La trasformazione dello Stato dentro la transizione neoliberale. Il caso italiano

Transizione neoliberale

Tra la fine degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, il patto sociale come configuratosi all’indomani della seconda guerra mondiale – basato su un sostanziale equilibrio nei rapporti tra le due principali forze sociali, il Lavoro e il Capitale – entra definitivamente in crisi. Il superamento della costituzione materiale del secondo dopoguerra segna il passaggio dal paradigma keynesiano – caratterizzato da politiche fiscali espansive, una forte dimensione pubblica dell’economia, la regolazione del sistema finanziario, tassazione progressiva e una tendenza espansiva dei diritti della classe lavoratrice e dei diritti sociali – all’ordine neoliberale.

Le cause della crisi del Keynesismo sono diverse e di diversa natura (Bellofiore, 2001). Crisi petrolifera e comparsa della stagflazione, crisi del meccanismo di accumulazione del capitale, crisi fiscale dello Stato (O’Connor, 1973), un’alta conflittualità sociale e la reazione politico-ideologica delle classi proprietarie sono alcuni tra i fattori che ci aiutano a comprendere i caratteri del mutamento. Il nuovo paradigma neoliberale, concepibile come risposta globale alla crisi della politica economica keynesiana, inaugura politiche che invertono il segno social-democratico delle decadi precedenti: liberalizzazione dei tassi di cambio e dei movimenti dei capitali finanziari, ridefinizione della tassazione in senso meno progressivo, deflazione salariale e, più in generale, ‘flessibilizzazione’ del lavoro, privatizzazione delle imprese pubbliche e ruolo centrale dei mercati e della cultura aziendalista (Saad-Filho, 2010). Inoltre, come mostrato da diversi autori (su tutti Thomas Piketty, 2014), è a partire da questo momento che le disuguaglianze nella distribuzione del reddito iniziano a crescere.

Questa transizione si accompagna anche ad una riconfigurazione dell’apparato istituzionale statale che, nel tempo, ha favorito istituzioni ‘decidenti’ (l’esecutivo) e tecnocratiche (i ministeri economici, le agenzie), depotenziando al contempo i luoghi della rappresentanza sociale e politica come il parlamento[1]. Queste brevi note introduttive costituiscono un affresco del contesto in cui si sviluppa il tema di questo contributo, cioè la trasformazione dell’apparato istituzionale dello Stato dentro la transizione neoliberale. Più in particolare, la questione è se esista una correlazione di lungo periodo tra rafforzamento dell’esecutivo, crisi del parlamentarismo e ristrutturazione economica di orientamento neoliberale in Italia. In altre parole: sussiste la possibilità di articolare una lettura critica che chiarisca non solo se, e come, lo Stato si trasformi, ma anche come questa trasformazione sia parte di una ridefinizione più generale del patto sociale?

Il saggio è organizzato come segue. Il primo paragrafo espone l’interpretazione prevalente della transizione italiana. I paragrafi a seguire, invece, offrono una lettura teorica ed empirica alternativa del rafforzamento dell’esecutivo italiano (e della crisi del parlamento), e una panoramica sull’emergenza permanente nella crisi dell’ordine neoliberale.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: La transizione neoliberale

Pagina 2: Mercato e istituzioni decidenti: finalmente europei? 

Pagina 3: Rafforzamento dell’esecutivo, austerity e ristrutturazione economica neoliberale

Pagina 4: Crisi neoliberale come regime di emergenza permanente


[1] In termini di riconfigurazione istituzionale, ad esempio, uno degli eventi chiave per comprendere la transizione italiana è il ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Tesoro avvenuto nel 1981, che, tramite un cambiamento dei rapporti tra istituzioni dello stato, ridefinisce al contempo la politica monetaria del paese. In sostanza, sottraendo la politica monetaria al luogo della decisione politica (il Tesoro), innesca due meccanismi principali: l’inaugurazione di politiche fiscali e monetarie non-accomodanti verso la classe lavoratrice; il rafforzamento del ruolo del mercato finanziario sul finanziamento del deficit di bilancio, dunque innescando un aumento del costo del debito pubblico (sul PIL) che passa dal 57 percento del 1980 al 98 percento del 1990 (Banca d’Italia), per deteriorarsi ulteriormente nel corso degli anni Novanta a causa della riduzione dei tassi di crescita.


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Dottore di ricerca in Studi Internazionali, specializzato in Politica Economica Internazionale e Scienza Politica. Le mie ricerche vertono principalmente sulla questione della trasformazione dello stato nell'ordine neoliberale.

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