“La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi” di Francesco Barbagallo
- 18 Ottobre 2017

“La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi” di Francesco Barbagallo

Recensione a: Francesco Barbagallo, La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi, Laterza, Roma – Bari 2013, pp. 244, 19 euro (scheda libro)

Scritto da Fabio Milazzo

11 minuti di lettura

Scrive Francesco Barbagallo, docente di Storia Contemporanea all’Università Federico II di Napoli, in La questione italiana:

«La proclamazione del regno d’Italia nel marzo 1861 avrebbe dimostrato che la rapida unificazione territoriale apriva soltanto un processo, subito rivelatosi ancor più difficile e complicato, di unificazione civile dei diversi popoli che per secoli avevano vissuto differenti storie in molteplici stati. In altri termini, il processo di statizzazione in Italia era avvenuto con estrema rapidità, dopo un lungo ritardo. Altra cosa era il processo di nazionalizzazione che era solo all’inizio e, al di là della retorica politica e culturale, avrebbe conosciuto un percorso molto più lungo, contraddittorio, accidentato» (p.32).

Possiamo muovere da questo passaggio per introdurre il volume dello stesso Barbagallo che qui presentiamo, poiché ne rappresenta bene la prospettiva originante, nonché la chiave ermeneutica che organizza la narrazione. Il tema è quello della costruzione politica, sociale ed economica, della collettività italiana, questione sempre attuale, viste le persistenti e vitali istanze regionaliste e micro-territoriali. Proprio queste rendono, fin dall’inizio, l’evento dell’Unità un processo che può essere letto almeno secondo due piani di lettura: quello della statizzazione e quello della nazionalizzazione. Se il primo si è svolto abbastanza rapidamente e in forme impreviste, tanto che «Cavour […] non aveva mai pensato all’unità con il Sud» (p.30), il secondo «resterà il nodo irrisolto della storia dell’Italia unita» (p.30), tanto da far dire a D’Azeglio che «i più pericolosi nemici d’Italia non sono gli Austriaci, sono gl’Italiani» (p.32), troppi diversi tra di loro, corrotti e privi di quel senso civico necessario per riformarsi e fare davvero Nazione. L’opinione pessimista di D’Azeglio, se appare eccessivamente contrassegnata sul piano morale, indubbiamente coglie nel segno quando focalizza sugli italiani stessi uno degli ostacoli più rilevanti per la nazionalizzazione del Paese. Come sottolinea l’Autore: «Per tredici secoli la storia d’Italia è storia di diverse formazioni politiche e statali, che si confrontano dentro un sistema in continua tensione tra Stati italiani e potenze straniere. Si può quindi parlare di un carattere sostanzialmente multinazionale e di una dimensione fortemente regionale della storia italiana preunitaria» (p. 5). Su questa realtà interviene, inaspettata e per molti versi traumatica, l’azione rivoluzionaria che conduce rapidamente il Paese all’Unità. Alla luce di ciò non sorprende – per alcuni versi – constatare, come dice Barbagallo, che dopo 150 anni «da più versanti vengono messe in discussione – o addirittura negate – sia la validità che la prospettiva del processo unitario» (p.5). Su questo sfondo operano le tensioni e le dinamiche di chiusura che i momenti di crisi, come quello successivo agli stravolgimenti economici del 2008, generano. Così i leghismi, i provincialismi, gli indipendentismi, in modi, forme e secondo obiettivi diversi, operano tutti, quasi in sinergia, per sfaldare una trama nata già debole e pronta a sfilarsi. Muovendo da ciò si comprende perché l’Autore abbia deciso di intitolare il volume, che tratta del Mezzogiorno come problema nazionale, la Questione Italiana, evitando l’appiattimento semantico che il riferimento alla sola Questione Meridionale spesso implica.

 

