“La società non esiste. La fine della classe media occidentale” di Christophe Guilluy
- 06 Maggio 2019

“La società non esiste. La fine della classe media occidentale” di Christophe Guilluy

Recensione a: Christophe Guilluy, La società non esiste. La fine della classe media occidentale, LUISS University Press, Roma, 2019, pp. 192, 20 euro (scheda libro).

Scritto da Luca Picotti

6 minuti di lettura

In “La società non esiste. La fine della classe media occidentale” Christophe Guilluy, geografo francese nonché importante studioso della Francia periferica, riprende la celebre affermazione “There is no society” di Margaret Thatcher per tracciare un’analisi impietosa sul declino della classe media occidentale. Le parole della Thatcher ci vengono presentate come una profezia: le politiche degli ultimi decenni hanno relegato la classe media, che era l’asse portante della società, ai margini del sistema economico, sociale e culturale, sottraendole potere e visibilità.

Attraverso uno stile polemico e radicale, non privo di una retorica marxista sulle classi dominanti, Guilluy ci mostra la geografia diseguale del nostro tempo, che vede metropoli ricche ed inserite negli ingranaggi della globalizzazione circondate da periferie, piccole e medie città, aree rurali e zone deindustrializzate escluse dai processi economici e abbandonate al loro ineluttabile declino. In questo mondo, che l’autore battezza come il “mondo di sotto” contrapposto al “mondo di sopra”, cova la rabbia dei ceti medi impoveriti, che negli ultimi anni è sfociata nel voto di protesta a favore dei cosiddetti movimenti populisti.

Guilluy in un piccolo volume di circa centocinquanta pagine, mette in luce le miopie e le ipocrisie delle classi dirigenti, in modo tagliente seppur alle volte incline alla generalizzazione. Il messaggio dell’autore rimane comunque chiaro: o le élite torneranno a far parte del movimento reale della società, riconnettendosi con la classe media dimenticata, o il malcontento diffuso potrebbe travolgerle.

Diseguaglianze geografiche

La classi medie, concetto intrinsecamente vago ma utile per fotografare una determinata realtà, rappresentano secondo alcune analisi tra il 50 e il 70% della popolazione[1]. La mappa che Guilluy ci offre va al di là della tradizionale contrapposizione tra territori urbani e rurali e anche della inflazionata dialettica centro-periferie. L’analisi dell’Autore comprende uno spazio più ampio, dove è possibile osservare quella “frattura sociale” di cui parlava il filosofo Marcel Gauchet agli inizi degli anni Novanta, simbolo della dolorosa transizione delle classi medie verso un mondo globalizzato e competitivo. «Nelle aree più remote delle metropoli del mondo, in quelle delle città di piccole e medie dimensioni, del suburbano imposto[2] e dei territori rurali, gli effetti negativi della globalizzazione sono sempre più visibili. Questi territori disegnano un continuum socioculturale nel quale sono rappresentate le categorie popolari. È la “Francia periferica”, concetto che ho sviluppato nei primi anni Duemila». (p.15).

Queste aree[3], in cui l’insicurezza economica si unisce all’insicurezza culturale, sono un serbatoio importante di voti per i movimenti antisistema e rappresentano la nuova geografia sociale del ventunesimo secolo, cristallizzata in una dialettica iniqua: il mondo di sotto, come lo chiama l’Autore, desertificato e abitato dai cosiddetti somewhere, quelli che vengono “da qualche parte”, e il mondo di sopra, barricato nelle metropoli sempre più ricche e composto dagli anywhere[4], quelli che vengono “da ovunque”, ovvero i borghesi cosmopoliti che non necessitano di confini e radicamenti territoriali. Questa immagine, per quanto generalizzante sotto alcuni aspetti (come definire in modo analitico il mondo di sotto?), descrive bene un processo di progressiva concentrazione della ricchezza al centro dimostrato dai dati; e, soprattutto, descrive una contrapposizione popolo/élite cosmopolita che, a prescindere dalla sua validità scientifica, si è fortemente radicata nell’immaginario collettivo dei ceti popolari. In ogni caso, alcuni dati possono confermare quanto detto: «I numeri sono implacabili. In Francia, il movimento di concentrazione dell’occupazione nelle metropoli è iniziato con il Ventunesimo secolo e sta prendendo sempre più piede. Tra l 2006 e il 2013 i nuovi posti di lavoro si sono concentrati essenzialmente nelle aree urbane con più di 500.000 abitanti. Una dozzina di metropoli francesi rappresentano da sole quasi il 46% di posti di lavoro, il 22% dei quali si trova nella sola area urbana di Parigi». (pp. 17-18). Il mercato immobiliare fornisce un ulteriore elemento di prova: chi avesse acquistato nel 2007 una proprietà per 100.000 euro in una delle dieci maggiori città francesi, oggi avrebbe il suo investimento rivalutato in media a circa 122.000, mentre se avesse investito in una città piccola oggi l’investimento varrebbe poco più di 87 mila.

