La strategia diplomatica della Russia in Medio Oriente
- 27 Maggio 2020

La strategia diplomatica della Russia in Medio Oriente

Scritto da Carlo Paternollo

11 minuti di lettura

Il processo di riaffermazione della Russia in Medio Oriente è culminato con la partecipazione diretta nella guerra civile in Siria. Gli interessi che hanno portato a questo ritorno di Mosca presentano numerose sfaccettature e si estendono oltre la Siria con ripercussioni sulle relazioni con gli altri stati mediorientali. Questo articolo esamina due elementi fondamentali della strategia di Mosca in Siria, ed in senso lato in Medio Oriente: l’attività diplomatica e le iniziative economiche.

 

Gli obiettivi diplomatici di Mosca in Medioriente

Due elementi chiave guidano la diplomazia russa nella regione. Primo, limitare l’influenza americana in Medio Oriente. Secondo, favorire l’affermazione della Russia quale broker nella regione e oltre, rafforzandone così l’immagine a livello internazionale. Per raggiungere questi due ‘macro obiettivi’, Mosca ha giocato un ruolo chiave con i principali attori nello scenario mediorientale in temi quali sicurezza, ‘conflict resolution’ e accordi commerciali prevalentemente nel settore energetico e militare. La Russia ha avuto un ruolo centrale sia in relazione al gruppo di nazioni ‘anti americane’, come ad esempio l’Iran e la Siria di Assad, che con alleati storici degli Stati Uniti, come ad esempio Turchia, Egitto e Israele.

Nell’ambito dei due macro-obiettivi citati in precedenza, vi sono quattro temi specifici nella strategia diplomatica di Mosca nella regione. Primo, assumere un ruolo chiave e stabile nel processo politico mediorientale. Secondo, mantenere lo ‘status quo’ regionale, nel quale la Russia possa giocare il ruolo chiave sopra citato, evitando che forze rivoluzionarie possano minare gli interessi regionali russi. Terzo, combattere il terrorismo islamico e qualsiasi gruppo o Stato lo supporti. Quarto, rafforzare i legami economici e commerciali russi nella regione.

Nell’attuazione della strategia sopra descritta, Mosca ha fatto leva sui mutamenti regionali causati dalla primavera araba e dal progressivo ridimensionamento dell’impegno americano nella regione, come discusso nel precedente articolo (Trenin, 2018) (N. Katz, 2018).

Di seguito, osserveremo il dispiegarsi della strategia russa in Medioriente in relazione ad alcuni ambiti che già vedono Mosca protagonista: la crisi fra Israele e Palestina, la guerra in Siria, la relazione con la Turchia, il ruolo di Mosca nella crisi del golfo e il rapporto con l’Egitto. L’articolo esaminerà anche alcuni dei motivi principali che portano gli stati mediorientali, inclusi quelli sotto la sfera di influenza americana, a cercare un maggior dialogo con la Russia.

 

I rapporti con Israele nell’ambito della crisi palestinese e del conflitto in Siria 

Il ruolo di Mosca nel conflitto fra Israele e Palestina cambia dopo la caduta dell’Unione Sovietica. L’URRS era una sostenitrice della causa palestinese. Con la nascita della Federazione Russa si è osservato un atteggiamento bifronte: un riallineamento con Israele pur mantenendo il supporto per la Palestina. (Trenin, 2018) (N. Katz, 2018). Il riavvicinamento fra Russia ed Israele riflette anche un fattore demografico. Dopo la caduta dell’URRS un grande numero di ebrei sovietici migra in Israele, mantenendo un forte legame con la Russia. Ad oggi la comunità di origine russa in Israele conta circa un milione (dei sei milioni di israeliani) e ha un peso politico ed economico significativo nel paese (Trenin, 2018). Nonostante il riavvicinamento con Israele, Putin è riuscito a mantenere una buona relazione con la Palestina. Mentre Trump riconosce Gerusalemme come capitale israeliana con il conseguente spostamento dell’ambasciata americana, Putin riconosce la parte orientale della città come israeliana e quella occidentale come palestinese. Il recente piano di pace proposto da Trump, in confronto all’approccio più imparziale di Mosca, evidenzia le diverse strategie delle due potenze nella regione. Mosca opta per un approccio pragmatico e non ideologico, con l’obiettivo di non alienare potenziali altri alleati nella regionale. Bisogna però puntualizzare che il supporto russo per la Palestina non è né militare né finanziario e non hai mai costituito una vera minaccia per Israele (Trenin, 2018).

