“La rivolta della società. L’Italia dal 1989 a oggi” di Francesco Tuccari
- 30 Marzo 2020

“La rivolta della società. L’Italia dal 1989 a oggi” di Francesco Tuccari

Recensione a: Francesco Tuccari, La rivolta della società. L’Italia dal 1989 a oggi, Editori Laterza, Roma-Bari 2020, pp. 144, 15 euro (scheda libro)

Scritto da Luca Picotti

6 minuti di lettura

Francesco Tuccari, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università di Torino, nel suo ultimo libro La rivolta della società. L’Italia dal 1989 a oggi (Laterza 2020) ripercorre gli ultimi trent’anni di storia politica del paese, ricostruendo la cornice globale delineatasi dopo la caduta del Muro di Berlino e affrontando, da una prospettiva interna, le più importanti trasformazioni che ne sono seguite. In questo modo, con un’analisi che accompagna il lettore nel passaggio dalla Prima alla cosiddetta Terza Repubblica, il volume evidenzia con lucidità come l’Italia abbia sofferto, o quantomeno subito, i principali mutamenti del periodo preso in esame, tra cui lo shock migratorio, la stagnazione economica, la metamorfosi dei valori e gli effetti della rivoluzione digitale.

Tuccari riprende le riflessioni di Karl Polanyi, autore del celebre The Great Transformation, per orientarsi nella crisi politica, ma anche culturale, che stanno attraversando le democrazie occidentali – e l’Italia in particolare – in questi primi vent’anni del nuovo secolo. Se Polanyi aveva come riferimento il ‘collasso della civiltà’ del XIX secolo, quel ‘mondo di ieri’ di cui parlava Stefan Zweig, oggi la grande trasformazione concerne i radicali mutamenti portati dal mondo globale, interconnesso e digitale. Le analisi dell’economista ungherese rimangono però straordinariamente attuali: l’economia, da sempre subordinata alla politica, alla religione o alle diverse strutture sociali, diventando a partire dall’Ottocento market economy, capace quindi di autoregolarsi e subordinare a sé i rapporti sociali, ha determinato una rottura radicale con il passato, portando sì sviluppo e benessere, ma alimentando allo stesso tempo una spirale di effetti distruttivi di schumpeteriana memoria. Da qui deriva la crisi della società e la trappola del doppio movimento, per cui da un lato ci troviamo di fronte ad «un movimento di assoggettamento della società alle logiche insocievoli del mercato», dall’altro a «un contro-movimento di protezione della società dai pericoli e dalle instabilità del mercato stesso, giocato per lo più sul terreno del controllo e della regolazione da parte della politica e dello Stato». Alle logiche del libero mercato, ogniqualvolta divengano totalizzanti e producano un numero consistente di sconfitti, segue quindi inesorabile un rigetto, che si traduce in un richiamo alla politica – a cui si chiede di subordinare a sé l’economia e non viceversa – per ‘difendere la società’ nel suo complesso. Attraverso queste coordinate, è possibile comprendere le diverse reazioni protezionistiche-nazionaliste-comunitarie di questi anni, al netto dei diversi contesti e delle dinamiche peculiari dei singoli paesi.

L’Italia in particolare, oggetto della nostra discussione, ha vissuto una crisi importante su più fronti, dalle trasformazioni del sistema politico – con il doloroso passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica – allo shock migratorio – prima con l’Albania e poi con l’immigrazione africana e mediorientale dal 2015 – passando per il declino economico e i sempre più profondi mutamenti degli assetti demografici.

