“La Restaurazione atlantica. La Conferenza di Parigi sulla Banda Oriental (1816-1819)” di Viviana Mellone
- 11 Marzo 2021

“La Restaurazione atlantica. La Conferenza di Parigi sulla Banda Oriental (1816-1819)” di Viviana Mellone

Recensione a: Viviana Mellone, La Restaurazione atlantica. La Conferenza di Parigi sulla Banda Oriental (1816-1819), Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2020, pp. 183, 28 euro (scheda libro)

Scritto da Alessandro Bonvini

5 minuti di lettura

Il 28 agosto 1816, il generale Carlos Frederico Lecor, alla guida di un esercito di oltre diecimila uomini, invase la Banda Oriental. Era un’immensa area di confine, a metà tra il vicereame del Rio de la Plata e il Brasile, contesa dai Borbone e i Braganza sin dal trattato di Tordesillas del 1494. L’invasione luso-brasiliana aveva tre obiettivi: realizzare l’antica aspirazione portoghese di estendere la frontiera imperiale, liquidare la Liga Federal di José Artigas e pacificare una regione segnata da banditismo, contrabbando e guerriglia. La notizia dell’invasione impressionò la corona spagnola. Come rispondere all’attacco e quali contro-misure adottare? Respinta l’ipotesi di un’offensiva, si optò per la soluzione diplomatica. Fu il segretario di stato José García de León y Pizarro a sollecitare la mediazione europea. La controversia sfociò nella Conferenza di Parigi a cui, oltre alla Francia in qualità di Paese ospitante, parteciparono le potenze della Quadruplice Alleanza: Regno Unito, Austria, Prussia e Russia. Celebrato per dirimere la disputa tra Spagna e Portogallo, il consesso parigino segnò un punto di svolta nelle relazioni internazionali della Restaurazione.

Nel corso degli ultimi anni, la storiografia ha iniziato a ripensare i rapporti tra Vecchio Continente e Nuovo Mondo dopo il crollo delle monarchie composite[1]. Il collasso delle antiche formazioni imperiali non azzerò le connessioni tra repubbliche americane e regni europei. Seppur con diversi gradi di incidenza, questi ricorsero a un complesso repertorio di dispositivi di pressione esogena, nella forma di hard e soft power, in grado di orientare il comportamento di Stati fragili e subalterni agli equilibri geopolitici generali. Si trattava di una concezione opposta alla prassi settecentesca, fondata sul paradigma della non o limitata ingerenza negli affari interni dei governi stranieri. A configurarsi era, a tutti gli effetti, la moderna politica estera di potenza[2].

Il volume di Viviana Mellone si inserisce all’interno di questo filone di studi, illustrando pratiche e strategie per la risoluzione del conflitto nella Banda Oriental. Il volume, basato sullo studio di documenti custoditi presso gli Archives du Ministère des Affaires étrangères – La Courneve di Parigi e l’Archivo Histórico Nacional di Madrid, affronta le fasi della conferenza, delinea approcci e posizionamenti delle cancellerie europee, evidenzia il ruolo conciliatorio della Francia. La prospettiva adottata è quella della storia diplomatica. Tuttavia, lo scopo dell’autrice non è circoscritto alla ricostruzione evenemenziale delle trattative. La ricerca si propone di indagare le molteplici opzioni al tavolo dei negoziati per esplorare linee e logiche di intervento che avrebbero contribuito a plasmare l’ordine del Congresso di Vienna.

Ad abbozzarsi è l’affresco di un continente solo in apparenza domato dalla quiete post-napoleonica. Il cosiddetto “sistema dei congressi” celava uno sfondo di ambizioni dinastiche, aspettative di revanche e illusioni di grandezza che si misuravano con sogni di conquista e brame coloniali volte a rafforzare il potere delle case regnanti. Lo scontro tra Spagna e Portogallo costituiva un’occasione per reinventare strumenti di influenza imperiali dopo la crisi dell’ancien régime. Di ciò erano consapevoli il principe di Metternich, astuto macchinatore e stratega austriaco, il pragmatico ministro degli esteri inglese Lord Castlereagh, l’autocratico zar Alessandro I, il fedele realista e ambizioso primo ministro francese, il duca di Richelieu. Ognuno con la propria agenda, ognuno con il proprio disegno; tra progetti di sicurezza continentale e piani di espansione internazionale. Di lì a poco, la competizione europea si sarebbe fatta inarrestabile.

Oltre ad anticipare tendenze di lungo periodo, la sfida multipolare della conferenza di Parigi dovette fronteggiare l’ingombrante eredità dell’età delle rivoluzioni. Lo scontro tra indipendenza e legittimismo era più vivo che mai. Ma le soluzioni per la Banda Oriental implicavano la ricerca di equilibri alternativi, tramite cui immaginare la costruzione del Rio de la Plata post-coloniale. Era questa la linea di demarcazione che avrebbe stabilito la gerarchia tra vincitori e vinti dell’Europa del lungo XIX secolo. La scelta della Gran Bretagna rivelò sin dalle prime battute della trattativa un’indubbia lungimiranza. Assicurò spazi di manovra, offrì possibilità di interlocuzione e garantì un certo protagonismo nel gioco atlantico – decisivo per non intaccare le relazioni con il Portogallo. Implicitamente tradiva anche motivazioni di tipo ideologico. La richiesta di concessione di riforme ai sudditi d’oltreoceano rispecchiava l’ethos liberale-imperiale e rispondeva alle rivendicazioni dei capi creoli in lotta per l’indipendenza. Non a caso, Simón Bolívar avrebbe invitato in via ufficiale una rappresentanza britannica per assistere alle sessioni del Congreso de Panamá, tra il giugno e il luglio 1826.