Il nuovo rapporto con Israele in qualche modo influenza anche l’intervento di Mosca nel conflitto siriano. La guerra in Siria, iniziata come guerra civile, accende tensioni e conflitti internazionali fra cui quelle fra Israele e Iran e tra Turchia e Curdi. Putin ha applicato una strategia diplomatica basata su pragmatismo e assertività, sia per quanto riguarda i membri della sua coalizione nel conflitto sia per quelli dello schieramento rivale, come evidenziato dal ruolo di mediatore assunto da Mosca nei confronti di Israele e Siria. (N. Katz, 2018). Prima di avallare l’intervento aereo in Siria vi è stata una fase di comunicazione fra diplomatici russi e israeliani. Putin ha assicurato Netanyahu che le operazioni militari nella area confinante del paese non avrebbero rappresentato una minaccia per Israele. Inoltre, Mosca ha tenuto aperto un canale di comunicazione con Israele nel corso del conflitto evitando tensioni o scontri diretti fra le due nazioni (N. Katz, 2018). Sia precedentemente che durante la guerra in Siria, Mosca ha più volte tenuto conto delle richieste israeliane, bloccando in numerose occasioni vendite di armamenti russi ad Iran e Siria.

In definitiva, si può sostenere che la relazione fra Russia ed Israele è diversa rispetto a quella fra Israele e Stati Uniti. Vi sono meno vincoli per entrambe le nazioni e maggiore libertà di azione. A sostegno di ciò, basti pensare all’intervento di Mosca nel conflitto siriano a fianco di Teheran e Damasco: il nuovo rapporto con Israele, dunque, non preclude relazioni ed alleanze con stati nemici nella regione (N. Katz, 2018).

 

La relazione con la Turchia 

L’intervento russo nel conflitto siriano ha turbato non poco le relazioni diplomatiche fra Mosca e Ankara. All’inizio del confitto le due nazioni si trovavano su schieramenti rivali ma, grazie ad un’intensa attività diplomatica, Mosca è riuscita a portare la Turchia su posizioni favorevoli per il Cremlino. Gli obiettivi della Turchia nelle prime fasi del conflitto in Siria, oltre che limitare l’influenza di ‘non state actors’ quali l’ISIS e le fazioni curde, prevedevano la caduta di Assad, in netto contrasto con gli obbiettivi russi (Trenin, 2018) (N. Katz, 2018). La Russia e la Turchia fanno parte di schieramenti opposti, ma non vi è stato uno scontro diretto tra i due stati per gran parte del conflitto. Lo scenario cambia nel novembre 2015, quando una postazione anti aerea turca abbatte un caccia russo. Mosca decide di non rispondere militarmente all’incidente, optando per una strategia basata su pressione diplomatica ed economica (N. Katz, 2018) (Tafuro Ambrosetti, 2019). Un’ ulteriore momento di tensione fra Russia e Turchia si verifica nel dicembre 2016 con l’assassinio di Andrej Karlov ambasciatore russo ad Ankara. Anche in questa occasione Mosca optò per una risposta non violenta ma sufficiente ad esercitare pressione su Ankara.

L’elemento chiave della strategia russa nei confronti di Ankara è la dipendenza turca dal gas russo. (Trenin, 2018) (Nakhle, 2019). Infatti, La Turchia è il maggior consumatore mediorientale di gas russo. Il gas percorre il gasdotto Blue Stream che dalla Russia attraversa il Mar Nero e una seconda rotta comprende i gasdotti acquistati da Rosneff nel territorio curdo a nord dell’Iraq (Trenin, 2018) (Nakhle, 2019). Grazie all’acquisto della rete di gasdotti in Iraq, Mosca ha allargato la sua influenza sia sulle esportazioni di gas e petrolio dall’Iraq che sulle importazioni in Turchia. La minaccia di una possibile interruzione delle forniture di gas alla Turchia da parte della Russia è un importante strumento di pressione diplomatica. Una simile strategia venne adottata in relazione alle tensioni con l’Ucraina. Mosca chiuse i gasdotti che percorrevano l’Ucraina per due settimane nel 2009 isolando gran parte dell’Europa orientale.