L’imprevista unità

Il Sud Italia, inizialmente non compreso nel progetto sabaudo di un’Italia del Nord, si trova quasi come un’entità misteriosa, esotica e pericolosa al contempo, nel sistema “Italia”. Se infatti «gli artefici della soluzione liberal-moderata potevano anche contentarsi di un regno dell’Alta Italia, favorito dalla diplomazia» (p.7), erano piuttosto «i fautori della prospettiva democratica» che «puntavano di nuovo su Roma da sottrarre al papa e sull’insurrezione del Sud» (p.7). Fu proprio la loro azione a innescare quella serie di avvenimenti che si conclusero con l’Italia unita. Il risultato di questa «Imprevista Unità» – il titolo del primo capitolo – è che il rapporto tra le due parti del Paese si istituisce secondo ottiche e prospettive basate più sugli stereotipi e i luoghi comuni in circolazione che sull’analisi e lo studio. Da qui una serie di proiezioni alienanti sulla questione mosse più da interessi e desideri che da attenta verifica empirica. Secondo Barbagallo ciò è dovuto principalmente ai motivi ideali e culturali, prima che economici, che hanno dato il via al Risorgimento. Ciò però ha prodotto, nel dibattito pubblico, una serie di narrazioni strumentali funzionali più alla convenienza politica che alla ricostruzione e alla conoscenza della complessità della vicenda. Diversi in tal senso i nodi problematici irrisolti. Innanzitutto una limitata partecipazione a quella che l’Autore definisce la “rivoluzione italiana” che, infatti, «non aveva conosciuto la partecipazione delle masse contadine e non era stata nemmeno “borghese” nel senso di perseguire obiettivi economici. Era stata essenzialmente una rivoluzione politica, realizzata da élites […] mosse da spinte culturali e morali […]» (p.34). Questa scarsa partecipazione ebbe un ruolo non secondario, da subito, nella strutturazione di una precaria identità nazionale, acuita del resto dalle enormi differenze tra le due realtà. Queste differenze sono state riprese nell’ultimo ventennio soprattutto in chiave politica per supportare una narrazione rivendicativa da Nord e pretese uguali e contrarie da Sud. Entrambe avanzano istanze in termini di maggiori autonomie (quando non di esplicite forme di indipendenza) sulla base di presunti interessi di parte penalizzati dall’Unità. Secondo questi discorsi il Nord sarebbe stato rallentato da quella palla al piede che era il Sud, mentre quest’ultimo sarebbe stato espropriato della propria ricchezza, maturata durante il regno Borbonico, a vantaggio delle svuotate casse sabaude. Queste pretese si basano su letture spesso artificiose e forzate dei nodi irrisolti cui si è fatto cenno e tra questi quello di un Sud programmaticamente disposto a sfruttare a proprio vantaggio l’Unità. Eppure, come afferma Barbagallo, il Mezzogiorno si presenta alla vigilia dell’Unità animato da molteplici tensioni e istanze. Tra le più evidenti bisogna almeno sottolineare la realtà della «classe dirigente spaccata in due parti» (p.41): i ceti dominanti a Napoli e nelle province intenti ad amministrare i propri interessi e a disinteressarsi della politica, secondo un tacito regime di competenze e spettanze favorito dai Borboni. Gli esuli, soprattutto quelli post-1848, maggiormente politicizzati e interessati «a imprimere dall’alto il moto innovatore necessario per rendere dinamica la statica società meridionale» (p.41). A queste istanze bisogna almeno aggiungere le tensioni della società intellettuale siciliana interessata ad ottenere l’indipendenza da Napoli, piuttosto che l’annessione al Regno di Sardegna, ma che si trova catturata in una serie di rapidi avvenimenti che, inizialmente, favoriscono le speranze più democratiche, salvo poi stabilizzarsi in un più pacifico e rassicurante ordine liberale.