Questa diseguaglianza territoriale è complementare a quella disuguaglianza economica esplosa negli ultimi quarant’anni e ben descritta dall’economista Branko Milanovic nel suo grafico ad elefante[5]: i benefici della globalizzazione sono andati alla metà più povera della popolazione mondiale grazie alla forte crescita dell’Asia e all’1% più ricco, mentre alla classe media occidentale sono rimaste le briciole. Come dimostrano gli studi dell’economista Olivier Godechot, tra il 1980 e il 2007 lo stipendio medio francese è aumentato solo dello 0,82%, contro un aumento superiore al 340% per lo 0,01% della popolazione con i salari più alti. Attraverso questi dati è possibile comprendere l’immagine radicale ma suggestiva del mondo di sopra e del mondo di sotto: Guilluy ci racconta di metropoli ricche abitate da grandi manager, ingegneri e professionisti e di un mondo periferico vastissimo, abitato da un ceto medio impoverito, composto da operai, piccoli artigiani, impiegati, lavoratori autonomi etc. Un mondo, scrive l’Autore, che sta andando verso l’estinzione, inaugurando così «l’epoca della a-società, il tempo della rottura del legame tra il mondo di sopra e il mondo di sotto». (p.63).

 

Il movimento reale della società secondo Guilluy

Guilluy lancia un forte j’accuse al mondo borghese, dei media, degli accademici, a quella che chiama la classe dominante e che accusa di essersi arroccata nei propri bastioni, dietro alla retorica della società aperta, del multiculturalismo e della superiorità morale. Una classe a-sociale, scrive l’Autore, incapace di interagire al di fuori dei propri ristretti orizzonti metropolitani. Ora, però, dinanzi ai terremoti sociali degli ultimi anni, è visibile a tutti lo strappo nel cielo di carta, per riprendere l’immagine pirandelliana: «Per decenni le classi dominanti sono state protette dalla costruzione mediatica e accademica dell’immagine di un mondo di sopra buono e illuminato che si scontra con un mondo di sotto bellicoso e ignorante. Questa posizione morale ora è svanita: ormai la società aperta e la postura morale che la accompagna non ingannano più nessuno, tantomeno le classi popolari. Guilluy riserva numerose pagine a questa classe dominante, criticandone sia le retoriche comunicative – volte a deprecare il mondo di sotto come ignorante attraverso il Leitmotiv del “è più complicato” – che gli approcci più squisitamente economici, ovvero l’ideologia neoliberista.

Le invettive dell’Autore sono molto radicali, nei toni e nei contenuti, ma risultano efficaci nell’evidenziare l’inconsistenza di molte delle narrazioni del ceto intellettuale e della classe dirigente al netto – considerata la brevità del volume – delle generalizzazioni che non riescono a dar conto alla complessità del reale.

Guilluy prende in analisi anche il tema del multiculturalismo e dei flussi migratori, attraverso una prospettiva che vede nelle tensioni tra immigrati e autoctoni una guerra tra ultimi e penultimi e nell’insicurezza culturale un fenomeno che deriva dall’emergere di una società – o a-società – relativa[7] e insoddisfatta. «La società paranoica è diventata la norma, coerentemente con l’emergere del multiculturalismo e del suo corollario di insicurezza culturale. La paranoia identitaria affligge chiunque, indipendentemente dall’appartenenza a minoranze o maggioranze relative: neri, asiatici, magrebini, latini, gli stessi bianchi. Gli ebrei, i musulmani, ma anche i cattolici, i protestanti e persino gli atei. La paranoia vale per tutti, sotto forma dell’insicurezza culturale e dell’ansia di essere o diventare minoranza, in paesi in cui il bene comune non viene più garantito da nessuno. Nella nostra società relativa, che è anche quella delle identità relative, le tensioni culturali, etniche e/o religiose si moltiplicano proporzionalmente all’abbandono del bene comune, all’intensificazione dei flussi migratori e al passaggio dal generale al particolare» (p.109).