Un secondo strumento di pressione su Ankara è rappresentato dalla relazione di Mosca con le fazioni militari curde. Mosca sembra riconoscere legittimità politica alle fazioni curde, oggetto della repressione di Ankara che le ha dichiarate gruppi terroristici. Infatti, all’inizio del 2016 Mosca permise a membri del partito curdo siriano di creare una base diplomatica a Mosca (Simon, Stern and Yafimava, 2009).

Nel 2016, con le scuse formali di Erdoğan per l’abbattimento del caccia russo, si assistette alla normalizzazione del rapporto fra i due stati e alla decisione turca di allinearsi agli obiettivi russi in Siria.

La conferenza di Astana del 2017 vide partecipi i membri della coalizione di Mosca in Siria e i rappresentanti delle fazioni ribelli, così come delegati ONU e USA con l’obiettivo di riconciliare le differenze posizioni, tra cui il ruolo del regime di Assad in Siria. Per Erdogan la rimozione di Assad dal potere era un obiettivo fondamentale, mentre per l’Iran la sopravvivenza del regime siriano era essenziale per il mantenimento del ‘ponte’ fra Siria, Libano ed Iraq, chiave per il supporto della milizia hezbollah e le ambizioni regionali di Teheran. Mosca è stata in grado di mediare le differenze fra i due stati, garantendo la permanenza al potere di Assad.

La Russia si è inoltre allineata agli interessi di sicurezza di Ankara (Trenin, 2018). Putin ha infatti supportato Erdogan durante il ‘golpe’ del 2016 e concesso alla Turchia di iniziare l’operazione Euphrates Shield, un’offensiva contro le postazioni curde nei pressi del confine turco (N. Katz, 2018) (Tafuro Ambrosetti, 2019). Nel 2017 la Turchia, storico membro Nato, ha acquistato da Mosca sistemi anti aerei s-400 (Trenin, 2018). L’acquisto di armamenti dalla Russia è influenzato anche dal deterioramento delle relazioni con gli Stati Uniti. La decisione di un membro della Nato come la Turchia, con un ruolo chiave nella regione, di comprare armi da Mosca ha confermato il successo della strategia diplomatica russa in Medioriente, mandando un chiaro segnale a Washington (Gall, 2019) (Trenin, 2018).

 

La relazione con gli Stati del Golfo

Come visto in precedenza in relazione alla Turchia, Mosca mantiene relazioni diplomatiche ed economiche anche con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (UAE), sebbene questi attori siano parte dello schieramento opposto a Mosca nel conflitto siriano. Oltretutto, la coalizione di Mosca include Siria, Iran e Hezbollah, rivali diretti di Arabia Saudita e UAE nella regione. Emerge, dunque, che uno dei fattori chiave della strategia di Putin in Medio Oriente consiste nel supportare entrambi gli attori coinvolti nello stesso conflitto. Ciò avviene in maniera evidente nel conflitto siriano in relazione ad Arabia Saudita e UAE da un lato, Iran dall’altro (Trenin, 2018) (N. Katz, 2018). La Russia già dal 1991 vendeva armamenti a Teheran. Nel 2017 Mosca inizia a vendere armi anche ad Arabia Saudita ed UAE. Oltre alla vendita diretta di caccia su-35 e mig 29, l’Arabia Saudita, storicamente cliente americano, nel 2017 firma un contratto da a 3.5miliardi di dollari con la Russia per sistemi anti aerei s400 e TSO1A (Borisov, 2018) (Gall, 2019). Grazie a queste forniture Putin ha aumentato la propria influenza nella regione, oltre a supportare l’industria bellica nazionale.

Mosca svolge anche il ruolo di mediatore fra Arabia Saudita, UAE e Iran negli accordi dell’OPEC+ del 2016 (Nakhle, 2019). Dopo il crollo del prezzo del petrolio Mosca è riuscita a convincere i membri del cartello a ridurre la produzione per alzare il prezzo. L’accordo fu un successo assoluto. Il prezzo al barile sale da 40 dollari (prima dell’accordo) a 70 dollari (diciotto mesi dopo) (Kozhanov, 2018) (Nakhle, 2019). Nel contesto delle sanzioni internazionali imposte al Cremlino successivamente all’annessione della Crimea, l’innalzamento dei prezzi del petrolio è risultato essenziale per sostenere l’economia russa. 

