La «ricostruzione culturale» dell’Italia: 70 anni del Mulino. Intervista a Ugo Berti Arnoaldi
- 25 Aprile 2021

La «ricostruzione culturale» dell’Italia: 70 anni del Mulino. Intervista a Ugo Berti Arnoaldi

Scritto da Giacomo Bottos

12 minuti di lettura

Il 25 aprile del 1951 usciva il primo numero della rivista «il Mulino». Iniziava allora, settanta anni fa, la storia di una delle più importanti realtà culturali italiane. Rivista, Società editrice, Associazione, centro studi – sul cui solco è nato l’Istituto Cattaneo –, biblioteca: sono diverse le forme e le declinazioni che ha assunto, nel tempo, un progetto nato sulla base di una precisa concezione di cultura e con l’intento di contribuire, con l’elaborazione e la diffusione di idee e conoscenze allo sviluppo del Paese. Per approfondire la natura di questa concezione e ripercorrere alcuni passaggi della storia del Mulino abbiamo intervistato Ugo Berti Arnoaldi, dal 1982 alla casa editrice, attualmente editor di storia e vicepresidente della Biblioteca. Si ringrazia l’intervistato e la rivista il Mulino per la gentile concessione delle immagini.


Parlando del Mulino non si può che partire dalle origini. Si potrebbe dire che questa realtà nasce dal felice incontro di elementi diversi: un gruppo di persone legate da un vincolo di amicizia e da una comune formazione, un orientamento culturale condiviso e una situazione favorevole che ha permesso lo sviluppo di questo progetto, sia per quanto riguarda le relazioni che in un primo tempo hanno consentito il suo avvio, sia per quanto riguarda il contesto storico più generale. È così?

Ugo Berti Arnoaldi: È naturalmente così. Il gruppo degli amici che hanno fondato la rivista il Mulino comprendeva persone nate tra il 1926 e il 1927, che avevano in comune gli studi al Liceo Galvani di Bologna. Anche mio padre, Francesco Berti Arnoaldi, era del ’26, aveva frequentato il Galvani e li conosceva da allora e ciò ha fatto sì che io, entrato in casa editrice nell’82 su suggerimento di Ezio Raimondi, con cui mi ero laureato, mi sia sempre sentito un po’ parente del Mulino. Come raccontava Luigi Pedrazzi, che era un minimalista e riusciva a smontare le retoriche magniloquenti che si sono fatte sul Mulino, tutto ebbe appunto inizio dall’iniziativa di alcuni compagni di liceo. Alcuni di loro poi, dopo il Galvani, avevano fatto studi comuni laureandosi con Felice Battaglia, che insegnava sia a Lettere che a Giurisprudenza, e in quegli anni era rettore dell’Università di Bologna. Ad esempio, Nicola Matteucci, che aveva due lauree, si era laureato entrambe le volte con Battaglia: la prima volta in Giurisprudenza, per accontentare la famiglia, e la seconda in Filosofia. Furono almeno in tre a laurearsi con Battaglia: Matteucci, Pedrazzi e Antonio Santucci; quattro, se ci mettiamo anche Carlo Poni, che fu nella rivista brevemente all’inizio, ma ne uscì nel 1953. La spinta per cominciare venne da un fatto particolare. Fabio Luca Cavazza, che nel 1945 aveva perso il padre, aveva un protettore, amico del padre, l’avvocato Giorgio Barbieri, fondatore della Barbieri e Burzi, all’epoca una delle realtà industriali maggiori della città, presidente dell’Associazione Industriali della Provincia di Bologna e soprattutto, per quello che importa qui, presidente della Poligrafici Il Resto del Carlino. Barbieri dunque offerse a Cavazza di farlo entrare al Carlino dopo la laurea. Cavazza declinò l’offerta e gli chiese, invece, di finanziare una nuova rivista. Così nacque il Mulino, in certo senso come regalo di laurea a Cavazza. Si trattava all’inizio di un quindicinale di vita e cultura universitaria di cui dal 25 aprile 1951 non uscirono che cinque numeri. Poi in autunno rinacque come mensile.