Per quanto concerne il sistema politico, nei primi anni Novanta con Tangentopoli l’intera classe dirigente che aveva guidato la Prima repubblica è caduta sotto i colpi della corruzione – germogliata all’interno di un sistema partitico clientelare e di una democrazia immobile incapace di garantire l’alternanza di governo – e del ‘fattore M’ (Calise 2016), ovvero il connubio tra magistratura e media e il suo impatto sull’opinione pubblica. La radicale volontà di cambiamento di quegli anni ha portato all’espulsione definitiva del ceto di governo, schiacciato sotto i «cristalli» dell’opposizione politica feroce, dei media e della magistratura. Questo sacrificio simbolico ha aperto però le porte, scrive il politologo Giovanni Orsina rileggendo Canetti, ad un venticinquennio di antipolitica dove il carattere principale è stata l’insoddisfazione permanente della massa degli elettori: «La massa aizzata, scrive Canetti, “si forma in vista di una meta velocemente raggiungibile […] Essa si propone di uccidere, e sa chi ucciderà”. L’omicidio serve alla massa “per liberarsi subitaneamente e per sempre della morte di tutti coloro che la compongono”. Ma “ciò che poi veramente le accade, è l’opposto […] la massa si sente più che mai minacciata dalla morte”. E “tanto più alta era la vittima, tanto più grande è l’angoscia”» (Orsina 2018).

La Seconda repubblica, non a caso, è stata caratterizzata dall’alternanza di governo – a causa anche della crisi dei partiti, privi ormai di una ragione sociale, sempre più personalizzati e non più in grado di creare appartenenza – e dalla crescente insoddisfazione di un elettorato abituato ormai a pensare secondo le logiche del consumo usa e getta (Di Gregorio 2019). Viene così a configurarsi una democrazia del pubblico (Manin 2013), rappresentata per antonomasia da Silvio Berlusconi e le sue tv e portata all’estremo dall’avvento dei social network.

Tra le questioni che hanno maggiormente interessato la Seconda repubblica – conflitto di interessi, flessibilizzazione del mercato del lavoro, riforme istituzionali – vi è anche quella migratoria. L’Italia, che a fine anni Ottanta contava solo poche centinaia di migliaia di stranieri, ha registrato negli anni successivi un aumento considerevole della popolazione straniera, arrivata oggi a superare i 5 milioni; non molto rispetto ad altri stati europei, ma comunque un numero importante per un paese che non era abituato all’immigrazione: «Al di là della loro relativa imprecisione, infatti, queste cifre ci restituiscono la misura e anche le ragioni di uno shock. Ci mostrano cioè come l’Italia – paese tradizionalmente di emigrazione che aveva poi faticosamente digerito forti spostamenti interni di popolazione dal Sud al Nord – sia diventata improvvisamente, nell’arco di pochi decenni, un paese di immigrazione, e anzi, a causa della sua particolare posizione geografica, una delle principali frontiere europee delle grandi migrazioni internazionali della nostra epoca» (p.29). L’ipertrofia legislativa di quel periodo – Turco-Napolitano (1998), Bossi-Fini (2002), Maroni (2009) – è emblematica e testimonia la difficoltà del paese nell’affrontare il fenomeno per mezzo di una strategia organica e coerente, con conseguenti ricadute negative sul piano della percezione della insicurezza.

L’immigrazione tornerà centrale come argomento a partire dal 2015 con la crisi dei migranti e la crescita di partiti come la Lega di Salvini che ne faranno un tema centrale della loro campagna elettorale. Vi è però questa volta un quid pluris in termini di contesto generale, ossia l’impatto della crisi finanziaria del 2007-8 con le sue devastanti e non ancora del tutto ricucite conseguenze economiche: la richiesta di protezione da parte della società sarà di conseguenza decisamente più alta che nei primi anni duemila e l’immigrazione verrà vista con ancora maggiore diffidenza – come concorrenza di forza lavoro a basso costo e ulteriore spartizione di un già esiguo stato sociale.

