La politica di coesione e le minacce alla convergenza fra i paesi europei
- 08 Settembre 2019

La politica di coesione e le minacce alla convergenza fra i paesi europei

Scritto da Luigi Di Cataldo

14 minuti di lettura

L’integrazione economica «profonda» (Rodrik 2015) fra paesi con rilevanti disparità economico-sociali rischia di produrre effetti distorsivi sul funzionamento del mercato interno e dell’Unione monetaria nonché di pregiudicare la solidarietà fra i paesi membri. Il gruppo di paesi che compongono l’Unione è difatti estremamente eterogeneo, carattere peraltro sensibilmente accresciuto dai sette allargamenti che hanno esteso il nucleo originario.

L’Atto unico dell’1986 ha inserito la coesione economica e sociale fra le competenze della Comunità e, nel 2008, il Trattato di Lisbona ha aggiunto una terza dimensione della coesione, ossia quella “territoriale”. La coesione economica condiziona quella sociale e viceversa. La coesione territoriale è piuttosto un presupposto alle prime, poiché l’organizzazione e la pianificazione del territorio su scala europea rendono possibile l’implementazione di politiche coordinate, più efficienti ed efficaci. Inoltre, attua concretamente il principio di uguaglianza tra cittadini a prescindere dall’appartenenza nazionale ma in quanto membri dell’Unione. Coesione economica, sociale e territoriale sono valori fondamentali dell’ordinamento europeo enunciati nell’Art. 3 del TUE, comm. 3, par. 2, «…promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri».

Questo perché la coesione nella sua triplice dimensione non ha una valenza limitatamente simbolica ma densa di implicazioni pratiche e politiche. Tanto più la crescita economica e la diffusione del benessere saranno uniformemente distribuite nello spazio europeo quanto più maturerà un senso di solidarietà fra i popoli e fra gli Stati che compongono l’Unione. Tanto più la regione sarà coesa quanto più sarà garantito un funzionamento sano del mercato europeo e le istituzioni europee saranno percepite come legittime. Tanto prima si riuscirà ad invertire il declino economico-sociale della classe media occidentale e dei paesi dell’Europa meridionale quanto prima si arginerà l’avanzata di fenomeni preoccupanti.

La convergenza economica, ovvero l’avvicinamento nei livelli di crescita, nell’entità del PIL pro capite e nella competitività del sistema produttivo è dunque un obiettivo fondamentale dell’Unione. Le disuguaglianze economiche, sia fra paesi sia all’interno degli stessi, producono disuguaglianze sociali che sospingono l’ascesa di forze politiche populiste e di una retorica demagogica minando la tenuta dell’ordine politico e sociale. L’attività redistributiva sovranazionale tramite le politiche di coesione può per questo rappresentare il presupposto non solo al corretto svolgimento delle dinamiche economico-produttive nello spazio europeo e al mantenimento di un sentimento di solidarietà fra popoli e Stati ma anche l’antidoto contro lo sviluppo di movimenti politici antieuropei. Nonostante ciò, il perdurante andamento divergente fra i paesi membri ha stimolato un dibattito acceso riguardo l’efficacia e il dispendio di risorse di questa modalità dell’azione sovranazionale. Servono dunque riforme decisive orientate all’ottimizzazione degli sforzi e che pongano come obiettivo primario della complessiva azione europea il raggiungimento di una certa convergenza.

Questo scritto si propone di affrontare la questione partendo dalle evidenze empiriche rilevate dai più recenti report nazionali (il rapporto SVIMEZ del 2018 e il Documento di valutazione N. 11 del Senato della Repubblica del 2018 sull’impatto delle politiche di coesione in Europa e in Italia) ed europei (Settima relazione della Commissione europea sulla coesione economica, sociale e territoriale). Rispetto a quali fenomeni e fattori va giudicata la quantificazione delle risorse e l’efficacia del loro impatto? Sono queste le domande a cui si tenterà di rispondere vista l’ormai prossima conclusione del ciclo di programmazione 2014-2020 e l’affermarsi di una fuorviante retorica euroscettica e semplicistica.