Ugo Berti Arnoaldi

Nel 1954 alla rivista si affiancò la Società editrice, sempre con l’appoggio dell’avvocato Barbieri. Seguì poco dopo l’Associazione Carlo Cattaneo, destinata a coordinare i lavori di ricerca: è quella che diventerà dal 1965 l’Istituto Cattaneo. Quarta e ultima istituzione del gruppo la Biblioteca, attiva per uso privato dal 1961 e aperta al pubblico nel 1990.
Il racconto mitico de il Mulino ha sempre avuto al centro la parola amicizia. Questa era anche uno dei presupposti della coesistenza di persone con formazioni e culture differenti: c’era l’anima socialista, incarnata da Antonio Santucci e Federico Mancini, l’anima liberale, rappresentata innanzitutto da Nicola Matteucci, e l’anima cattolica, con al centro Luigi Pedrazzi. Queste famose tre anime dialogavano tra loro. L’asse forte di questo dialogo era l’amicizia fra Pedrazzi e Matteucci, che condividevano un’idea di colloquio tra diversi mirante a costruire una terza via. Un tratto unificante del gruppo era l’assenza di comunisti: l’intento era di porsi come alternativi alla cultura comunista, rifacendosi a Salvemini e a Il Mondo, il settimanale «di terza forza» nato due anni prima, nel 1949. Non per caso, quando il Mulino nel 1953 si espresse, se non ricordo male trainato da Matteucci, a favore della legge truffa, un paio di collaboratori più a sinistra, Carlo Poni e Gianni Scalia, lasciarono il gruppo. Guardando retrospettivamente a quegli inizi colpisce la serietà e anche la presunzione di quei ragazzi, che nel 1951 avevano 25 anni, e miravano senza alcuna timidezza e alcun senso di inferiorità a entrare nel dibattito politico e culturale italiano. Erano anche molto pragmatici: cominciarono molto presto a costruire una rete di contatti, come avveniva allora tra le riviste. Coltivarono contatti con Torino, con i “neoilluministi” di Nicola Abbagnano, con Napoli, in particolare con i promotori di Nord-Sud, una rivista per molti aspetti gemella de il Mulino. Il rapporto con Napoli, del resto, era nato grazie al fatto che Pedrazzi, Santucci e Matteucci erano stati borsisti all’Istituto Italiano per gli Studi Storici con Benedetto Croce. Un passaggio importante è quello testimoniato dalla Relazione introduttiva al Primo convegno amici e collaboratori de «il Mulino», che si tenne nel gennaio del 1954, in una sala del Carlino.

