“La rivoluzione gentile” di Jeremy Corbyn
- 01 Giugno 2016

“La rivoluzione gentile” di Jeremy Corbyn

Scritto da Domenico Romano

6 minuti di lettura

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La proposta politica di Corbyn

Dopo l’ottima e stimolante introduzione l’opera propone le traduzioni di diversi interventi del leader laburista. Questa selezione è molto interessante perché coglie bene diversi aspetti centrali nella proposta politica di Corbyn. Dall’intervento al Trade Union Congress (i sindacati sono certamente il più importante sostenitore in fatto di capacità economica ed organizzativa del corbynismo) al primo discorso da leader del Partito alla conferenza annuale di Brighton, dall’intervento nella delicatissima Scozia, una volta roccaforte laburista ed oggi dominata politicamente da un partito regionalista pro-Europa, pro-scissione dal Regno Unito, pro-welfare, la cui leader dichiara di essersi impegnata in politica per fare l’opposto delle misure implementate dalla Thatcher. In tutti questi brani il lettore potrà trovare certamente traccia della rivoluzione corbyniana sia nei concetti (su questo il passaggio di Brighton è piuttosto esemplificativo) sia nel linguaggio. Ad una lettura approfondita degli interventi del nuovo leader laburista appaiono evidenti i due tratti che rappresentano la condizione di maggiore forza e di maggiore debolezza della leadership corbyniana. Sul fronte della forza, Corbyn ha dimostrato di voler poggiare la sua leadership su alcune basi che appaiono solide. Soprattutto nel campo della politica economica il leader laburista ha abbracciato in pieno il nuovo filone di pensiero sul ritorno del ruolo dello Stato attivamente impegnato nell’economia. L’evento centrale che ha dimostrato questa intenzione è stata la nomina dei consiglieri economici del Partito Laburista (evento accaduto a settembre 2015): i primi tre nomi sono quelli di Mariana Mazzucato, accademica e autrice di una fortunata pubblicazione sul ruolo centrale ed attivo dello Stato nei processi di innovazione, di Thomas Piketty e di Joseph Stiglitz. Questa impostazione corbynista tesa a far riemergere fortemente il tema della diseguaglianze nella società britannica e la conseguente necessità di un intervento statale, sia pure in forme nuove, è una scelta molto netta, ma che potenzialmente parla ad una bacino di persone non piccolo. Si tratta di una necessità che il Labour non poteva più rimandare, visto il tallonamento da parte dei nazionalisti dell’UKIP in tantissimi collegi a basso reddito e tradizionalmente laburisti. Su questo Corbyn si “avvale” anche della stessa esistenza della crisi come evento che ha dimostrato la necessità di cambiamenti sulle politiche economiche tradizionali.

Il punto debole, invece, lo si trova sul fronte della politica estera. Corbyn è un pacifista, nel senso più pieno del termine: lo è in coerenza con una vita di prese di posizione di questo tipo. Ma lo è in un partito che al di là del trauma dell’Iraq, mai del tutto superato, non ha affatto una tradizione di quel tipo ed anzi che ha più volte nei decenni dimostrato di possedere una linea di politica estera molto peculiare.

In definitiva questo fianco scoperto è il vero punto di debolezza del corbynismo approdato alla guida del Labour. L’intervento parlamentare sulla Siria ha portato alla luce tutto ciò, ma se consideriamo che il leader dell’opposizione è un “Primo Ministro in attesa”, certamente questo fronte rischia di essere molto scivoloso per Corbyn, data la storia (e la geografia) della Gran Bretagna.

In ultimo, nella prefazione ci si interroga sulla riproducibilità della coalizione che ha sostenuto Corbyn e sulll’esportabilità del modello corbynista fuori dai confini del Labour. La domanda è del tutto appropriata ma la risposta nient’affatto semplice. Proprio dalla lettura degli interventi di Corbyn si nota quanto di questo suo tratto sia molto legato al contesto specifico del Regno Unito e quindi difficilmente esportabile, a cominciare dalla struttura e dalle regole del Partito Laburista. È altresì vero, comunque, che la società britannica non è una società marziana. Le tensioni e le crisi che hanno portato all’emersione del corbynismo sono simili, almeno nelle radici, ad altre che attraversano l’Europa. La risposta alla domanda del curatore a mio avviso sta proprio nell’evoluzione del corbynismo come “linea”. Oggi questo successo dipende in gran parte dalla personalità e dal fascino di questo personaggio davvero interessante. Se la sua proposta politica riuscirà a strutturarsi anche al di là della sua persona prima di tutto nel Partito Laburista e poi possibilmente anche alla Gran Bretagna allora l’esperimento corbynista, cioè quello di una piattaforma molto più spostata a sinistra come risposta alla crisi, sarà anche esportabile. Il problema è come evitare che queste energie oggettivamente sprigionate (basta guardare i dati di iscrizione al Partito) non si perdano oppure vengano paradossalmente risucchiate nella stessa dinamica personalistica che viene rimproverata dal corbynismo ai propri predecessori. Pensiamo soprattutto ai tanti giovani. In questo c’è un altro aspetto che rende questo esperimento piuttosto interessante: Corbyn a differenza di altre esperienze è riuscito a tenere la protesta e la proposta dentro il tradizionale canale politico della sinistra britannica, il Labour Party. Altre esperienze sono nate sulla morte o contro i soggettivi politici tradizionali (si pensi a Grecia e Spagna per esempio). L’evoluzione della linea Corbyn in qualcosa di solido (prima ancora che di vincente) è il presupposto per qualsiasi possibilità di ripetizione anche oltre il Labour. Qualora la questione rimanesse legata all’apparizione di una personalità più o meno unica questo fenomeno rimarrebbe legato ad una dimensione più propriamente nazionale e laburista.


1È bene sottolineare in via preliminare che sia Gordon Brown che Ed Miliband, i due leader che hanno esercitato il ruolo dopo la lunga stagione blairiana, sono nati e cresciuti dentro l’impianto newlaburista (e non a caso Brown – dirigente che gode di un credito interno al partito molto alto – è stato autore di uno dei più vigori discorsi pubblici contro Corbyn in fase congressuale).

2 Per una recentissima versione anche della polemica interna basti vedere l’intervento contro Corbyn sia pure senza nominarlo del neo eletto sindaco di Londra Sadiq Khan – certamente non un blairiano – http://labourlist.org/2016/05/sadiq-khan-says-labour-is-doomed-to-fail-unless-it-reaches-out/; mentre sul fronte opposto si riporta la notizia della preparazione di una vera e propria lista dei parlamentari in ordine di ostilità verso Corbyn http://www.theguardian.com/politics/2016/mar/23/


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Scritto da
Domenico Romano

Nato nel 1984 a Roma. Laureato in Scienze Politiche presso l’Università La Sapienza. Ha studiato sopratutto i sistemi politici istituzionali anglosassoni ed i partiti politici europei ed americani.

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