Queste tensioni riguardano la maggior parte della popolazione, scrive Guilluy, a parte la classe dominante delle metropoli. Le classi popolari, escluse, ostracizzate e precarizzate, protagoniste di nuove tensioni e conflitti, sono uscite dalla Storia, sostiene l’Autore, ma esprimendo la loro rabbia stanno esercitando un «invisibile soft power che sta contribuendo al collasso dell’egemonia culturale delle classi dominanti e superiori» (p.113). Il malcontento sta mettendo sotto pressione le narrazioni degli ultimi decenni e la richiesta di protezione è sempre più chiara e nitida. Se l’ideologia dominante sta crollando, scrive l’Autore, non è perché ha perso una guerra di propaganda, ma perché nessun modello è sostenibile quando contraddice gli interessi della maggioranza. «Il risorgere di temi volti a preservare il collettivo definendo l’ambito di ciò che è comune (Stato sociale, protezionismo, regolazione dei flussi migratori) è in primo luogo il risultato di una richiesta di protezione sociale e culturale che viene direttamente dalle classi popolari». (p.123). Ritornano nel dibattito pubblico quegli argomenti che, sostiene l’Autore, erano vietati o quantomeno rimossi; questo è il risultato della pressione culturale della classe media. Per sopravvivere, conclude Guilluy, le classi dominanti dovranno guardare al movimento reale della società; altrimenti, sempre più in minoranza sia dal punto di vista culturale che politico, saranno destinate a scomparire, incapaci di controllare le sempre più forti tensioni provenienti dal basso.

Come si evince dalla lettura di questa breve recensione, l’approccio del geografo francese e i contenuti espressi sono tanto interessanti quanto delicati e meriterebbero, cosa non possibile in questa sede, di essere problematizzati. La prospettiva dell’Autore è infatti suggestiva, ma si presta a troppe generalizzazioni e a schemi dialettici e manichei che impediscono di cogliere le sfumature. La contrapposizione tra mondo di sotto e mondo di sopra è efficace ed esiste nell’immaginario collettivo, ma presenta rigidità non trascurabili; inoltre, vi è un’esposizione acritica delle istanze delle categorie popolari, come se queste non nascondessero problematicità varie – protezionismo? Non è così semplice. In poche parole, molti temi necessiterebbero di essere approfonditi e integrati.

Il libro va considerato, più che come un saggio socio-politico, come un’invettiva provocatoria, tagliente, capace di destrutturare alcune narrazioni e di offrire un’interpretazione del reale che, se come abbiamo detto non può dirsi completa, va comunque considerata. Andrebbe letto soprattutto per comprendere il “mondo periferico” e le istanze che arrivano da una classe media impoverita e frustrata, e per rendersi conto di come le diseguaglianze siano riflesse nella mappa geografica. Perché Guilluy su una cosa ha certamente ragione: ci sono aree dimenticate, escluse dalla Storia; e parte della responsabilità è di quelle classi dirigenti che per decenni non hanno saputo ascoltare né tantomeno vedere.


[1] Julien Damon, Les classes moyennes, PUF, Parigi 2014. I riferimenti nel libro sono perlopiù relativi alla Francia.

[2] Concetto sviluppato da Laurent Chalard, geografo dello European Centre of International Affairs (ECIA).

[3] Per una identificazione più dettagliata di queste aree si veda Christophe Guilluy, “La France périphérique délaissée”, Libération, 1 ottobre 2003.

[4] David Goodhart, The Road to Somewhere: The New Tribes Shaping British Politics, Penguin Books, 2017.

[5] Si veda https://www.pandorarivista.it/articoli/ingiustizia-globale-branko-milanovic/

[6] Jean-Claude Michéa è un filosofo francese vicino alla sinistra radicale, autore di numerosissimi saggi sull’attualità politica.

[7] L’autore si riferisce ad una società priva di punti di riferimento e coordinate precise, immersa appunto nel relativismo del nostro tempo.

Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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