“La società non esiste. La fine della classe media occidentale” di Christophe Guilluy

Christophe Guilluy

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Il movimento reale della società secondo Guilluy

Guilluy lancia un forte j’accuse al mondo borghese, dei media, degli accademici, a quella che chiama la classe dominante e che accusa di essersi arroccata nei propri bastioni, dietro alla retorica della società aperta, del multiculturalismo e della superiorità morale. Una classe a-sociale, scrive l’Autore, incapace di interagire al di fuori dei propri ristretti orizzonti metropolitani. Ora, però, dinanzi ai terremoti sociali degli ultimi anni, è visibile a tutti lo strappo nel cielo di carta, per riprendere l’immagine pirandelliana: «Per decenni le classi dominanti sono state protette dalla costruzione mediatica e accademica dell’immagine di un mondo di sopra buono e illuminato che si scontra con un mondo di sotto bellicoso e ignorante. Questa posizione morale ora è svanita: ormai la società aperta e la postura morale che la accompagna non ingannano più nessuno, tantomeno le classi popolari. Guilluy riserva numerose pagine a questa classe dominante, criticandone sia le retoriche comunicative – volte a deprecare il mondo di sotto come ignorante attraverso il Leitmotiv del “è più complicato” – che gli approcci più squisitamente economici, ovvero l’ideologia neoliberista.

Le invettive dell’Autore sono molto radicali, nei toni e nei contenuti, ma risultano efficaci nell’evidenziare l’inconsistenza di molte delle narrazioni del ceto intellettuale e della classe dirigente al netto – considerata la brevità del volume – delle generalizzazioni che non riescono a dar conto alla complessità del reale.

Guilluy prende in analisi anche il tema del multiculturalismo e dei flussi migratori, attraverso una prospettiva che vede nelle tensioni tra immigrati e autoctoni una guerra tra ultimi e penultimi e nell’insicurezza culturale un fenomeno che deriva dall’emergere di una società – o a-società – relativa[7] e insoddisfatta. «La società paranoica è diventata la norma, coerentemente con l’emergere del multiculturalismo e del suo corollario di insicurezza culturale. La paranoia identitaria affligge chiunque, indipendentemente dall’appartenenza a minoranze o maggioranze relative: neri, asiatici, magrebini, latini, gli stessi bianchi. Gli ebrei, i musulmani, ma anche i cattolici, i protestanti e persino gli atei. La paranoia vale per tutti, sotto forma dell’insicurezza culturale e dell’ansia di essere o diventare minoranza, in paesi in cui il bene comune non viene più garantito da nessuno. Nella nostra società relativa, che è anche quella delle identità relative, le tensioni culturali, etniche e/o religiose si moltiplicano proporzionalmente all’abbandono del bene comune, all’intensificazione dei flussi migratori e al passaggio dal generale al particolare» (p.109).

Queste tensioni riguardano la maggior parte della popolazione, scrive Guilluy, a parte la classe dominante delle metropoli. Le classi popolari, escluse, ostracizzate e precarizzate, protagoniste di nuove tensioni e conflitti, sono uscite dalla Storia, sostiene l’Autore, ma esprimendo la loro rabbia stanno esercitando un «invisibile soft power che sta contribuendo al collasso dell’egemonia culturale delle classi dominanti e superiori» (p.113). Il malcontento sta mettendo sotto pressione le narrazioni degli ultimi decenni e la richiesta di protezione è sempre più chiara e nitida. Se l’ideologia dominante sta crollando, scrive l’Autore, non è perché ha perso una guerra di propaganda, ma perché nessun modello è sostenibile quando contraddice gli interessi della maggioranza. «Il risorgere di temi volti a preservare il collettivo definendo l’ambito di ciò che è comune (Stato sociale, protezionismo, regolazione dei flussi migratori) è in primo luogo il risultato di una richiesta di protezione sociale e culturale che viene direttamente dalle classi popolari». (p.123). Ritornano nel dibattito pubblico quegli argomenti che, sostiene l’Autore, erano vietati o quantomeno rimossi; questo è il risultato della pressione culturale della classe media. Per sopravvivere, conclude Guilluy, le classi dominanti dovranno guardare al movimento reale della società; altrimenti, sempre più in minoranza sia dal punto di vista culturale che politico, saranno destinate a scomparire, incapaci di controllare le sempre più forti tensioni provenienti dal basso.

Come si evince dalla lettura di questa breve recensione, l’approccio del geografo francese e i contenuti espressi sono tanto interessanti quanto delicati e meriterebbero, cosa non possibile in questa sede, di essere problematizzati. La prospettiva dell’Autore è infatti suggestiva, ma si presta a troppe generalizzazioni e a schemi dialettici e manichei che impediscono di cogliere le sfumature. La contrapposizione tra mondo di sotto e mondo di sopra è efficace ed esiste nell’immaginario collettivo, ma presenta rigidità non trascurabili; inoltre, vi è un’esposizione acritica delle istanze delle categorie popolari, come se queste non nascondessero problematicità varie – protezionismo? Non è così semplice. In poche parole, molti temi necessiterebbero di essere approfonditi e integrati.

Il libro va considerato, più che come un saggio socio-politico, come un’invettiva provocatoria, tagliente, capace di destrutturare alcune narrazioni e di offrire un’interpretazione del reale che, se come abbiamo detto non può dirsi completa, va comunque considerata. Andrebbe letto soprattutto per comprendere il “mondo periferico” e le istanze che arrivano da una classe media impoverita e frustrata, e per rendersi conto di come le diseguaglianze siano riflesse nella mappa geografica. Perché Guilluy su una cosa ha certamente ragione: ci sono aree dimenticate, escluse dalla Storia; e parte della responsabilità è di quelle classi dirigenti che per decenni non hanno saputo ascoltare né tantomeno vedere.

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[6] Jean-Claude Michéa è un filosofo francese vicino alla sinistra radicale, autore di numerosissimi saggi sull’attualità politica.

[7] L’autore si riferisce ad una società priva di punti di riferimento e coordinate precise, immersa appunto nel relativismo del nostro tempo.


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Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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