Altra questione problematica riguarda lo stato dell’economia meridionale. Soprattutto negli ultimi anni le rivendicazioni sudiste hanno molto sottolineato i presunti primati della società neoborbonica e una ricchezza monetaria consistente evaporata dopo l’Unità. La realtà, anche in questo caso, è più complessa e deve fare riferimento a molteplici punti di osservazione che riguardano almeno l’arretratezza dell’agricoltura, basata quasi esclusivamente sul latifondo, e un commercio gestito perlopiù da imprenditori forestieri che traghettavano risorse lontano dal Sud Italia. L’inserimento del Mezzogiorno nel quadro dell’Italia Unità non migliora questo stato di cose, anche perché il nuovo Stato italiano è, a sua volta, arretrato rispetto ai «più avanzati paesi del tempo: specialmente sul terreno dello sviluppo manifatturiero e industriale e sul piano della disponibilità di capitali e di risorse energetiche, all’epoca ferro e carbone» (p.46). Questo significa che il divario risultava maggiore nel campo dell’agricoltura, infatti la prevalenza al Sud del latifondo e, più in generale, di rapporti di produzione e di potere statici rendevano immobile un contesto «ricco di monete d’argento e parco di imposizione fiscale» (p. 46), ma incapace di sviluppo perché dipendente «dal mercato internazionale, sia per la produzione agricola che nei settori extra-agricoli» (p.48). L’ambito su cui si misurava, però, maggiormente il divario riguardava il tasso di analfabetismo che tra Piemonte e Lombardia si attestava sul 40%, mentre «le regioni meridionali viaggiavano ancora su livelli extraeuropei, tra l’80 e il 90%. I bambini che frequentavano le scuole elementari nelle due regioni del Nord [Lombardia e Piemonte] erano il 90%, al Sud il tasso di scolarità era fermo al 18%. Napoli nel 1874 aveva ancora il 60% di analfabeti, quando a Milano erano il 23%» (p. 51). Una situazione tragica che sottolinea, con l’evidenza dei dati, come uno dei fattori più evidenti del crescente divario post-Unitario debba essere ricercato proprio nella diversa formazione culturale media delle due realtà. Altro settore strategico in cui il Sud Italia borbonico, nonostante qualche effimero primato d’occasione, evidenziava un ritardo sensibile «era costituito dai sistemi di comunicazione e dalla dotazione di strade e ferrovie […]. Ni primi anni Sessanta l’Italia aveva 2.400 chilometri di linee ferroviarie: la dotazione meridionale si limitava a 126 chilometri, in esercizio come sempre nei dintorni della ex capitale» (p. 52). Insieme a ciò influiva sul mancato sviluppo la grave deficienza delle strutture del credito: «restavano solitari il banco di Napoli […] e il banco di Sicilia, che emettevano solo fedi di credito; la moneta cartacea incominciò a circolare nel 1866, con il corso forzoso» (p.52). Insieme allo studio degli «indicatori sociali», che si concentrano sullo sviluppo e il benessere attraverso l’analisi del livello medio di istruzione, della mortalità infantile, della statura media, dell’aspettativa di vita, dell’indice di sviluppo umano e di quello della qualità della vita, emerge «l’arretratezza italiana e, al suo interno, quella ancora più intensa del Sud» (p. 53).

 

Barbagallo e la Questione Meridionale

Nel terzo capitolo Barbagallo si concentra sul problema «Questione Meridionale», sulle condizioni della sua emergenza e, anche in questa parte, mostra diversi nodi problematici. Tra questi sottolinea come effettivamente la pressione fiscale nel regno borbonico fosse molto bassa, ma di conseguenza «era molto ridotta la spesa pubblica per i servizi sociali essenziali» (p.56). E’ anche vero che «con l’Unità gravarono […] sulle Province Meridionali le forti spese sostenute dal Piemonte nelle guerre risorgimentali e i costi delle strade e delle ferrovie ora necessarie per l’unificazione del mercato nazionale» (p. 56). D’altra parte, a fronte di questi costi, «la politica economica liberistica del primo ventennio unitario favorì l’agricoltura meridionale nel settore delle colture pregiate d’esportazione (agrumi, vite, olivo, mandorlo); ma colpì le manifatture e i cantieri ch’erano stati protetti con alti dazi» (p.56). Ciò mostra la complessità di una situazione che mentre favorisce certi interessi, ne penalizza altri, rendendo impossibile giudizi radicali e visioni manichee di quelle tanto utili per supportare gli odierni leghismi. Come sostiene l’Autore «la questione meridionale non è una “invenzione”, come si è affermato anni fa con leggerezza», è invece una questione aperta, con una «ragione profonda che attiene alla genesi storica e ai forti contrasti del processo di unificazione nazionale» (p.57).  Per questa ragione si rende necessaria una maggiore incidenza nel discorso pubblico degli storici, in grado di mostrare proprio i nodi problematici su cui il libro di Barbagallo si dilunga con dovizia e puntualità. Mostrare la molteplici linee di tensioni di un evento così complesso, quale è l’Unità, significa operare in vista di una bonifica del discorso pubblico di cui si sente sempre più necessità. Tra i tanti possibili esempi – evidenziati nel libro, c’è quello che riguarda il ruolo dei ceti dirigenti meridionali, un insieme composito e variegato che rifiuta le comode etichette. Al suo interno troviamo tanto i responsabili della situazione economica stagnante al Sud, quanto i liberali napoletani (Silvio Spaventa, De Sanctis, Mancini, Bonghi, Scialoja) promotori della diffusione nell’Italia Unita di «concezioni di vasto respiro dottrinario, fondate su di una teoria dello Stato e dei rapporti tra questo e la società civile che divergevano radicalmente dal sentire dei moderati settentrionali». A fronte di questa feconda ibridazione culturale c’è «lo scivolamento della politica verso il clientelismo» (p.70) che spinge Gaetano Mosca a sostenere che Governo e Parlamento rappresentano un mercato per la compravendita di complicità, concessioni e favori. Insomma, la selezione della classe politica «non avveniva mediante la crescente partecipazione dei cittadini al processo decisionale, ma si realizzava nello scontro tra camarille e combriccole» (p. 71). E questa politica ridotta a mera gestione del potere, oggi come ieri, non può che favorire nei governati «localismi etnici e ideologie subalterne» (p.73), «rozze forme populistiche di grande successo popolare» basate su rappresentazioni semplificate della realtà, proprio quelle che tengono in piedi «lo scontro tra nordismo e sudismo, tra confusi secessionismi e improbabili neo-borbonismi e neo-clericalismi» (p.73).