 

La relazione con il Cairo ed il ruolo di Mosca nel conflitto libico 

Mosca tradizionalmente aveva costruito buone relazioni diplomatiche con l’Egitto nell’era di Mubarak. La rivoluzione del 2011, con la conseguente caduta del regime, ha reso necessaria la ricostruzione di tali rapporti, favorita dalla caduta di Morsi e l’ascesa al potere di di al-Sisi nel 2013. Infatti, Putin condivide l’imperativo di al-Sisi di mantenere ordine e status quo in Egitto e di continuare la lotta all’estremismo islamico nel paese. Al-Sisi a sua volta supporta la posizione Russa in Siria.

Anche in relazione all’Egitto, Mosca ha rinforzato i rapporti diplomatici mediante forniture belliche, a seguito delle violente repressioni interne sotto il regime di al-Sisi da parte dell’esercito e della polizia egiziana. Gli Stati Uniti, infatti, condannarono la repressione e interruppero la vendita di armamenti al Cairo (Borisov, 2018). Nel 2013 l’Egitto si è impegnato ad acquistare armamenti russi, fra cui sistemi anti aerei Tor-M2E e armi da fuoco e munizioni per un valore di 3 miliardi di dollari. Nel 2015 viene siglato un accordo che prevede la vendita di 46 caccia Mig/m2 e 46 elicotteri KA-52 per un valore di 2 miliardi di dollari. L’Egitto non è stato in grado di onorare i propri impegni finanziari verso Mosca se non dopo la concessione di credito da parte di Arabia Saudita ed altri Stati del Golfo (Borisov, 2018). Il pragmatismo di Mosca si esprime in modo evidente in questa situazione. L’Arabia Saudita e i paesi del Golfo, schierati nella coalizione nemica a Mosca in Siria, finanziano l’Egitto per acquistare armi russe. Fino a pochi anni prima sia l’Egitto che l’Arabia Saudita si sarebbero fornite unicamente dagli Stati Uniti (Borisov, 2018).

La triplice relazione con Egitto, Arabia Saudita e UAE influenza il ruolo di Mosca in relazione alla guerra in Libia. Mentre la maggior parte delle nazioni occidentali nel 2011 supportavano le fazioni ribelli, Mosca si oppose alla rimozione di Gheddafi, alleato storico in Medio Oriente. Il Cremlino non sfruttò il suo potere di veto nel Consiglio di Sicurezza ONU per bloccare la campagna aerea europea (approvata dagli Stati Uniti). Nella seconda fase del conflitto, Mosca rimase fedele alla sua strategia mostrando nuovamente grande pragmatismo. All’inizio della guerra civile Mosca spinse per un accordo fra la fazione di Sarrai, (supportata da Occidente, Turchia e Qatar) e la fazione rivale del generale Haftar (supportata da Egitto e UAE). La posizione di Mosca con il passare del tempo si è fatta sempre più vicina alla fazione di Haftar (Ramani, 2019). Come avvenuto in Siria Wagner, la compagnia privata di ‘contractor’ vicina al Cremlino, dislocò 300 uomini, munizioni e droni a supporto della fazione di Haftar (Ramani, 2019) (N. Katz, 2018). Ad oggi il ruolo chiave di Russia e Turchia nel conflitto libico è stato confermato prima dalla tregua facilitata da Mosca e Ankara il 12 gennaio e successivamente nel ruolo chiave delle due nazioni alla conferenza di Berlino.