Ugo Berti Arnoaldi

Quando lessi per la prima volta la Relazione, molti anni fa, rimasi letteralmente folgorato: è una sorta di Grundgesetz, una legge fondamentale del Mulino. In questo documento collettivo gli autori si autodefiniscono neoilluministi e, richiamandosi alla figura del philosophe illuminista, si riconoscono nell’intellettuale, che – per citare una frase da questo bellissimo testo – guida «con la libertà e l’educazione, il progresso della società civile», e si propongono di «promuovere, nei limiti delle nostre possibilità, un’opera di rinnovamento dei metodi e del costume scientifico, e un adeguamento degli strumenti conoscitivi» con l’obiettivo di partecipare alla «ricostruzione culturale» dell’Italia. È un testo interessantissimo, perché in esso si indica ciò che il Mulino ha sempre cercato di essere: un editore che parla alla classe dirigente e mira a dare il suo contributo politico, non direttamente, ma attraverso la formazione di strumenti di conoscenza moderni, messi a disposizione dei decisori e della classe politica. Quali sono questi strumenti? Ad esempio la produzione di analisi e proposte relative alla riforma del sistema universitario. La scuola è stata, fin dal primo numero, un tema molto importante. Il primo numero de il Mulino mensile si apre con un articolo di Luigi Pedrazzi dedicato alla scuola. Molte delle attività di ricerca promosse dal Mulino e poi dall’Istituto Cattaneo sono state dedicate al sistema educativo: il convegno del 1958 sulla scuola secondaria, quello del 1960 sull’Università, le ricerche sul rendimento scolastico, sulla ricerca scientifica in Italia, sui laureati, sugli insegnanti della scuola media. C’è addirittura un libro bianco sulla scuola materna. Proseguendo su questo filone si arriva a Nello specchio della scuola, il recentissimo libro di Patrizio Bianchi, socio del Mulino, ora ministro dell’Istruzione. Oltre a questo, tra i compiti che il Mulino si prefigge, c’è l’importazione di tecniche e discipline fino ad allora non presenti in Italia. Il Mulino importò la sociologia e le tecniche di analisi dei comportamenti elettorali, che hanno rappresentato e rappresentano tuttora una parte molto importante del lavoro del gruppo, per la Società editrice da un lato, e dall’altro per l’Istituto Cattaneo. Se si prendono i primi tre libri del Mulino, usciti nel giugno del 1954, il primo è appunto la Relazione introduttiva, il secondo è un libro di Francesco Compagna e Vittorio de Caprariis – i due napoletani cofondatori della rivista Nord-Sud , Geografia delle elezioni italiane dal 1946 al 1953, che sembra il titolo di una ricerca ante litteram del Cattaneo. Il terzo sono gli atti di un convegno su filosofia e sociologia. Questa attenzione alla sociologia rappresenta un elemento molto importante del lavoro che, come editore, il Mulino inizia a svolgere. La sociologia allora era di fatto inesistente nell’università italiana: la prima facoltà nasce a Trento nel 1963. Naturalmente quanto detto finora attiene all’orizzonte programmatico della Relazione introduttiva, che dice molto ma non tutto. Se vogliamo guardare alla storia del Mulino dobbiamo adottare contemporaneamente anche una visione dal basso: alcune cose sono avvenute per caso. Ad esempio Gino Giugni arrivò al Mulino avendo conosciuto Federico Mancini sul piroscafo che li portava negli Stati Uniti, dove entrambi avevano avuto una borsa Fulbright. Una delle ragioni per la quale il Mulino tradusse tanta sociologia, storia e scienza politica americana fu la possibilità di avvalersi della Public Law 480, una legge statunitense del luglio del 1954 – il mese successivo al debutto del Mulino come editore – che consentiva il reimpiego per sostegno di iniziative culturali dei proventi della vendita del surplus del grano americano in Italia. Sfruttando questa possibilità, il Mulino, come altri editori (posso citare almeno Neri Pozza e la Nuova Italia) ma di sicuro con più sistematicità, ottenne il finanziamento di traduzioni per anni, e realizzò due collane come i Classici della democrazia e la Collezione di storia americana. Commemorando Cavazza all’Istituto Croce Pedrazzi disse una volta, nel suo solito stile demistificante, che in realtà nei loro programmi originari non c’era affatto l’idea di tradurre tanti testi americani, ma Cavazza trovando quel tal codicillo aveva indicato una possibilità e loro, molto pragmaticamente, l’avevano sfruttata. È una versione forse un po’ troppo minimalista, ma utile per ricordare che, come ha scritto una volta per tutte Carmine Donzelli, la progettazione editoriale è sempre una sommatoria di intenzioni e casi fortuiti. Comunque, fra progetto e caso, si legge bene nel lavoro di quei primi anni che il servizio alla classe dirigente veniva declinato attraverso l’importazione di strumenti moderni e attraverso ricerche che miravano a studiare la società italiana, per le quali fu pensata una delle prime collane editoriali: i Problemi della società italiana.

 

Effettivamente, guardando a questa storia sembra emergere un felice incontro tra una certa concezione della cultura – legata ad una visione di modernizzazione del Paese, ad un’idea di riformismo e al ruolo delle scienze sociali e della sociologia – e una notevole capacità organizzativa e abilità nello sfruttare le opportunità che via via si presentavano. Con il passare del tempo, con lo sviluppo e la crescita della casa editrice, qual è stata l’evoluzione di questa attitudine originaria? In particolare per quanto riguarda il rapporto tra cultura e politica, nel quadro di questo orientamento generale focalizzato sulla formazione della classe dirigente e sull’orientamento dell’opinione pubblica, ci sono state fasi diverse, in cui questo rapporto è stato declinato con un maggiore o minore impegno diretto sulla scena pubblica?

Ugo Berti Arnoaldi: Naturalmente i tempi sono cambiati, perché quanto detto finora poteva essere realizzato in modo relativamente agevole da una piccola casa editrice, per la quale è facile avere un programma editoriale molto ben individuato, essere ben riconoscibile, facendo pochi libri. Diversa è la situazione di una casa editrice come quella attuale, che pubblica 180 libri l’anno e oltre settanta riviste. È una logica completamente diversa. Uno dei nostri problemi sta nella difficoltà di dare un’immagine univoca del Mulino che fa libri accademici, per gli studenti, per il pubblico generalista. Non tutto sta insieme. Se ci concentrassimo su un solo ambito potremmo avere un posizionamento più definito, proponendoci magari come editore elitario, di nicchia, come fa ad esempio Adelphi. Ma il Mulino fa anche divulgazione, negli anni recenti ha preso a fare varia più “leggera”, e dalla seconda metà degli anni Sessanta è anche un editore di manuali universitari, cosa che ha dovuto fare i conti con una certa resistenza anche interna, perché molti studiosi sono scarsamente interessati alla divulgazione. Un insigne storico come Paolo Prodi mi disse una volta: «I manuali li detesto». Del resto è l’Università stessa a disincentivare la disponibilità dei docenti alla divulgazione, nella misura in cui nel loro curriculum valuta solo la produzione monografica e non quella manualistica. Ricordo molti anni fa una riunione di storici in cui uno di loro, autore di un manuale per i licei, disse: «Non nascondiamoci che chi di noi ha fatto un manuale è guardato male dai colleghi». La tradizione orale del Mulino dice che fu Beniamino Andreatta a insegnarci che anche fornire dei buoni strumenti di studio agli studenti è un atto culturale e non bassamente mercantile.

