“La Russia eterna” di Luca Gori
- 03 Maggio 2022

“La Russia eterna” di Luca Gori

Recensione a: Luca Gori, La Russia eterna. Origini e costruzione dell’ideologia post sovietica, Luiss University Press, Roma 2021, pp. 228, 20 euro (scheda libro)

Scritto da Vanessa Rao

8 minuti di lettura

«L’idea liberale è diventata obsoleta. È entrata in contrasto con gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione […]. I valori tradizionali sono più stabili e più importanti per milioni di persone dell’idea liberale che, per me, ha cessato di esistere»
Vladimir Putin (Lionel Barber, Intervista con Putin, Financial Times, 26 giugno 2019).

 

Nel contesto della crisi culturale e politica del liberalismo, la Russia si è gradualmente imposta come faro ideologico di un conservatorismo dai contenuti antagonistici rispetto alle pretese universalistiche del paradigma occidentale. Il saggio La Russia eterna. Origini e costruzione dell’ideologia post sovietica di Luca Gori (Luiss University Press) si propone di rintracciare le componenti ideologiche, politiche, storiche e culturali di questa ascesa. Diplomatico e Vice capo di gabinetto del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Luca Gori ricorre esplicitamente a categorie culturali russe per riflettere su processi di politica interna che trovano eco nel più ampio fenomeno di revival ideologico del sovranismo.

Le quattro sezioni del libro focalizzano l’attenzione sul mito conservatore della Russia eterna quale civiltà unica, immutabile e indipendente. L’enfasi è sulla linearità del pensiero tradizionalista a cui si aggancia il progetto politico di Putin, in contrasto con la prospettiva diffusa che riduce quest’ultimo a una deriva neo-autoritaria strettamente contingente e strategica.

Lo studio si apre con una definizione dell’ideologia conservatrice russa e con una ricostruzione della sua parabola storica fino al crollo dell’URSS. A livello sostanziale, il conservatorismo russo è al contempo ideologia e predisposizione culturale, riconducibile a due concetti chiave: il pensiero dell’unicità storico-culturale della civiltà russa e l’ideologia del cambiamento organico e incrementale.

La triade «Ortodossia, Autocrazia, Nazionalità»[1], proposta da Sergej Uvarov nel XIX secolo a sostegno dello zarismo, è riferimento-cardine per scuole di pensiero che convergono nell’ideale di un percorso di sviluppo autoctono posto a difesa dell’ordine sociale, della stabilità politica e dell’identità ancestrale russa, minacciata da modelli omologatori importati da occidente. Storicamente, l’assetto ideologico si ricollega al fermento innescato dal progetto di europeizzazione di Pietro il Grande: alla pressione per una rapida modernizzazione di tipo liberale, il conservatorismo frappone un’aderenza al principio del cambiamento incrementale. L’archetipo di Russia eterna si realizza nei concetti di unicità e presunta superiorità della cultura russa, in una postura nazionalista e antioccidentale, e nel perseguimento di un fine escatologico orientato alla verità rivelata. In questo apparato concettuale, il mito della Patria prescinde dalla sua realizzazione nella forma di uno Stato moderno e conduce alla problematica sovrapposizione tra patriottismo e nazionalismo, valida sino ai giorni nostri.

La complessa parabola storica della Russia punta al conservatorismo come marcatore costante delle traiettorie politico-culturali del Paese: la sua adattabilità e la permanenza in epoca sovietica richiamano un meccanismo ricorrente, più spesso difensivo, posto alla base di un processo collettivo che secondo l’autore è psicologico prima che politico. D’altra parte, i propositi di cambiamento organico stridono con rotture sistemiche, a cui il conservatorismo non ha mancato di contribuire. L’aderenza a quella che Lotman definisce una logica binaria, che sostituisce categorie morali e religiose ai principi giuridici condivisi, ha favorito polarizzazioni interne; esternamente, ha posto il pensiero tradizionalista russo in rotta di collisione con il razionalismo occidentale.

Alla visione di una brusca svolta conservatrice l’autore contrappone quindi il concetto di torsione graduale: il “Putinismo” si propone di fare della Russia una diga sovrana contro l’instabilità, laddove il riformismo statale ha ciclicamente innescato processi di cambiamento incontrollabili, ultimo per ordine nel 1991. Questa mossa di “difesa avanzata” comincia a concretizzarsi nel 1999, a partire dal vuoto ideologico lasciato dal socialismo: alla fallimentare imposizione del modello liberale da parte di El’cin subentra gradualmente una nuova idea russa conservatrice, a cui sottende un disegno patriottico di sovranità politica, di autocoscienza nazionale e di riaffermazione del ruolo di grande potenza. La promozione dell’interesse nazionale e l’enfasi sul cambiamento sociale autoctono da parte di Putin legittimano la subordinazione dei principi di sviluppo, benessere e progresso a quelli di stabilità, sicurezza e ordine, contribuendo a definire una sovranità metastorica e una geopolitica escatologica.