 

Le minacce alla coesione economica

La salute delle economie nazionali, e dell’economia globale nel suo insieme, continua a subire il condizionamento di fattori ineludibili, i quali non possono che essere affrontati in modo congiunto e da una prospettiva sovranazionale: l’impatto della Grande Recessione, la cosiddetta sovereign debt crisis che vi ha fatto seguito, gli effetti distributivi della globalizzazione economica e la crescente automazione-digitalizzazione dei processi produttivi. Nella specificità del caso europeo questi fattori si sono sovrapposti acuendo una già pronunciata tendenza divergente fra gli Stati membri contraddistinti da rilevanti difformità in termini di consistenza e dinamica del PIL, esposizione debitoria, consistenza del tessuto produttivo, propensione all’innovazione, qualifica del capitale umano, pressione fiscale, oneri amministrativi e giuridici, ecc. Senza dubbio la crisi recente è stata uno shock, un momento di rottura in termini di performance economica e di psicologia individuale e collettiva. La non perfetta integrazione in termini fiscali e di bilancio nonché di politica economica ha accentuato drasticamente la portata asimmetrica della congiuntura negativa colpendo taluni paesi più di altri, soprattutto quelli che già pativano un certo gap.

Pertanto è opportuno porre uno sguardo al periodo 2000-2014 (Fig. 1) per cogliere eventuali effetti del meltdown finanziario e i suoi sviluppi sulla dinamica convergente-divergente fra i paesi europei. Prima della crisi economica la disparità in termini di PIL pro capite, Tasso di occupazione e Tasso di disoccupazione si stavano riducendo come mostra l’andamento discendente del “coefficiente di variazione” nell’intervallo tra il 2000 e il 2008 poiché le regioni più povere hanno mostrato ritmi di crescita sostenuti, maggiori di quelle più sviluppate. La crisi ha in parte vanificato quanto fatto inducendo un andamento ascendente a tali coefficienti fra il 2008 e il 2014.

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Figura 1 – Coefficiente di variazione del PIL pro capite, tasso di occupazione (20-64), tasso di disoccupazione nelle regioni NUTS 2 dell’UE-28, 2000-2016 (indici 2000=100). Fonte: 7° Relazione sulla coesione economica, sociale, territoriale della Commissione europea.

Uno sguardo va poi certamente rivolto alla globalizzazione produttrice di dirompenti effetti distributivi. La discussione non dovrebbe riguardare l’integrazione economica globale di per sé – che è un fenomeno destinato a progredire spontaneamente sospinto dalle innovazioni tecnologiche nell’ambito della comunicazione e dei trasporti – quanto invece il modo in cui è disciplinata dagli organismi internazionali (Rodrik 2015; Stiglitz 2018), se dunque sia preservato un margine di discrezionalità che consenta agli Stati di mitigare gli effetti perversi di cui è inevitabilmente portatrice. L’attuale regolamentazione dell’arena competitiva globale non solo premia i più capaci, vale a dire coloro che compiono investimenti sulla produttività, sulla ricerca e sulla qualità ma anche i più “sleali”. Alla strabiliante prestazione di paesi come Cina e India vanno accostati i costi non indifferenti sostenuti dalle economie occidentali e dai sistemi giuridici più strutturati dovuti alla diffusione delle pratiche del cosiddetto social and salary dumping. La sempre più diretta concorrenza a basso costo proveniente dai paesi emergenti con tutele e costi del lavoro più bassi ha indotto un repentino stravolgimento del sistema economico-produttivo e della stratificazione sociale nei relativi competitor.

La contrazione delle quote di mercato, la stagnazione dei salari e la delocalizzazione delle fasi produttive secondo le opportunità offerte dalla divisione internazionale del lavoro hanno insistito in misura maggiore su certi Stati europei colpendo duramente la coesione economica e sociale all’interno dell’Unione. La settima relazione della Commissione europea “sulla coesione economica, sociale e territoriale” ha proposto una raccolta di dati empirici che conferma queste tendenze (Fig. 2; Fig. 3). La Commissione ha individuato precisi fattori di rischio che espongono maggiormente un sistema economico alla concorrenza del mercato globale e all’automazione-digitalizzazione dei processi produttivi: la quota di forza lavoro occupata in agricoltura; la quota di forza lavoro occupata nell’industria e nella manifattura dal basso contenuto tecnologico; il grado di istruzione e le competenze digitali della popolazione. La relazione della Commissione mette in guardia certi paesi più vulnerabili come il nostro, in particolar modo rispetto alle zone più sviluppate ed economicamente più vivaci.