L’allontanamento di Londra corrispose a un maggiore coinvolgimento della Russia. Lo zar soccorse Madrid per ragioni opposte a quelli inglesi: preservare il principio di legittimità e tutelare lo status quo tra Atlantico e Mediterraneo. Era una prospettiva coerente con il modus operandi del concerto delle potenze. E contemplava un avveniristico, quanto chimerico progetto di “pace universale”, mosso dall’etica della fratellanza di ispirazione cristiana e retto giuridicamente dalla Santa Alleanza. In una lettera inviata al segretario di stato spagnolo, l’ambasciatore Dmitry Pavlovich Tatischev esortava i Borbone a concedere una carta costituzionale, con lo scopo di sanare le fratture politiche e sociali nei possedimenti ultramarini. È attraverso questi nessi, come intuito dall’autrice, che si cristallizzò lo spirito imperiale della Restaurazione. La dialettica dei congressi travalicava il dualismo tra liberalismo e assolutismo. Piuttosto le ideologie servirono a giustificare la rivalità tra players globali con proiezioni egemoniche alternative, e talvolta ambivalenti.

Tale proposta interpretativa è sostanziata dal caso della Francia. La monarchia di Luigi XVIII rappresentava la grande imputata del Congresso di Vienna. L’anti-francesismo costituì, in effetti, uno dei capisaldi della visione securitaria europea. Nonostante la subalternità diplomatica, l’entourage francese esercitò una politica mediatrice assai efficace, destinata a riabilitarla sullo scenario internazionale. Recenti ricerche hanno individuato in questa fase storica la genesi dell’imperialismo informale francese, tra pulsioni espansioniste e mai sopiti aneliti di hybris bonapartista[3]. Durante la conferenza di Parigi, le manovre del duca di Richelieu si basarono su tre assunti complementari: conciliare le posizioni dei rappresentanti europei, individuare un minimo comune denominatore di cooperazione, agevolare il dialogo tra Lisbona e Madrid. Il sostegno alla Spagna, inoltre, scaturiva dalla percezione del pericolo, più o meno provato, di un’internazionale rivoluzionaria che cospirava contro la famiglia dei Borbone. L’intersezione tra solidarietà intra-dinastica e velleità di grandeur imperiale alimentò infine la suggestione, avallata dall’élite creola argentina, di sostituire il regime repubblicano con una monarchia costituzionale da affidare a un membro della nobiltà parigina. Si delineava il profilo di un atteggiamento neo-imperiale, fatto di relazioni asimmetriche, operazioni non coercitive e spedizioni militari che accrebbe progressivamente la giurisdizione extraterritoriale francese. Una delle aree di espansione informale sarebbe stata proprio il Rio de la Plata: come testimoniato dal blocco marittimo del porto di Buenos Aires, operato tra il marzo 1838 e l’ottobre 1840.

Le sorti delle trattative furono parziali. Il conflitto nella Banda Oriental si protrasse sino al 1821. Fugato il rischio di una possibile contro-offensiva borbonica, con il sovrano spagnolo travolto dalla dall’insurrezione liberale e dai movimenti indipendentisti, la regione fu annessa al Brasile con il nome di Provincia Cisplatina. Il volume, tuttavia, rivaluta l’impatto della Conferenza di Parigi. Durante i negoziati, gli alti rappresentanti della diplomazia europea esibirono mentalità e vocazioni che avrebbero caratterizzato la politica estera nel lungo periodo. Tra il 1816 e il 1819, la Restaurazione iniziò a definire la propria fisionomia internazionale. Categorie come balance of power o concerto delle potenze sono problematizzate dall’autrice e utilizzate per descrivere la risposta europea alla minaccia della rivoluzione. Prese forma una rete transnazionale di monarchie, che coinvolse re e regine, corti, intellettuali, capi militari e i singoli apparati amministrativi, in uno sforzo non limitato alla prevenzione politica, al controllo sociale o alla sorveglianza poliziesca. Era un modello di governance globale, che si richiamava all’antico ordine normativo sorto dopo la pace di Utrecht e non dissimile da quello creato all’indomani della Prima guerra mondiale. Si inaugurava così l’epoca dei congressi.


[1] Rafe Blaufarb, “The Western Question: The Geopolitics of Latin American Independence”, The American Historical Review 112 (2007): 742-763; Matthew Brown, Gabriel Paquette (a cura di), Connections After Colonialism: Europe and Latin America in the 1820s, Tuscaloosa: The University of Alabama Press, 2016.

[2] Per una panoramica sulle nuove interpretazioni storiografiche sul Congresso di Vienna: Jonathan Kwan, “The Congress of Vienna, 1814-1815: Diplomacy, Political Culture, and Sociability”, The Historical Journal, 60 (2017), pp. 1125-1146.

[3] Edward Shawcross, France, Mexico and Informal Empire in Latin America, 1820-1867: Equilibrium in the New World, Londra: Palgrave Macmillan, 2018; David Todd, A Velvet Empire: French Informal Imperialism in the Nineteenth Century, Princeton: Princeton University Press, 2021.

Scritto da
Alessandro Bonvini

Alessandro Bonvini è assegnista di ricerca presso la Scuola Superiore Meridionale (Università di Napoli Federico II). Ha conseguito il dottorato in storia contemporanea nel 2018 presso l’Università di Salerno, in co-tutela con la Pontificia Universidad Javeriana de Bogotá. È stato Max Weber fellow presso l’European University Institute. Si occupa di storia atlantica, Risorgimento e storia politica del XIX secolo.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]