La rivolta contro l’eterno presente ai tempi del neoliberismo

Il nostro tempo coincide con il completamento del processo che ha portato all’espansione della potenza sociale moderna. La storicità non può più presentarsi come processo, ma diventa semplicemente sospensione, “epokè”. Lo storicismo si converte in ontologismo: grazie all’arresto della temporalità è possibile cogliere l’essere e non più il divenire. E’ questo il ragionamento di fondo che sta alla base di concetti come quelli di “fine della storia”(Fukuyama) e “fine della società”(Touraine): l’idea che sia la società, cioè quella formazione sociale che si è imposta definitivamente negli ultimi due secoli, ad aver prodotto una sua specifica idea della dimensione storica; ossia l’idea per cui è il mercato, nella sua affermazione trionfante, la dimensione totalizzante dell’esistenza, in cui si consuma tutta la dialettica sociale e che riesce a soddisfare ogni bisogno umano.

E’ questo il cuore dell’egemonia neoliberale e dell’immaginario simbolico della rivoluzione neoconservatrice. Esso si fonda sulla neutralizzazione del nesso tra presente e passato, affinché il futuro non possa essere pensato come progetto. Vengono compressi lo spazio ed il tempo. La realtà viene presentata come a-storica e a-dimensionale. La globalizzazione dell’immaginario scandisce il nostro tempo come “ciclico”: è un tempo senza epoca, cioè senza un risultante che intenda il futuro come proiezione del presente sui fondamentali del passato. Il nostro è presentato come un “eterno presente”, come un eterno ritorno visibilmente rappresentabile con una ruota, i cui raggi sono talmente grandi da non tornare mai. Ogni attimo è divorato da quello successivo. Non resta niente. Non è più possibile ricostruire una linearità storica. La storia non è più tragedia, ma una burletta da avanspettacolo. Entra in crisi lo stesso concetto di “progresso” come superamento per sintesi di una contraddizione precedente. Il futuro è sostituito dal presente, avviene una sospensione del trascorrere e del divenire.

Se la storia è sospesa, però, c’è un ritorno all’esistente ed alla vita nel suo permanere: un ritorno all’essere ed alla sua capacità di fermare la freccia del destino. La sospensione dell’epoca storica rende possibile l’emergere dell’esistente, il primato della potenza data, oggettiva, cioè della società e quindi del mercato. Si afferma un principio di ragione assoluta, per cui la società non può più essere trascendibile, quindi in ultima istanza, superabile. L’essere umano non può più trasformare il mondo. Si limita a scorrere all’interno di un tempo fermo, per poi spegnersi senza lasciare tracce. Non si pensa più ad un superamento della società esistente, ma ci si concentra sulle più profonde possibilità del nostro mondo sociale. Il risultato di tutto ciò è un tempo, senza epoca, di “crisi perenne” e non sintetizzabile in un tutto più perfetto, perché il processo dialettico sembra essersi arrestato. Si sfocia nel nichilismo, nell’iper relativismo, nell’accentuazione dell’individualismo. La realtà non è più il risultato di una polarizzazione di forze opposte, ma si risolve in un tutto indistinto, in cui ogni cosa coincide con tutte le altre. Non ci sono più punti di vista, non c’è più prospettiva. C’è solamente un pensiero unico, totalizzante e soffocante, in cui la critica è depotenziata, i conflitti neutralizzati e sterilizzati. Non c’è più movimento reale, solo stasi. Il vento della storia ha smesso di soffiare e le acque del mare, non più sbattute dal suo movimento violento, soffrono di una putrefazione prodotta da una bonaccia duratura.

Il problema che mi assilla, allora, consiste nel come si possa tentare di riattivare una multiversità del tempo ed una multidimensionalità della realtà. Come si può spezzare, con un violento atto rivoluzionario, il continuum storico?

Il filosofo è una figura violenta: non potendo invadere il mondo con degli eserciti, tenta di chiuderlo forzatamente dentro un sistema. Ma questo non è possibile, perché per quanto articolato e perfetto il suo sistema possa essere, la realtà sarà sempre più complessa. Il tentativo di sfaldamento della raggiera dell’eterno presente e dell’uni-dimensionalità del tempo si deve distanziare quindi anche dalle concezioni ottimistiche del progresso, positivistiche e hegelo-marxiste, secondo cui la storia è un cammino lineare di sviluppo crescente. Si tratta, invece, di “spazzolare la storia contropelo“, per dirla con Benjamin, accostandosi al passato come profezia di un futuro e arrestando la continuità storica con un salto e una rottura. Nella storia, secondo Benjamin, infatti, non c’è un telos, un “fine” garantito. Solo recuperando e prendendo al proprio servizio la teologia e il messianesimo sarà possibile liberarsi dalla fede cieca in un progresso meccanico. La realtà non esiste in quanto tale, ma può solo essere rappresentata dal soggetto a se stesso, nell’atto del conoscerla, porla come altro al di fuori da se e quindi crearla.

Il finalismo è quello della redenzione, alla quale si può giungere dalla visione del passato, fatto di ” rovine su rovine “. Come l’ Angelus Novus, raffigurato in un acquerello di Paul Klee, si volta a guardarlo ma è trascinato da una spinta irresistibile verso un futuro diverso. Scrive Benjamin: C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.”