La seconda sezione del saggio analizza l’ascesa del conservatorismo a ideale dominante nella Russia post-sovietica. Punto di partenza sono le relazioni bilaterali tra Mosca e Washington. L’autore riconduce le incomprensioni successive all’implosione dell’URSS e le concezioni antitetiche dell’ordine post-bipolare a due aspettative reciproche irrealistiche: da parte russa, vedersi riconosciuta in una partnership egualitaria con una legittima sfera di influenza nello spazio post-sovietico; da parte statunitense, veder Mosca rinunciare a mire imperiali per aderire tout court al canone liberal-democratico. In questo contesto, il neoconservatorismo emerge progressivamente come moto di indipendenza dai paradigmi di transizione, in un ciclico alternarsi di fasi di cooperazione, confronto e tentativi di reset.

Negli anni 2000 i propositi di Putin di ristabilire una “verticale del potere” si scontrano con azioni unilaterali e con il perseguimento della freedom agenda americana nello spazio post-sovietico. Alle presunte mire egemoniche celate dalle Rivoluzioni Colorate in Ucraina, Georgia e Kirghizistan, Mosca risponde proponendosi come status quo power e enfatizzando nel discorso pubblico principi di non-ingerenza e democrazia sovrana.

Nel corso dell’ultimo decennio, l’ascesa del conservatorismo si consolida in tre svolte storiche. La prima è inaugurata dal ritorno alla presidenza di Putin nel 2012 e dalle insurrezioni del tardo 2011, ricondotte esplicitamente al fantasma americano del regime change. Il discorso conservatore si impone sul presunto “modello inevitabile” occidentale lungo quattro direttive. Al recupero della sovranità si ancorano i principi di “Dittatura della legge”, “Verticale del potere” e di una politica estera indipendente votata al multilateralismo. Alla definizione di una identità storica unitaria (samobytnost’) si ricollegano i propositi di rafforzare al contempo lo Stato e la Patria: in questo contesto, la parziale riabilitazione della figura di Stalin è funzionale a perorare valori contro-rivoluzionari che delegittimano le Rivoluzioni colorate. Il rafforzamento della cooperazione tra regime e Ortodossia è volto a consolidare l’ordine sociale e delegittimare la “deriva” valoriale veicolata dal cosmopolitismo. La retorica contro un occidente individualista, secolarizzato e ipocritamente impegnato a esportare democrazia riattiva il mito della forza nella resistenza alle ingerenze esterne.

La seconda svolta, ovvero l’annessione della Crimea nel marzo del 2014, concretizza la resistenza di forza all’ordine “imposto” da Stati Uniti e Unione Europea. Ricorrendo a categorie culturali russe, Gori distingue le ragioni per la subordinazione di interessi economici e politici a valori metastorici, simbolici e identitari risonanti tanto tra le masse quanto tra le élite: in questa prospettiva, l’attacco all’Ucraina è una mossa di difesa della terra russa, la sacralità del sacrificio collettivo supera il danno delle sanzioni e si lega al recupero dello status di grande potenza osteggiato dai partner occidentali.

Infine, la riforma costituzionale del 2020 istituzionalizza un prototipo di governo originale, smarcato dai principi universali ispirati alla vittoria storica del liberalismo che erano stati iscritti nella carta del 1993. Gori distingue tre direttive d’azione. L’enfasi sui valori religiosi, patriottici e nazionalisti riproduce la triade di Uvarov e legittima la ridefinizione di equilibri di potere a favore di una verticalizzazione de facto del sistema. La glorificazione del passato, la difesa della “verità storica” e i toni assertivi con cui si rivendica il ruolo nella vittoria sul nazi-fascismo perorano il diritto morale a sedere al tavolo delle grandi potenze. Infine, la difesa della sovranità nazionale da un presunto accerchiamento liberale fissa l’indipendenza del Paese in termini oppositivi a un occidente a cui è negata ogni pretesa egemonica.