Le Fig. 2 e 3 mostrano l’incidenza dei settori agricolo e industriale (esclusa l’edilizia) fra i paesi europei ripartiti, in relazione al rapporto PIL/PIL medio UE, in “più sviluppati”, “in transizione” e “meno sviluppati”. Nel 1995 il settore industriale (esclusa l’edilizia) e il settore agricolo coprivano rispettivamente il 21% e 9% del totale degli occupati, nel 2014 hanno subito un ridimensionamento notevole passando al 16% e 5%. Gli Stati europei con tessuti produttivi tradizionali e dal basso contenuto tecnologico, gli stessi più colpiti dallo shock economico, sono inevitabilmente più esposti e danneggiati dalla concorrenza globale avendo un’incidenza dei settori anzidetti sugli occupati e sul PIL ben più alta rispetto alla media UE: +7% nell’industria e +11% nell’agricoltura.

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Figura 2 – Quote dell’occupazione e del VAL nell’industria (esclusa l’edilizia) 1995-2014. Fonte: 7° Relazione sulla coesione economica, sociale, territoriale della Commissione europea.

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Figura 3 – Quote dell’occupazione e del VAL nell’agricoltura 1995-2014. Fonte: 7° Relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale della Commissione europea.

Quindi l’andamento divergente nel parterre di paesi che formano l’Unione non va interamente imputato all’insuccesso delle politiche di coesione bensì all’insistenza di fenomeni avversi sui medesimi paesi già contraddistinti da un gap economico-sociale.

 

Come risalire la catena internazionale del valore?

La relazione della Commissione, come anche una ormai consolidata letteratura economica, individuano come unica soluzione possibile la risalita della catena internazionale del valore attraverso investimenti sui fattori di crescita endogena di cui sono elementi cruciali la propensione all’innovazione e la qualifica del capitale umano. Gli interventi europei devono dunque agire direttamente, laddove necessario, sulla dotazione di capitale territoriale poiché dipenderà da questo sia l’impatto di finanziamenti futuri, sia la possibilità di imboccare un sentiero di crescita autosufficiente.

L’OCSE definisce il capitale territoriale come «lo stock di dotazioni che formano la base per lo sviluppo endogeno di ogni regione o città, e istituzioni con modalità decisionali e abilità professionali per il miglior utilizzo di queste dotazioni» (Documento di valutazione N. 11, 2018, “L’impatto della politica di coesione in Europa e in Italia” dell’Impact Assessment Office del Senato della Repubblica). Nonostante la Strategia Europa 2020 ponga obiettivi importanti in termini di innovazione e qualifica del capitale umano anche su questo punto emergono dati non omogenei e per di più coincidenti con i gap fin qui evidenziati.

Riguardo all’innovazione è evidente quanto sia importante non per stimolare la crescita economica ma soprattutto per sottrarsi alla concorrenza a basso costo dei paesi emergenti. Purtroppo la sua misurazione non è priva di difficoltà, per tanto in questa sede si riportano le misurazioni compiute dalla Commissione nella Settima Relazione riportata in bibliografia. Si tratta di metodi diversi la cui associazione mira a configurare un quadro il più possibile chiaro e realistico. Un dato importante è senz’altro il numero di brevetti registrati presso l’Ufficio europeo dei brevetti (Fig. 4). Pur trattandosi di un valore assoluto non è esaustivo poiché limitato alle innovazioni brevettabili tralasciandone altre non meno importanti: organizzative, di mercato e di processo. I dati mostrano la predisposizione all’innovazione in ambienti già caratterizzati da un certo sviluppo economico. La più alta concentrazione dei brevetti è, appunto, in Paesi Bassi, Germania, Austria, Danimarca e Svezia.

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Figura 4 – Brevetti per regione metropolitana, 2009-2011. Fonte: 7° Relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale della Commisione euoropea.

Un secondo strumento utile ai fini della rilevazione della propensione all’innovazione è il dato sugli investimenti in Ricerca & Sviluppo (Fig. 5). La media europea ha avuto una crescita modesta, quasi impercettibile, tra il 1995 e il 2014 passando dall’ 1,8% al 2% del PIL. Questo a causa dell’enorme sperequazione fra regioni più e meno sviluppate.