 

Rispetto all’evoluzione della casa editrice fu probabilmente significativo il momento del passaggio di proprietà…

Ugo Berti Arnoaldi: Sì esatto, fu un momento in cui cambiarono molte cose. Con il passaggio di proprietà arrivò a capo dell’editrice Giovanni Evangelisti. Ne sarà direttore editoriale e consigliere delegato per oltre quarant’anni. Egli è la figura che ha interpretato la seconda nascita del Mulino, trasformando una casa editrice di amici che vi lavoravano a metà tempo, se non a tempo perso (150 titoli in dieci anni), in una casa editrice vera, che ha avuto la fortuna e la sensibilità di agganciare le opportunità create dalla liberalizzazione degli accessi universitari. In quella fase aumentò enormemente il numero degli studenti, e dunque il pubblico per libri che in parte erano già nel catalogo del Mulino, come accadde per i testi di sociologia. Mentre il Mulino come casa editrice diventa un’istituzione sempre più complessa, che deve seguire logiche molteplici, la rivista rimane molto centrata sul dibattito politico. La mia impressione è che la presenza della rivista il Mulino nel discorso politico continui a essere forte negli anni Sessanta con la direzione di Giorgio Galli, e anche successivamente, con Pietro Scoppola. Vi sono stati momenti di dibattito e anche di rottura, come sulla questione del divorzio, che portò a una frattura in seno all’Associazione, che annoverava alcuni promotori del referendum antidivorzista – Sergio Cotta, Augusto Del Noce, Gabrio Lombardi – che finirono per allontanarsi. L’Istituto Cattaneo dopo la stagione delle grandi ricerche negli anni Sessanta ha conosciuto una fase di crisi, paradossalmente per la diffusione stessa della sociologia nell’università che ha accolto studiosi che prima trovavano spazio in istituzioni come il Cattaneo. Si riprenderà poi, anche svincolandosi da un rapporto fin lì molto stretto con il gruppo, istituendosi in fondazione, e ponendosi come osservatorio della politica italiana, in particolare dei comportamenti elettorali, producendo – ad esempio – a partire dal 1985 l’annuario Politica in Italia e rilanciandosi con grandi progetti di ricerca come quella sulle regioni e quella sul terrorismo. In questo processo gli uomini del Mulino sono cambiati, ne sono subentrati altri, parte di essi è entrata in politica. Gianfranco Pasquino ad esempio fu eletto al Senato, Romano Prodi, nel momento in cui era presidente della Società editrice fu chiamato al Ministero dell’Industria. Anche Giuliano Amato e Beniamino Andreatta entrarono in politica. Questo creò anche qualche disagio. Evangelisti, che era un intellettuale molto fine e molto appassionato di politica, di cui era un acuto analista, aveva però molto a cuore l’immagine del Mulino, e ne conservava un’idea che corrispondeva a quella tratteggiata nella Relazione introduttiva, secondo la quale il Mulino non fa politica, ma fornisce i materiali a chi fa politica. Nel momento in cui Prodi, Parisi e Padoa-Schioppa erano al governo, vi era da un lato grande soddisfazione, ma al tempo stesso Evangelisti era preoccupatissimo, temendo che il Mulino finisse etichettato come “la casa editrice di Prodi”, cosa che in parte poi inevitabilmente avvenne. C’è sempre stata, insomma, la preoccupazione di mantenere una certa distanza dalla politica. Quando Paolo Prodi era presidente della Biblioteca, organizzò una serie di incontri con gli ex direttori della rivista il Mulino ancora viventi, a cui parteciparono Giorgio Galli, Luigi Pedrazzi, Nicola Matteucci, Pietro Scoppola, Arturo Parisi, Edmondo Berselli e lo stesso Evangelisti. Anche in quell’occasione Evangelisti ribadì la sua visione del Mulino come produttore e fornitore di pensiero e non come una rivista di battaglia, cosa che, ad esempio, Scoppola contestava aspramente. Ricordo anche che in quella occasione Parisi fece un ragionamento interessante, rilevando come ormai il giornale avesse assorbito funzioni che erano state del settimanale, e il settimanale a sua volta avesse sostituito le riviste d’opinione, le quali avevano perso significato. Un’analisi molto tranchant, ma anche molto acuta. Di fatto la civiltà delle riviste, tipicamente novecentesca, è ampiamente alle spalle: la figura dell’abbonato, che possiede l’intera collezione, che legge ogni nuova uscita della rivista e se ne sente parte, non esiste più. Non esistono più nemmeno le riviste militanti, come sono stati i Quaderni Piacentini o i Quaderni Rossi: in quella forma, è un mondo passato. Ora ci sono le riviste online – anche il Mulino ha una versione online, di fatto un’altra rivista – e tutte le altre nuove forme di comunicazione social, fino a quelle brevi e brevissime, che hanno un’altra capacità di penetrazione ma anche, e la mia è l’impressione di un vecchio, si perdono nel chiacchiereccio generale della rete e sono inadatte al tempo lento della riflessione, e per converso adattissime a quello volatile dell’emozione.

