“La quarta sponda. Dalla guerra di Libia alle rivolte arabe” di Sergio Romano
- 12 Aprile 2016

“La quarta sponda. Dalla guerra di Libia alle rivolte arabe” di Sergio Romano

Scritto da Lorenzo Mesini

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Dalla guerra di Libia alle rivolte arabe

La ricostruzione svolta da Romano si sviluppa concentrandosi principalmente su tre nuclei tematici. Il primo riguarda la storia politica italiana, con le sue vicende e gli equilibri interni che portarono il paese e la sua classe dirigente a sostenere l’avventura coloniale in Libia. L’Autore analizza nel dettaglio il comportamento e le aspirazioni dei principali soggetti che fornirono il proprio appoggio o contribuirono a delineare gli sviluppi della guerra: dalle forze politiche (principalmente liberali, nazionalisti, cattolici e socialisti) all’opinione pubblica, dalle forze armate agli esponenti dell’economia italiana. Il secondo verte sulla storia d’Europa alle soglie della Grande Guerra, storia che rappresenta il contesto attraverso cui Romano legge le origini, gli sviluppi e le conseguenze sul piano geopolitico della guerra italo-turca. Infine, il terzo nucleo tematico analizzato è quello del nazionalismo arabo, di cui vengono indagati i fattori principali che ne hanno portato alla nascita e i suoi sviluppi politici nella storia libica, specialmente post-coloniale. Dalla ricostruzione proposta nel libro emerge infatti come la guerra italo-turca abbia giocato un ruolo fondamentale nella definizione di una delle prime e più importanti declinazioni del nazionalismo arabo nel XX secolo. Un insieme di forze e fattori prima scomposti e separati nell’orizzonte islamico venne fatto reagire in maniera inedita dalla guerra dando vita a un movimento religioso e politico di portata nazionale. Non è un caso, osserva a più riprese Romano, che il punto di riferimento e il modello politico del colonnello Gheddafi, prima e dopo il colpo di stato che lo portò al potere, fu quello dell’Egitto di Nasser e del suo nazionalismo arabo. L’esperienza della guerra, dell’occupazione e della repressione coloniale italiana ha costituito infatti una condizione indispensabile, secondo l’Autore, per la definizione della stessa identità nazionale libica nel corso del Novecento, molto debole o quasi assente prima della conquista italiana delle due province turche di Tripolitania e Cirenaica. Nel complesso, questi tre nuclei tematici rappresentano gli assi portanti lungo cui prende corpo la ricostruzione della storia libica, soprattutto per quanto riguarda il periodo coloniale. La parte più consistente del libro è dedicata infatti alla ricostruzione delle vicende militari e diplomatiche che hanno portato alla conquista italiana della Libia, sottratta dopo una lunga ed estenuante campagna militare al declinante Impero Ottomano. L’Autore narra e ricostruisce in maniera tanto avvincente quanto dettagliata sia le operazioni belliche condotte dalle forze armate italiane in Tripolitania e Cirenaica, sia le trattative diplomatiche portate avanti dall’Italia con gli ottomani e con le principali potenze europee dell’epoca.

Per quanto riguarda le cause e le ragioni politiche all’origine dell’avventura coloniale italiana, l’analisi e le valutazioni svolte da Romano nel libro non condividono l’orientamento degli studi di matrice anticolonialista come quelli di Angelo Del Boca (Gli italiani in Libia, Mondadori, 2 voll. 1993, 1994). In primo luogo l’Autore mostra chiaramente come l’intervento e la guerra con l’impero Ottomano fossero non solo comprensibili, ma anche giustificate agli occhi dell’opinione pubblica italiana e della classe dirigente del regno. Da un lato la conquista rientrava all’interno di una logica di potenza e di una concezione prettamente geopolitica delle relazioni internazionali tra stati, che era ampiamente condivisa da tutti i principali soggetti politici dell’epoca. “L’Italia con la testa sulle spalle (una piccolissima minoranza) andò a Tripoli – osserva Romano – perché la conquista rispondeva alla logica di un mondo che non poteva concepire le proprie interrelazioni se non in termini geopolitici: attendere che l’ultimo tratto africano della costa mediterranea non ancora requisito da una potenza europea cadesse in mani altrui significava, per i diplomatici di allora, rischiare l’isolamento e l’asfissia” (p. 17). Dall’altro viene illustrato come gran parte del paese e dell’opinione pubblica nazionale si mobilitò a favore della guerra, spinta soprattutto da motivazioni di carattere metapolitico ed emotivo, come il riscatto dell’onore della patria dalle precedenti sconfitta in Africa e il compimento del destino della nazione (p. 18). In secondo luogo, Romano sottolinea come la conquista delle due province ottomane in Africa settentrionale non rientrasse esplicitamente nelle intenzioni di Giovanni Giolitti prima della sua rielezione nel marzo del 1911. L’Autore mostra invece come l’impresa coloniale si inseriva coerentemente all’interno del programma politico di Giolitti, che intendeva allargare lo stato inserendovi gruppi che erano rimasti estranei alle vicende risorgimentali. La guerra rappresentò, sottolinea Romano, una delle diverse operazione di sintesi politica operate da Giolitti tra interessi diversi e correnti di opinione in un paese che era caratterizzato al suo interno da grandi fratture sociali e culturali (p. 15-16). Giolitti comprese che il paese (o meglio, ampi segmenti dell’opinione pubblica e della classe dirigente) sarebbe stato ampiamente favorevole a una nuova guerra e ne approfittò per orientare e dirigere politicamente il processo di sintesi nazionale della società italiana. Sarebbe questa, osserva Romano, la principale ragione che avrebbe spinto Giolitti in una dispendiosa campagna militare anche quando avrebbe potuto ottenere il controllo della Tripolitania solo con mezzi diplomatici (p.16). Romano illustra inoltre come gli interessi economici non furono affatto determinanti nel promuovere e sostenere la conquista della Libia: questa non era ricca e la sua economia non era in grado di assorbire l’immigrazione. L’interesse di alcune banche italiane e di quegli economisti che si interessarono al regime doganale da applicare alla colonia non sono sufficienti per l’Autore a individuare la manifestazione di una forma vera e propria di imperialismo economico (p. 17). Nel complesso, emerge come a sostegno dell’impresa coloniale italiana vi fu l’intersecarsi da un lato di un insieme condiviso di velleità frustrate e aspirazioni imperiali e dall’altro della politica giolittiana di sintesi e mediazione. Ciò di cui Romano denuncia la grave assenza presso la classe dirigente italiana fu quella di un dibattito serio circa i costi e i benefici dell’operazione, in relazione sia all’interesse nazionale (non inquadrato ideologicamente) sia alla posizione occupata dall’Italia nel sistema internazionale dell’epoca. “La guerra di Tripoli – osserva amaramente l’Autore – fu quindi imposta da alcune minoranze chiassose, senza un vero dibattito sui pro e i contro dell’impresa […] fu quindi segno di debolezza ed ennesima dimostrazione della mancanza in Italia d’una classe capace di inquadrare e dirigere la nazione” (p. 18). L’operazione politica di Giolitti contribuì ad accentuare una serie di dinamiche all’interno del paese che emergeranno poi drammaticamente nel 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia e in seguito al conflitto quando si ripresentò l’esigenza di una nuova (e non più liberale come quella giolittiana) sintesi delle contraddizioni italiane.

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Scritto da
Lorenzo Mesini

Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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