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Figura 5 – Spesa complessiva R&S, 2014. Fonte: 7° Relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale della Commissione europea.

Ultimo strumento d’indagine che fornisce ulteriore conferma di quanto sin qui esposto è la metodologia quadro di valutazione dell’innovazione regionale. Nella sua ultima edizione ha classificato le regioni in quattro gruppi: leader nell’innovazione; forti innovatori; innovatori moderati; innovatori modesti. I dati rilevano che 128 regioni hanno registrato un miglioramento mentre 86 un peggioramento. Nelle prime però rientrano appena il 30% degli innovatori modesti mentre il 75% delle regioni già leader hanno migliorato la propria performance in termini di innovazione.

Spostando la nostra attenzione sul capitale umano lo scenario rimane coerentemente asimmetrico. La Fig. 6 descrive la permanenza di divari notevoli in termini di popolazione dotata di un’istruzione terziaria. Ugualmente, la Fig. 7 racconta di uno squilibrio in termini di competenze digitali fra regioni “più sviluppate”, “in transizione” e “meno sviluppate”. Gli investimenti nella qualifica della forza lavoro hanno un peso rilevante nel rafforzare la crescita dell’economia e la competitività del sistema produttivo rispetto la concorrenza dei paesi emergenti. La maggiore competenza e abilità delle persone facilita non solo la loro occupabilità ma soprattutto lo sviluppo di settori innovativi e l’innovazione di settori tradizionali.

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Figura 6 – Popolazione 25-64 anni con un’istruzione terziaria, 2016. Fonte: 7° Relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale della Commissione europea.

 

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Figura 7 – Livelli di competenze digitali della popolazione per livello di sviluppo economico, 2015. Fonte: 7° Relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale della Commissione europea.

 

Dunque ritroviamo uno squilibrio pericoloso pure fra i fattori di crescita endogena che costituiscono il capitale territoriale e sono quindi decisivi per catalizzare gli interventi redistributivi e istaurare una crescita autosufficiente di lungo periodo. Il peso dei fattori di crescita endogena sulla performance economica futura predice la possibilità che nel tempo si rileveranno tassi di crescita ancor più divergenti.

 

Il futuro della politica di coesione: la nuova programmazione del ciclo 2021-2027

La Commissione ha formalizzato le proprie proposte di riforma in vista del prossimo ciclo a maggio dello scorso anno, mentre nel gennaio 2019 il Parlamento ha avanzato delle modifiche. I negoziati presso il Consiglio che vi hanno fatto seguito hanno mostrato una polarizzazione fra le posizioni dei paesi membri, un carattere tipico dei processi decisionali intergovernativi in cui ciascuno Stato promuove i propri interessi facendo leva sui propri punti di forza. Distinguiamo un gruppo di paesi che preme per l’incremento della dotazione del QFP (Quadro Finanziario Pluriennale) e il mantenimento del monte spese del precedente periodo di programmazione, da un altro che invece sostiene l’opportunità di un contenimento e razionalizzazione delle risorse.

I negoziati sono stati avviati sulla base della proposta della Commissione che contiene diverse e importanti novità. Va sottolineata la volontà di aumentare la spesa complessiva del nuovo quadro finanziario attraverso nuove forme di finanziamento con l’obiettivo sia di coprire priorità aggiuntive sia di potenziare specifici programmi che le indagini delle istituzioni europee ritengono dall’alto valore aggiunto. Questo però dovrebbe ridurre del 5% le disponibilità della politica agricola comune (PAC) e del 7% quelle della politica di coesione.

Il Fondo di Coesione, secondo l’Ufficio Rapporti con l’Unione Europea della Camera dei Deputati, si ridurrebbe dai 75,8 miliardi del ciclo precedente ai 41,3 di quello futuro. Un aspetto che potrebbe stimolare la tendenza divergente fra i paesi membri in quanto destinato solo ad alcuni di essi, quelli con un Reddito Nazionale Lordo medio pro capite inferiore al 90% della media europea, in particolar modo della parte orientale e meridionale del continente.