 

Nel quadro di queste profonde trasformazioni a cui la casa editrice è andata incontro, un punto importante riguarda il rapporto tra coerenza dell’impostazione culturale di fondo e necessità di stare sul mercato. Come è stato declinato questo equilibrio nelle varie fasi? Un altro aspetto legato ai temi che abbiamo affrontato, è la questione della governance, l’articolazione tra i diversi elementi che compongono la realtà del Mulino: l’Associazione, la rivista, la Società editrice, l’Istituto Cattaneo, la Biblioteca… Quali sono le peculiarità e le implicazioni di questa struttura? Ha permesso di costruire e tutelare un equilibrio tra istanze diverse? Ha introdotto talvolta elementi di complessità nell’affrontare i cambiamenti e le trasformazioni?

Ugo Berti Arnoaldi: L’Associazione il Mulino è cambiata moltissimo nel tempo, passando dall’essere un gruppo di amici alla realtà attuale di un’organizzazione di una novantina di persone, che in certi casi hanno rapporti di conoscenza abbastanza tenui. I fondatori del Mulino, ormai tutti scomparsi: erano persone unite da un vero legame di amicizia e sentivano che il Mulino era cosa loro. Si volevano bene e battibeccavano come vecchi coniugi. L’Associazione, dove si entra per cooptazione, è costituita ancora da persone che hanno un rapporto con il Mulino, essendo autori e collaboratori, ma è inevitabile che il rapporto oggi sia un po’ più lasco. Finché c’è stato Evangelisti, morto nel 2008, il problema della concertazione del gruppo, che ha a capo l’Associazione, era sostanzialmente risolto dal fatto che era lui il perno vero di tutto, quello che faceva muovere insieme le ruote; in seguito si è dovuto cercare un nuovo equilibrio, in un certo senso il ruolo del comitato direttivo dell’associazione, che è composto da eletti dall’assemblea dei soci e da un rappresentante indicato da ciascuna delle istituzioni del gruppo, è diventato più centrale e immagino sia per questo che l’attuale presidente, il giurista Marco Cammelli, sta promuovendo una serie di gruppi di studio o seminari interni su temi politici e culturali per richiamare l’Associazione a un impegno di pensiero (e conseguentemente di guida) più diretto. Dal 25 aprile 1951 che vide uscire il primo numero della rivista sono passati settant’anni; da allora è ovvio che la vita del Mulino in generale è cambiata notevolmente, perché sono cambiati i contesti in cui agisce, sono cambiati gli strumenti dell’azione culturale, sono cambiate le persone. E tuttavia, come ho detto, se si prende in mano quel primo atto di autoriflessione e di programma che è la Relazione introduttiva del 1954 mettendone da parte gli elementi più contingenti, e si considera nella sua globalità l’evoluzione del gruppo, si può vedere che quella “legge fondamentale” è un filo resistente che continua a connettere il nostro oggi alle opzioni originarie, forse più di quanto noi stessi siamo consapevoli. In questo senso, se in chiusura di questa conversazione e anche della mia carriera qui, che termina quest’anno, posso formulare un augurio al Mulino è di non diventare una normale casa editrice, di continuare a coltivare il lusso di quel libero scambio delle idee in cui Ezio Raimondi, fedele al Mulino per oltre sessant’anni, ha sempre visto la peculiarità di questo gruppo; di saper continuare a fare cultura dentro al mercato senza esserne schiavo e magari qualche volta infischiandosene.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista» e Presidente di Tempora - pensare il presente, associazione, think tank ed editore della rivista. Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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