel secondo dopoguerra del ruolo degli esperti (William Beveridge su tutti). I suoi timori però illuminano alcuni sviluppi più recenti e in nessun altro Paese avanzato i timori di Laski si sono avverati tanto quanto in Italia. Nel nostro Paese in effetti lo stallo della politica ha prodotto regolarmente dei governi dall’ispirazione tecnica (benché costituzionalmente tutti i governi siano da considerarsi politici), con una frequenza preoccupante. I partiti politici dimostrano una enorme disinvoltura ad affidarsi a soluzioni di questo tipo, che sempre più paiono assumere i contorni di una tecnica di potere: incapaci di riformare il sistema politico e se stessi, i partiti si servono di queste parentesi per poter ricostruire la propria credibilità, tamponare gli effetti negativi delle proprie azioni (o inazioni) di governo, e poi sfruttare in senso populistico il successo o fallimento del governo a direzione tecnica. Ma la cronica mancanza di sistemi organici di fini non potrà essere soccorsa dal ricorso ad esecutivi di ispirazione tecnocratica, con una paradossale giustificazione dei fini da parte dei mezzi, né la dicotomia destra-sinistra è resa obsoleta da un’ottima governance (come già sosteneva Norberto Bobbio più di venti anni fa[15]). Né – vale la pena ricordarlo – esistono decisioni tali da sospendere o evadere l’agone politico: «gli uomini infatti prendono, in qualsiasi contesto, decisioni politiche»[16] e tra tali decisioni rientrano anche l’illusione o la strategia di credere che questo assioma non sia vero.


[1] Crisi di governo, il discorso integrale del presidente Mattarella, «la Repubblica», 02 febbraio 2021.

[2] R. A. Ventura, Radical Choc. Ascesa e caduta dei competenti, Einaudi, Torino 2020; L. Castellani, L’ingranaggio del potere, Liberilibri, Macerata 2020.

[3] H. J. Laski, The Limitations of the Expert, «Society» 57371–377 (2020).

[4] P. Clavin, Securing the World Economy: The Reinventino of the League of Nations, 1920-1946, Oxford University Press, Oxford 2015.

[5] M. Weber, La politica come professione, Armando Editore, Roma 1997.

[6] J. M. Keynes, The Collected Writings of John Maynard Keynes – Essays in Persuasion, Royal Economic Society, 2012, p. 295.

[7] Ibidem.

[8] T. Veblen, The engineers and the price system, Martino Fine Books, Eastford 2012.

[9] M. Newman, Harold Laski. A Political Biography, Palgrave Macmillan, Londra 1993, pp. 133-151.

[10] Laski, 2020.

[11] Ibidem, traduzione dell’autore.

[12] Ibidem, traduzione dell’autore.

[13] Ibidem, traduzione dell’autore.

[14] M. Horkheimer, Eclisse della ragione, Einaudi, Torino 2000, p. 56.

[15] N. Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli Editore, Roma, p. 6: «Ma vi è stato anche chi in modo più radicale ha respinto ogni perseverante visione dicotomica sostenendo che anche quest’ultima dicotomia è una delle tante “baggianate” in politichese, da cui bisogna liberarsi per formare d’ora innanzi nuove aggregazioni non in base a posizioni ma in base a problemi».

[16] H. Laski, A grammar of politics, Chand and Company 2nd Edition, 1946 (1925), p. 43.

Scritto da
Alessandro Venieri

Nato nel 1992 in Ancona, ma residente da sempre a San Benedetto del Tronto, ha conseguito una laurea triennale in storia all’Università di Bologna con una tesi sul tardo-antico. In seguito, ha ottenuto il doppio titolo magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna (campus di Forlì) e in Public Policy alla Higher School of Economics di Mosca. Dopo aver studiato alla London School of Economics (MSc in International Political Economy) ha conseguito un Advanced Diploma in Economics e un MPhil in Economic and Social History all’Università di Cambridge. Al momento lavora all’ESMA (European Securities and Markets Authority), mentre in passato ha svolto tirocini presso l’Ambasciata d’Italia a Stoccolma, l’Institute of International Monetary Research e lo European University Institute.

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