Il budget del nuovo quadro finanziario è quindi di 1.279 miliardi di euro che comunque resta appena l’1,11% del Reddito Nazionale Lordo dell’Unione a 27 paesi. Le Rubriche di spesa sono state ampliate da 5 a 7 e la Rubrica II “Coesione e valori” resta la più consistente del QFP con 442, 4 miliardi di euro. Sono stati previsti strumenti speciali innovativi proprio perché volti a compensare parte dei costi evidenziati dalla stessa Commissione nella Settima relazione “sulla coesione economica, sociale e territoriale” e per disporre l’impiego di risorse anche oltre i limiti massimi previsti dal QPF: Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione; Fondo di solidarietà dell’UE; Riserva per gli aiuti di emergenza; Strumento di flessibilità; Funzione europea di stabilizzazione degli investimenti.

Altra modifica contenuta nella proposta della Commissione è l’accorpamento degli 11 obiettivi del ciclo che volge al termine in 5 macro-categorie che consentiranno maggiore flessibilità ai paesi membri nel modulare le risorse all’interno degli stessi: 1) a smarter Europe stimolando l’aggiornamento, l’innovazione e la digitalizzazione; 2) a greener, low-carbon Europe promuovendo la transizione verso forme di energia pulita e l’economia circolare; 3) a more connected Europe migliorando mobilità e connettività; 4) a more social Europe attuando il pilastro europeo dei diritti sociali; 5) a Europe closer to citizens attraverso uno sviluppo sostenibile e integrato delle diverse aree dell’Unione.

Riguardo alla programmazione si passerà ad un unico “accordo di partenariato” per ciascun paese membro in cui andranno indicati gli obiettivi strategici, specifici e i fondi impiegati nonché l’elenco dei programmi nazionali e regionali da allestire entro tre mesi dalla presentazione dell’accordo. Nel senso della razionalizzazione va segnalata l’idea di suddividere la programmazione in due fasi, la prima comprende il periodo 2021-2025 mentre le risorse per gli ultimi due anni saranno organizzate in relazione ai risultati raccolti dal quinquennio precedente sulla base dei quali è previsto una riconfigurazione degli obiettivi. Per evitare i frequenti ritardi nell’attuazione dei programmi si è pensato di disimpegnare parte degli stanziamenti qualora non fossero stati impiegati, o non siano inoltrate le domande di pagamento, al termine del secondo anno. Sono poi in fine da citare dei rinnovamenti circa il criterio di assegnazione dei fondi.

In passato è stato criticato il peso eccessivo attribuito al PIL pro capite per l’assegnazione dei fondi in quanto si tratta di un indicatore capace di offrire una descrizione limitata della situazione economico-sociale di un paese proprio perché concentrato su fattori economici e perché esprime una grandezza media che però rischia di nascondere una realtà di divari consistenti. Per questo va segnalato con entusiasmo il, seppur timido, tentativo di iniziare a considerare aspetti ulteriori quali i cosiddetti non market factors: aspetti connessi al mercato del lavoro, ai livelli di istruzione e alla dinamica demografica che incideranno per il 15% anziché per il 14% del ciclo precedente; aspetti climatici che saranno considerati per la prima volta incidendo l’1%; aspetti connessi alle migrazioni internazionali che incideranno per il 3%. Questo comporterà una riduzione dell’incidenza del PIL pro capite come criterio di ripartizione dal 86% al 81%. Si propone inoltre di modificare il criterio di ripartizione delle regioni europee NUTS 2 in “meno sviluppate”, “in transizione” e “più sviluppate”. Le prime resteranno quelle che presentano un PIL pro capite inferiore al 75% della media europea, le seconde quelle con un PIL pro capite fra il 75% e 100% della media UE mentre rientreranno nell’ultimo gruppo le regioni con un PIL pro capite superiore al 100% della media europea. Ultimo aspetto utile ai fini della comprensione del lettore circa le novità e gli scenari futuri è la volontà della Commissione di collegare la politica di coesione al Semestre europeo di coordinamento delle politiche economiche in cui si definiscono le raccomandazioni per ciascun paese così da creare una sinergia fra la politica di coesione e le riforme strutturali.