Nel quarto capitolo l’Autore affronta la questione dello sviluppo post-unitario, riassumibile con il titolo del primo paragrafo: l’industrializzazione al Nord, l’emigrazione dal Sud. Infatti «la storia del Novecento mostrerà, pur fra notevoli trasformazioni, la connessione tra i rapidi processi di sviluppo industriale del Settentrione e il più lento avanzare del Mezzogiorno sulla strada dell’espansione e della modernità. L’interdipendenza squilibrata fra le due parti del paese diverrà la costante fondamentale del peculiare modello italiano di sviluppo economico industriale» (p. 77). Il paradosso, sottolineato dalla storiografia e riportato da Barbagallo, è che «i mezzi finanziari per l’industrializzazione italiana verranno soprattutto dalle rimesse dei milioni di meridionali emigrati nelle Americhe» (p. 77).  L’Italia, infatti, soprattutto a partire dagli anni Novanta, è un Paese che esporta forza-lavoro «trasformando così in emigranti produttori di reddito all’estero quelli che potevano essere, qualora si fosse seguita una strada diversa, una massa di produttori-consumatori all’interno» (p.78). Né la legislazione speciale per il Mezzogiorno (p.84), né l’ampliarsi dell’intervento statale mutarono la situazione e «lo sviluppo della grande industria» (p. 88) si realizzò effettivamente, in Meridione, soltanto in alcune aree delimitate, come quelle del napoletano attraverso l’azione industrialista di Nitti. Questa situazione non conobbe evoluzioni significative durante il periodo che va dalla Grande Guerra al Fascismo e, al netto di alcuni interventi propagandistici – su tutti l’azione contro la mafia del prefetto Cesare Mori -, ci furono momenti di sviluppo soltanto per alcune realtà sorte durante l’età Giolittiana.

Soltanto con il Dopoguerra prende il via un sensibile sviluppo per il Mezzogiorno. Iniziato con l’opera degli agrari siciliani (p. 116), fermamente intenzionati a ottenere una risoluzione effettiva dell’annosa questione agraria, si sviluppa su molteplici direttrici: una politica industriale di ampio respiro che, pur con tutti i rilievi possibili – innanzitutto la sconsiderata dislocazione di impianti ad alto impatto ambientale lungo le coste-, ha il merito di rilanciare una situazione stagnante e soprattutto infrastrutturale che, pur con ritardi e lentezze,  modifica il volto delle regioni, favorendo quell’innesto nei mercati nazionali e internazionali che, ancora fino al fascismo, risulta irrilevante. Tra i fattori di sviluppo l’azione della Democrazia Cristiana che, rompendo un tacito patto tra la politica e i latifondisti durato decenni, sotto la pressione delle lotte contadine vara una «parziale riforma agraria, la Legge Sila, che pone fine allo strapotere del ceto agrario: «Lo stralcio di riforma agraria del 1950 sancirà l’eliminazione degli agrari meridionali dalla classe dirigente del paese; i proprietari terrieri del Sud non condizioneranno più gli equilibri sociali e politici nazionali» (p.136). Oltre a ciò «un ampio quadro di riforme: un programma decennale di investimenti per bonifiche e lavori pubblici, una politica di intervento straordinario nel Sud con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, […] lo sviluppo della siderurgia fondato sull’accordo tra la Finsider di Oscar Sinigaglia e la Fiat di Vittorio Valletta, la riforma fiscale del ministro Vanoni con la dichiarazione personale dei redditi» (p.136). Un ruolo fondamentale in questo orizzonte lo ha avuto la Cassa per il Mezzogiorno, che Barbagallo definisce «una novità positiva», costituita «come un ente accentratore e propulsore di un sistema di intervento caratterizzato da una programmazione pluriennale» (p.143). Se nel primo quinquennio il suo apporto, grazie anche ai cospicui finanziamenti statali, fu importante in relazione all’opera di infrastrutture, di bonifica e di trasformazione agraria, lentamente questa spinta venne meno, fino ad esaurirsi, senza raggiungere però i grandiosi obiettivi di trasformazione per cui venne istituita. Il momento storico è quello conseguente alla crisi degli anni Settanta e alla svolta neoliberista; la già «difficile strada per l’industrializzazione del Mezzogiorno» (pp. 152-170) si interrompe e lascia in eredità alla memoria collettiva «espressioni icastiche, quali “cattedrali nel deserto”, “industrializzazione senza sviluppo”» (p.159), si chiude un’epoca e, nonostante di recente su questo processo vengano espressi giudizi più articolati, «distinguendo tra esperienze e modalità di realizzazione diverse» (p.159), di certo il modello di sviluppo tentato non ha portato gli esiti prefigurati e ciò pone una serie di interrogativi inaggirabili sulla liceità della strategia stessa adottata.