La terza sezione del lavoro presenta la tradizione filosofica chiamata a legittimare le scelte governative e politiche nel discorso pubblico. L’esaltazione dell’elemento slavo, tipico del pensiero imperialista, panslavista e zarista di Nikolaj Danilevskij, è attualizzata nella narrazione oppositiva all’omologazione prodotta dalla globalizzazione. Degli elementi bizantini ed eurasiatici del pensiero di Konstantin Leont’ev si riproduce la narrazione di una Russia in fase di tsvetushchaya slozhnost’  (complessità fiorente) che si contrappone a un occidente in decadimento morale e politico. Al pensiero nazionalista, autarchico e religioso di Ivan Il’in, il potere aggancia soprattutto il discorso di mirovaya zakulisa, la cospirazione occidentale antirussa mascherata da falsi valori. Il messianesimo russo del dissidente sovietico Nikolaj Berdjaev è riproposto nella retorica di difesa dell’ordine da complotti rivoluzionari; mentre l’eurasianismo di Lev Gumilev è pragmaticamente richiamato da Putin nel supporto all’Unione Economica Eurasiatica. Pensatori ottocenteschi e sovietici si ritrovano in un “Pantheon di padri spirituali” che, pur non costituendo una ideologia di Stato ufficiale, legittimano l’idea di una Russia come organismo sovrano, antirivoluzionario, votato al cambiamento graduale da realizzare, se necessario, in contrapposizione a un occidente in declino.

L’ultimo capitolo si concentra sulla cultura politica associata al conservatorismo russo e sulle divergenze rispetto all’eccezionalismo che sottende la politica statunitense. La spinta rivoluzionaria che permea la società americana si contrappone alla tendenza alla conservazione del sistema russo. In questo frangente, il concetto escatologico-cristiano di katéchon – “il potere che frena” o “lo scudo che protegge” l’ordine dalle forze apocalittiche del caos, è rielaborato come difesa dell’identità ortodossa dal nemico incarnato di volta in volta da liberali, NATO e “lobby” LGBT. Richiamato solo implicitamente da Putin, è indicativo del grado di politicizzazione dell’elemento religioso[2].

L’autore si sofferma quindi sulle parole chiave del conservatorismo russo che corroborano l’irriducibilità delle divergenze rispetto al modello ideologico statunitense. Lo Stato americano – orizzontale, accountable, decentrato – contrasta con quello centralizzato, paternalista, sovrano e autocratico del sistema russo. Lo statalismo e la verticalità di tradizione implicano la coincidenza tra Stato e potere e tra potere e capo: il leader è Batjuska, caro e amato “padre”; garante di stabilità, sicurezza e benessere in cambio di lealtà, patriottismo e obbedienza.

Alla democrazia come aspirazione naturale degli USA fanno da contraltare la disillusione acuita dal traumatico riformismo di El’cin e il concetto di democrazia sovrana, elaborato dall’ideologo Vladislav Surkov nel 2006 per sganciare il Paese da modelli occidentali e perseguire un percorso compatibile con i valori russi. Alla libertà e al liberalismo come concetti totalizzanti nella società americana, si contrappone la predilezione per la sobornost’, la libertà spirituale: nella pratica politica, ciò comporta la subordinazione di libertà esteriore e riconoscimento dei diritti civili alla realizzazione del progetto di unità nazionale.

La ricerca americana di felicità e benessere, di matrice illuminista, contrasta con una tensione collettiva alla spiritualità e al sacrificio con fine etico, e con il dilemma tra verità e felicità, emblematicamente rappresentato da Dostoevskij nell’episodio del Grande Inquisitore de I Fratelli Karamazov. Nel discorso politico, la ricerca della felicità esteriore viene associata alle manovre d’attacco della freedom agenda americana, foriera di caos.

Infine, allo spazio che per entrambi gli imperi ha costituito un mezzo di espansione verso terre periferiche, si associa una tensione tra posizioni universaliste (e neoimperialiste) e isolazioniste di diversi circoli conservatori, a cui fa da contrasto la politica di Putin, che devia da entrambe le prospettive e si concretizza nella progressiva svolta a est.

Il metodo culturalista adottato dall’autore è esplicitamente antitetico al paradigma di transizione e all’approccio strumentalista della “verticale del potere”, entrambi inadatti ad inquadrare le fondamenta culturali, simboliche e storico-sociali del Putinismo. L’utilizzo di categorie russe non è quindi rivolto a romanticizzare il Paese, ma a comprenderlo con realismo, superando le difficoltà che emergono da quella vasta letteratura che si approccia alla Russia uniformando la sua traiettoria politica alla logica utilitarista del razionalismo occidentale.