Resta attivo nella proposta della Commissione il collegamento tra la politica di coesione e la governance economica con il mantenimento delle condizionalità macroeconomiche tanto osteggiate dai paesi meridionali che hanno finito così per subire un onere controproducente rispetto all’obiettivo di raggiungere una certa convergenza fra i paesi europei. Sono poi state aggiunte nuove condizioni orizzontali (disciplina appalti pubblici; aiuti di stato; applicazione Carta dei diritti fondamentali e della Convenzione delle Nazioni Unite sulle persone con disabilità). Sebbene le novità siano interessanti e nell’ottica di un’ottimizzazione delle politiche redistributive sovranazionali resta aperto un tema, quello del criterio utilizzato per giudicare l’appropriatezza dell’impegno europeo rispetto lo scopo prefissato.

 

Conclusione: È realistico adottare come parametro dello sforzo redistributivo il bilancio complessivo dell’UE?

Nei primi tre decenni e mezzo della costruzione europea sono stati i governi nazionali a gestire lo sviluppo delle aree depresse. La situazione è cambiata nell’ultimo ventennio del secolo scorso, quando furono ammessi tre nuovi stati membri: Grecia, Spagna e Portogallo. Durante i negoziati di adesione dei due paesi iberici, la Comunità si impegnò ad aumentare significativamente la spesa per le regioni povere. Vi era la consapevolezza che la stretta integrazione economica favorisse principalmente il centro industriale dell’Europa e che i costi “strutturali” per le regioni periferiche dovessero essere compensati dal potenziamento della capacità redistributiva sovranazionale. Nel sollevare la questione dell’Unione monetaria nei negoziati che hanno portato al Trattato di Maastricht del 1992, i quattro paesi economicamente meno vivaci della CEE (Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda) riuscirono a ottenere un nuovo incremento significativo della spesa regionale con la creazione del Fondo di coesione.

Le politiche di coesione nel tempo hanno conosciuto una trasformazione complessiva: costituzionale, finanziaria, tecnica e operativa. I cambiamenti nelle basi costituzionali della politica coincidono con un progressivo aumento delle sue risorse finanziarie. Dalla creazione del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) nel 1975, i fondi di coesione sono passati dal 5% al 32,5% del bilancio. Nonostante questa maggiore articolazione e l’accrescimento delle risorse, resta senz’altro possibile avanzare alcune considerazioni critiche circa il criterio impiegato per giudicare l’appropriatezza dello sforzo europeo in relazione agli obiettivi prefissati.

L’ammontare del bilancio europeo può dirci molto rispetto all’ordine di priorità fra le politiche sovranazionali ma ben poco sull’adeguatezza/inadeguatezza della politica di coesione nell’indurre una certa e stabile convergenza. Vanno considerati due aspetti. Il primo attiene all’ambiziosità dell’obiettivo di raggiungere una certa convergenza in un’area vasta e tanto eterogenea sul piano giuridico-economico-sociale, il secondo alla necessità di compensare i costi dei fenomeni avversi, congiunturali e globali, che si sono sovrapposti acuendo la dinamica divergente fra i paesi europei.

Gli effetti distributivi della globalizzazione economica, la Grande Recessione, l’automazione-digitalizzazione dei processi produttivi e il dissesto dei conti pubblici sono costi concreti che vanno sostenuti tramite interventi redistributivi sovranazionali. Per queste ragioni non sembra azzardato proporre come valore di riferimento il PIL complessivo dell’Unione che restituirebbe un’impressione radicalmente diversa e probabilmente più realistica dello sforzo profuso e degli obiettivi attesi.


Bibliografia essenziale sulla politica di coesione 

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Documento di valutazione N. 11 (2018). L’impatto della politica di coesione in Europa e in Italia. Dell’Impact Assessment Office del Senato della Repubblica.

Dossier n° 11 – 5 Giugno 2019, (2019), “La nuova politica di coesione 2021-2027”, Camera dei Deputati, Ufficio Rapporti con l’Unione europea, XVIII Legislatura.

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Stiglitz J.E. (2018). La globalizzazione e i suoi oppositori. Antiglobalizzazione nell’era di Trump, Torino, Einaudi.

Scritto da
Luigi Di Cataldo

Ha conseguito la laurea magistrale in Scienze delle Pubbliche Amministrazioni con il massimo dei voti presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania. Ha svolto l’attività di tutor alla didattica presso il medesimo dipartimento. Attualmente è membro del Contamination Lab di Catania. In occasione del bando per l'accesso al XXXV ciclo del dottorato ha presentato un progetto di ricerca sull'aderenza fra Capability Approach e diritto del lavoro.

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