 

Il Mezzogiorno attuale

Gli anni Novanta, con «la severa politica di bilancio conseguente alla firma del Trattato di Maastricht nel ’92 e il disfacimento del sistema politico italiano nel ’93 accelerarono la cessazione dell’intervento straordinario» (p.189). Insieme ad esso – dice Barbagallo – «cessava definitivamente l’attenzione e l’interesse per il Mezzogiorno, che da molto tempo aveva anch’esso perduto la centralità goduta nel primo decennio del dopoguerra» (p.189). A ciò si deve aggiungere – secondo l’Autore – la diffusione di «una visione ottimistica della condizione meridionale, troppo facilmente assimilata alle parti più avanzate d’Italia, […] in verità era la seconda volta, dopo il fascismo, che si procedeva alla negazione di questa “invenzione”. Purtroppo si trattava di analisi errate e di speranze illusorie» (p.190). Il risultato di questo mutato orizzonte è quel «colpo di teatro» – come scrive Barbagallo – che produce una «questione settentrionale» dovuta «all’ingiustizia fiscale a vantaggio del Sud» (p. 190). Una narrazione efficace per supportare leghismi e indipendentismi convinti di dover fare a meno del Sud per competere con le regioni più avanzate dell’Europa. In tal senso «questa sì era una “invenzione”, ma di grande successo: il male davvero “oscuro” della più ricca e sviluppata macroregione d’Europa, che si scopriva vittima d’ingiustizia fiscale a vantaggio del Sud» (p.190). Questa situazione, che segna anche il presente – conclude Barbagallo –, può essere ribaltata attraverso «un nuovo Risorgimento» (p.225), figlio di «condizioni politiche e culturali in grado di progettare e realizzare nuove forme di sviluppo e di progresso civile» (p.225) che, allo stato attuale, appaiono ben lontane dal concretizzarsi.

Il volume di Barbagallo si situa in una corrente di studi ormai abbastanza ampia che riguarda la Questione Meridionale e la sua influenza nella storia d’Italia. Nel complesso, il libro appare uno strumento agile e ben scritto, che sintetizza conoscenze acquisite in vari campi e le utilizza in ordine al proprio filo conduttore. Proponendosi di coprire un arco di tempo che va «dal 1860 a oggi» – come indicato espressamente dal sottotitolo –, deve necessariamente operare delle scelte per quanto riguarda dati, fatti e snodi interpretativi e, pur risultando abbastanza omogeneo, ciò comprime la narrazione che appare a tratti eccessivamente unitaria e monolitica, quasi teleologicamente organizzata intorno ad un auspicio morale. Ciò si riscontra in particolare nei passaggi in cui l’Autore sottolinea, seppur in maniera condivisibile, come il “problema” Mezzogiorno dovrebbe trasformarsi da questione irrisolta in occasione di rilancio per l’intera società italiana. La stessa speranza di un nuovo Risorgimento «per poter svolgere un ruolo significativo in un mondo che si sta rinnovando velocemente e profondamente» (p.225) appare più un desiderio messianico che una istanza convincente che merita di essere approfondita. E paradossalmente, tra gli elementi che a nostro giudizio hanno giocato un ruolo non secondario nello svantaggio post-unitario del Sud, c’è proprio un certo fatalismo da attesa messianica che andrebbe definitivamente messo da parte.

Scritto da
Fabio Milazzo

Siciliano, nato nel 1979. Ricercatore e docente di storia e filosofia nei licei. È Phd candidate in Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell'Università di Messina. È membro della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (Sissco), dell'Istituto di Studi Storici Salvemini di Messina, dell'Istituto di Studi avanzati in psicoanalisi (ISAP), dell'Associazione amici di "Passato e presente" (APEP). Scrive per riviste cartacee e giornali online e oltre a diversi articoli di storia, filosofia e psicoanalisi è autore di: "Senso e godimento. La follisofia di Jacques Lacan" [Galaad ed.]. Collabora con l'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo e svolge attività di ricerca presso il Centro Studi in Psichiatra e Scienze umane della Provincia di Cuneo.

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