Partendo da una conoscenza approfondita del contesto russo, il saggio tocca problematiche ideologiche e politiche che vanno ben oltre il sistema-paese. L’excursus storico mette in risalto la distanza tra il conservatorismo ufficiale relativamente moderato incarnato dalla classe dirigente, e quello dei filosofi conservatori e delle file di opposizione, escluso dalla gestione diretta dello Stato. Su questo sfondo, il “conservatorismo pragmatico” di Putin si propone di coniugare la coscienza collettiva storica a quella mitologica – fatta di richiami simbolici, ortodossia e memoria storica –, ma rimane avulso da pretese dogmatiche e messianiche. Gori sottolinea che, nella pratica, il progetto smussa le idee di circoli e progetti politici radicali – basti pensare all’antioccidentalismo e al neoimperialismo estremo di Dugin – e lascia spazio a politiche economiche liberali e a manovre di mediazione. Queste ultime permettono di superare la permeabilità al compromesso del conservatorismo riconducibile alla logica binaria di Lotman; ma soprattutto di garantire l’unità nazionale, laddove iniziative di stampo nazionalista sarebbero potenzialmente divisive rispetto alla composizione multiconfessionale e multietnica del Paese.

D’altra parte, le contraddizioni del conservatorismo filosofico trovano riflessi nell’operato governativo, in particolare in merito all’eterna sfida della modernizzazione, alle contraddizioni tra una identità che è sempre rivendicata come europea e la progressiva “svolta ad est”, alla tensione tra l’aspirazione universalista e quella particolarista. Quest’ultimo aspetto è soprattutto rilevante se si considera la proiezione esterna del conservatorismo russo e la spinta universalista che caratterizza anche il paradigma occidentale liberal-democratico.

Putin ha ideologizzato la Russia per favorire esternamente cambiamenti in linea con il principio di sovranità e con l’approccio di civiltà nelle relazioni internazionali: il progetto rivendica la difesa della modernità e della “autentica” cultura europea dalla presunta “deriva” valoriale e politica veicolata dal postmodernismo. La lettura proposta da Gori associa al revisionismo sistemico, culturale, etico e geopolitico dell’ordine liberale anche l’obiettivo di favorire una diversa applicazione dei suoi principi, che contempli la convivenza dell’internazionalismo classico impostato sul multilateralismo con i valori di sovranismo, identità nazionale e non-ingerenza.

Gori conclude che il limite reciproco della Russia rispetto all’occidente risiede proprio nel tentativo di «far prevalere la dimensione “particolare” dei propri valori sulla loro vocazione “universale”», laddove il limite del conservatorismo russo ufficiale emerge nella sua indisponibilità verso diverse culture e tradizioni politiche. Nell’ottica in cui il paradigma liberale classico sembra aver esaurito il proprio potenziale di espansione, l’auspicio è di transitare verso un paradigma globale ampio e pluralista che possa deviare tanto dai dogmi di un nazionalismo sciovinista quanto da quelli di un cosmopolitismo asettico.


[1] La “Nazionalità” di Uvarov traduce la parola russa narodnost’, dal termine narod, cioè popolo. In epoca pre-petrina, la parola narodnost’ è riferita allo spirito di unità nazionale in cui si riconosceva il popolo e al legame speciale tra questi e lo zar.

[2] Al katechon si collega in particolare il concetto di Ortodossia atomica, che idealizza l’immagine di un doppio scudo che unisce alla forza nucleare “rossa” sviluppata dai sovietici quella “bianca” garantita dai valori ortodossi.

Scritto da
Vanessa Rao

Laureata in lingue e letterature straniere, ha conseguito la laurea specialistica in Relazioni Internazionali Comparate con focus sull’Europa orientale. Dottoressa di Ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali (Università di Bologna, 2021), è stata Visiting PhD Fellow alla Queen’s University Belfast (Centre for the Study of Ethnic Conflict) e presso la National Academy of Sciences of Ukraine (Dipartimento di Storia e Politica Contemporanea). In Ucraina ha svolto ricerca sul campo a Kiyv e Kharkiv concentrandosi su nazionalismo e disfunzionalità politiche e istituzionali. Ha affrontato esperienze di studio e ricerca in Russia, Estonia, Kosovo e Irlanda del Nord. I suoi principali interessi di ricerca convergono su conflitti intra e inter-statali, problemi di statualità e sui legami tra legittimazione ideologica e potere nei paesi dell’ex Unione Sovietica.

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