Benjamin ha una visione messianica della storia: la sua è un’attesa perpetuamente insoddisfatta di una redenzione futura. A suo avviso, la storia è come un ” cumulo di macerie “. Ad ogni passo dello sviluppo l’uomo si lascia alle spalle distruzione e morte, ma nel passato sono contenute “unità di senso”, che erano rimaste come sepolte . Solo comprendendo il passato comprendiamo noi stessi.

Nelle Tesi di filosofia della storia , Benjamin indica, invece, una possibilità di vittoria per il materialismo storico, se questo ” prenderà al suo servizio la teologia”. Il recupero della tradizione messianica consente infatti di concepire il tempo come un processo non lineare, bensì solcato da improvvisi istanti rivoluzionari che frantumano la continuità storica: ” la coscienza di far saltare il ‘continuum’ della storia è propria delle classi rivoluzionarie nell’attimo della loro azione. […] Al concetto di un presente che non è passaggio, ma in bilico nel tempo ed immobile, il materialista storico non può rinunciare. Poiché questo concetto definisce appunto il presente in cui egli per suo conto scrive la storia. Lo storicismo postula un’immagine eterna del passato, il materialista storico un’esperienza unica con esso. Egli lascia che altri sprechino le proprie energie con la meretrice ‘C’era una volta’ nel bordello dello storicismo. Egli rimane signore delle sue forze: uomo abbastanza per far saltare il ‘continuum’ della storia “.

E’ tempo allora di ribaltare l’intento marxiano: ritornare, dalla “critica della terra”, ad una “critica del cielo”. In capo agli ultimi epigoni del movimento operaio è oggi il compito, titanico, di ingaggiare una furibonda battaglia intellettuale, che miri a contendere ai gruppi dominanti l’egemonia culturale e la capacità di creare e depositare “senso comune” nella società. Elaborato il lutto della sconfitta del Socialismo storico, è tempo di mettere finalmente in campo un Pensiero nuovo sulle cose del mondo e della vita. La sfida è a questa altezza, non più in basso di così. Questo non vuol dire assolutamente rinunciare alla lotta politica vera e propria, al fare cioè una analisi differenziata e concreta della situazione concreta. La tattica e la guerra di posizione sono vitali per portare avanti lo scontro. Ma con la consapevolezza radicale che da sole non sono altro che un flatus vocis inconsistente e che la sproporzione di forze tra noi e l’avversario è tale da rendere necessario e non più rinviabile un salto di qualità nell’intensità dello scontro e l’ingaggiare la lotta al livello sovrastrutturale. Non basta contrapporre un’agenda di governo e politiche alternative a quelle del nemico: ad un organico sistema di pensiero, alla sua visione antropologica, in sostanza, quindi, all’egemonia dei gruppi sociali al comando, si risponde con un’eguale sistema di pensiero una nuova Weltanschauung . Una nuova grande idea di trasformazione del mondo. La politica non è altro che lotta per l’egemonia, altrimenti finisce con l’essere un inconsistente balbettio nella notte in cui tutte le vacche sembrano nere.

In questo senso, per rompere il continuum temporale e riattivare una multidimensionalità della storia, bisogna recuperare il messianismo e la spinta morale che sono la radice profonda del marxismo per via dell’influenza che ebbe sulla sua elaborazione la matrice del pensiero ebraico. L’ebraismo è una religione negativa la cui idea fondamentale è la salvazione, per cui il presente non è altro che una manifestazione imperfetta della realtà liberata e salvata in senso teologico. Il proletariato come incarnazione in cui si manifesta il destino di salvazione dell’umanità sarebbe in un certo senso una forma secolarizzata e laicizzata del messianesimo ebraico.

Per sopravvivere nell’età della sospensione e nel tempo senza epoca, la Politica si deve fare Teologia secolarizzata. Deve recuperare la sua spinta trascendentale ed escatologica di liberazione spirituale dell’essere umano. Del resto, come avevano capito i grandi Capi del comunismo italiano, il Comunismo potrebbe anche essere classificato come una “eresia” del Cristianesimo, il quale avrebbe immesso nel flusso della Storia per primo le idee di bontà, carità, uguaglianza che sarebbero state fatte poi proprie dal movimento operaio. Come ha lucidamente mostrato Mario Tronti nel suo ultimo “Dello Spirito Libero”(Il Saggiatore, 2015), il grande errore di Marx, profeta della Modernità, è stato quello di scegliere Feuerbach rispetto a Kierkegaard.

“Veniamo da lontano ed andiamo molto lontano” diceva il comandante Ercoli. Certo: dobbiamo sapere distinguere “ciò che è vivo da ciò che è morto”, ma noi siamo gli ultimi eredi dell’epopea del movimento operaio e di chi voleva “dare l’assalto al cielo”. Potremmo non avere più dalla nostra “il vento della Storia”, ma siamo animati da una profonda ed incrollabile convinzione di tipo morale: che possa e debba esistere un mondo più giusto di così e che questo sia destinato agli “uomini di buona volontà”. Siamo degli sconfitti, si, ma non ci sentiamo affatto dei vinti. E non è detto che il rosso, che si vede all’orizzonte, sia quello del tramonto e non di una nuova, chiara alba.


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Classe ’96, studia Filosofia alla Sapienza di Roma.

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