 

Conclusioni

La ricerca del supporto russo può sembrare una scelta ovvia per i nemici di Washington come Iran, Siria e Haftar. È più complicato invece comprendere come Egitto, Turchia e Arabia Saudita, storici alleati americani, siano disposti a rischiare la loro relazione con gli Stati Uniti ricevendo supporto russo. La prima spiegazione concerne il progressivo ‘disimpegno americano’ nella regione. Gli alleati storici degli americani nella regione, rinforzando la relazione con Mosca ed acquistando armi russe, hanno mandato un forte messaggio a Washington: un invito ad un maggiore supporto verso i propri alleati (Trenin, 2018). Una seconda motivazione riflette l’approccio non ideologico di Mosca, pronta a fare affari anche con nazioni autoritarie ed accusate di violare i diritti umani, come nel caso di al-Sisi. Inoltre, Mosca ha più volte offerto ai propri clienti la possibilità di rivendere a loro volta gli armamenti russi, al contrario delle stringenti regole che Washington impone ai suoi acquirenti (Trenin, 2018). Per di più, Mosca si è dimostrata fedele ai suoi alleati con o senza l’approvazione di USA e EU e, come nel caso della Siria, è disposta ad andare fino in fondo (Ramani, 2019) (N. Katz, 2018). Il supporto russo è utile per le potenze locali sia nei loro conflitti intestini, specialmente quando Mosca supporta solo una fazione, che per esercitare pressione quando entrambi gli schieramenti vengono supportati (Al Makahleh, 2018). Dal lato di Mosca le forniture energetiche e belliche agli stati mediorientali, oltre che supportare l’economia russa, sono essenziali strumenti per conseguire gli obiettivi diplomatici e politici nella regione. In quest’ottica, l’ingresso nel conflitto siriano deve essere letto come un’opzione militare per conseguire un fine essenzialmente politico. Putin adotta una strategia diplomatica non-ideologica, e pragmatica vista raramente da parte di una potenza estera in Medioriente. La Russia mantiene un dialogo con tutte le principali potenze regionali, anche quelle in guerra fra di loro, capitalizzando la tensione in Medioriente per raggiungere i propri obbiettivi. Questo è evidente quando Mosca fornisce armamenti all’Arabia Saudita e agli Stati del Golfo, combattendo in Siria al fianco di un loro oppositore storico quale l’Iran.

Non vi è dubbio che la recente strategia russa nella regione sia stata efficace se misurata in funzione degli interessi di Mosca. Il Cremlino ha aumentato la propria influenza nella regione da un punto di vista politico, militare ed economico.

Più difficile dire se l’approccio russo sia positivo anche per gli attori locali. I sostenitori della strategia del Cremlino individuano nel ritorno della Russia nella regione, come potenza alternativa agli Stati Uniti, un vantaggio per gli stati locali, che possono beneficiare della competizione tra i due attori avvicinandosi all’uno o all’altro a seconda dei casi. D’altra parte, l’imperativo russo di mantenimento dello status quo nella regione si è tradotto nel supporto a regimi autoritari come nel caso della Siria. Il Cremlino ha messo così un freno alla controversa politica del ‘regime change’, sperimentata negli altri stati mediorientali interessati dalla ‘primavera araba’ e dai moti rivoluzionari del 2011.


Bibliografia

Al Makahleh, Shehab. 2018. “The Arab View Of Russia’S Role In The MENA: Changing Arab Perceptions Of Russia, And The Implications For US Policy”. In RUSSIA IN THE MIDDLE EAST, 1st ed., 61-87. The Jamestown Foundation.

Borisov, T. (2018). Russian arms exports in the Middle East ‘in’Russia’s return to the Middle East Building sandcastles?. CHAILLOT PAPER. European Union Institute for Security Studies, p.European Union Institute for Security Studies. (Borisov, 2018)

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Paternollo, C. (2020). Il ritorno della Russia nello scacchiere mediorientale – Pandora Rivista.

Ramani, Samuel. 2019. “Russia’S Mediation Goals In Libya”. Carnegie Endowment For International Peace. https://carnegieendowment.org/sada/78940.

Tafuro Ambrosetti, Eleonora. 2019. Happy Together? The Moscow-Ankara Axis. ISPI.

Trenin, Dmitriĭ. 2018. What Is Russia Up To In The Middle East?. 1st ed. Polity Press.

Scritto da
Carlo Paternollo

Nato a Milano nel 1996, nel 2015 si sposta a Londra dove si laurea in Relazioni Internazionali presso la School of Oriental and African Studies (SOAS). Nel 2019 conclude il Master in Middle Eastern Studies presso il King’s College London. Nel corso dei suoi studi pubblica con ISMU il paper “The European response and strategies in the Middle East: Iraq and Syrian conflicts, Islamic Terrorism and Humanitarian Crisis”.

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