L’Italia inizia quindi ad avviarsi dalla Seconda Repubblica alla Terza o, come altri l’hanno battezzato, al momento populista. Tuccari riprende Polanyi per fotografare la reazione ‘populista’ che ha interessato l’Italia. In particolare, l’Autore evidenzia come il libero potere dei mercati, artefici della destituzione del governo Berlusconi, abbia tirato la corda della società italiana troppo a lungo finché, come spiega la a teoria del doppio movimento, la reazione è arrivata; a pagarne le spese sono stati ovviamente gli attori politici della Seconda repubblica, ritenuti responsabili della crisi. «È però estremamente significativo che nel momento della massima crisi la pulsione della difesa della società sia sparita del tutto o quasi dall’orizzonte delle forze politiche di maggioranza e di opposizione, rifluendo semmai nei grandi movimenti di indignazione – altra lezione in tema di democrazia – che allora cominciarono a invadere spontaneamente le piazze di tutta Italia e del resto del mondo, cercando di dar voce, con una formula a dir poco esagerata ma di grande efficacia, al cosiddetto 99%. La società italiana, già da tempo abbandonata dai suoi post-partiti e dai suoi strepitanti video-leader e video-premier, fu lasciata ancor più sola di fronte alle turbolenze naturali dei mercati. Il che doveva solo tendere ulteriormente la corda già tesissima della controspinta polanyiana alla protezione della società. L’esperienza del governo Monti aveva infatti mostrato quale era, in ultima analisi, la vera natura della Seconda Repubblica. Si trattò di una rivelazione per moltissimi inaccettabile» (p.83).

Si costituisce così il governo gialloverde, una sorta di bipopulismo autocompetitivo come l’ha battezzato Mauro Barberis, che dopo un anno cade e viene sostituito dall’esperimento giallorosso. Tuccari nelle ultime pagine accenna ai limiti del Governo Conte 1 e alle prospettive del Conte 2; per quanto riguarda il primo, l’Autore sostiene che non abbia retto alla prova con la realtà. Allargando poi lo sguardo dell’analisi, afferma che in generale le sirene del populismo, seppur seducenti, non siano capaci di difendere la società nel contesto globale. Questo perché ormai, sostiene Tuccari forse troppo affrettatamente, gli stati nazionali non sono in grado di agire nel nuovo scacchiere mondiale prodotto dalla grande trasformazione 2.0, in cui «le grandi forze globali che governano il mondo sono molto più robuste di un tempo» e «agiscono attraverso una miriade di canali senza dover rispondere a nessuno». Non è possibile, continua Tuccari, controllarle ripiegando sul sovranismo, perché queste forze sono sempre pronte a disinvestire o delocalizzare. Davanti a questa realtà, quanto di più auspicabile sarebbe, nell’unica prospettiva possibile per Tuccari che è quella europea, «la costruzione di uno spazio continentale forte e solidale che riesca a sfuggire a una duplice maledizione: quella dei sovranismi e degli egoismi nazionali, che semplicemente lo distruggerebbero condannandosi per di più ad una mesta impotenza, e quella della pura tecnocrazia, che continuerebbe a renderlo un duro e arido deserto di cifre e di conti da far tornare» (p.112).

Come riconosce lo stesso Tuccari però, al momento, si tratta solo di un miraggio. Inoltre, non si capisce bene che tipo di politica dovrebbe esserci in mezzo tra la tecnocrazia e il sovranismo e in che direzione, oltre al generico riferimento all’Europa, si dovrebbe andare in termini di policy da adottare nel mondo globalizzato e dominato dai giganti globali di cui sopra. In altre parole, dal momento che molto spesso tecnocrazia e populismo non sono nemmeno incompatibili – si veda il tecnopopulismo teorizzato da Lorenzo Castellani – manca un’indicazione precisa di come agire nel contesto esistente, se accettare passivamente il potere dei giganti economici o cercare strumenti politici e giuridici per affrontarli, e come equilibrare i due movimenti di Polanyi. Vi sono numerosissime questioni che, dopo una raffinata analisi degli ultimi trent’anni di storia politica italiana, necessiterebbero quantomeno di essere accennate. Anche perché, nel volume, i temi e gli autori citati sono molti, nonostante le poche pagine, mentre una conclusione più strutturata sarebbe servita a completare l’architettura del testo dando più voce agli importanti riferimenti – Bauman, Cassese, Gallino, Crouch, Galli, Diamanti, Mazzucato e molti altri. Auspicare una risposta europea e sostenere che si debba sfuggire alla tenaglia composta dal sovranismo da un lato e dalla tecnocrazia dall’altro rischia di essere un po’ troppo riduttivo, anche per un volume che fa della brevità e della narrazione sintetica, ma coerente, i suoi punti di forza.

Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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