La Turchia prima e dopo Suruç. Prima parte

La strage di Suruç, avvenuta il 20 luglio 2015 in una località vicina al confine siriano, ha costituito un drammatico punto di svolta strategico e politico per la Turchia dei nostri giorni e sembra aver dato inizio ad una fase completamente nuova della storia di questo paese.

A ben vedere, già prima di questo attentato, all’indomani delle storiche elezioni del 7 giugno di quest’anno che hanno visto l’ascesa dell’HDP (il giovane partito filo-curdo guidato da Selahattin Demirtas) e la perdita della maggioranza assoluta in parlamento da parte dell’AKP di Recep Tayipp Erdogan (dopo tredici anni di dominio praticamente incontrastato in Parlamento), era palpabile un certo senso di attesa nei confronti di un qualche evento che quantomeno venisse a sbloccare il nuovo quadro politico, dopo che il primo giro di consultazioni per la formazione del nuovo governo era arrivato ad un punto morto delle trattative per creare un governo di coalizione risultando le posizioni dei quattro partiti rappresentati in parlamento, del tutto inconciliabili tra di loro. Subito dopo la fine dei festeggiamenti per la conclusione del mese del Ramadan, la Turchia è stata duramente riportata alla realtà dalla strage avvenuta nei pressi del confine siriano che ha improvvisamente avviato una catena di avvenimenti dalle conseguenze tuttora imprevedibili. E’ opinione pressochè unanimemente condivisa che questo attentato (attribuito ai militanti dello Stato Islamico) ed i fatti che lo hanno seguito, più che un duro botta e risposta tra Turchia e militanti dello Stato Islamico, rappresentino solo il punto di emersione di un fenomeno ben più complesso e più ricco di implicazioni, che affonda le proprie radici in questioni molto più antiche, difficili ed annose. Questo breve approfondimento ha proprio lo scopo di cercare di chiarire, per quanto possibile, le radici e gli sviluppi più probabili della crisi attuale.

Breve cronologia dei fatti più recenti

Domenica 7 giugno: si svolgono elezioni politiche che avranno esiti di grande rilevanza. Forte l’ affluenza alle urne, ha votato l’86,49% degli aventi diritto. L’AKP, il partito dell’ora presidente della Repubblica Erdogan, da 13 anni alla guida incontrastata del paese, perde la maggioranza assoluta in parlamento pur restando la prima forza politica del paese con il 40,87% dei voti e 258 seggi su 550 e perde nello stesso tempo in Parlamento i numeri necessari per dare avvio alla riforma costituzionale che avrebbe trasformato la forma di governo turca in una Repubblica presidenziale. Risultato eccezionale è invece quello portato a casa dal partito filo-curdo HDP, il quale, nato solamente l’anno scorso, supera la soglia di sbarramento del 10% conquistando il 13% dei voti e 80 seggi in Parlamento. Rimane invece primo partito dell’opposizione, il partito CHP che guadagna il 25,05% dei voti e 132 deputati in Parlamento. Un buon risultato è anche quello del partito nazionalista MHP che raccoglie il 16,36% dei consensi ed 81 deputati. Il nuovo quadro politico è una novità assoluta per la Turchia ma il fondato timore che l’ inconciliabilità dei quattro partiti renderà di fatto quasi impossibile la formazione di un uno stabile governo di coalizione fa molto preoccupare perchè è ritenuta alla base dell’inizio di un periodo di pericolosa e caotica instabilità del paese, assolutamente incompatibile con le urgenti necessità dell’economia turca, la cui crescita sta rallentando.

Mercoledì 1 luglio: alla quarta votazione, l’ex ministro della difesa, appartenente all’AKP, Ismet Yilmaz, viene eletto presidente del parlamento turco con il tacito appoggio del partito nazionalista MHP, forse in vista di una vaga possibilità di creare una futura coalizione. La serietà delle intenzioni di creare di un governo di coalizione però è ancora tutta da vedere ed anzi buona parte degli analisti politici sostiene che è probabile che non sarà formata proprio nessuna coalizione. L’incarico di cercare di formare un nuovo governo è stato intanto conferito al primo ministro ad interim, Ahmet Davutoglu, il quale, al momento in cui si scrive, ha appunto svolto il primo giro di consultazioni senza arrivare a nessun risultato. La data di elezione del presidente del parlamento è di importanza fondamentale perché la costituzione turca prescrive che da questa data decorrano i 45 giorni a disposizione del primo ministro incaricato per la formazione del nuovo Governo. Allo scadere di questi 45 giorni, se il primo ministro incaricato non trova un accordo per la creazione del nuovo governo le ipotesi potrebbero essere due: 1) continuare le consultazioni ma sotto la guida del capo del secondo partito più votato alle elezioni 2) il presidente della repubblica può decidere di formare un governo provvisorio ed indire nuove elezioni parlamentari da svolgersi entro i successivi 3 mesi ( artt. 114 e 116 cost.). Secondo molti analisti il Presidente Erdogan non avrebbe alcun interesse alla formazione di una coalizione ma vorrebbe, al contrario, andare a nuove elezioni cercando di ottenere un esito più favorevole, che potrebbe essere piu’ facile da conseguire dopo 3 mesi di governo provvisorio sotto il totale controllo dell’AKP. Questo, considerato il fallimento del primo round di consultazioni e gli eventi più recenti, sembrerebbe profilarsi come lo scenario futuro più probabile.

Lunedì 20 luglio: attorno alle ore 12 un attentato sucida, attribuito all’Isis, uccide 32 volontari per la ricostruzione di Kobani a Suruç, un piccolo centro con popolazione prevalentemente curda nel sudest della Turchia, e ferisce altre 100 persone. A Istanbul ed in altre città si svolgono manifestazioni di protesta contro l’attentato che vengono duramente represse dalla polizia. Il governo dichiara che la causa dell’attentato è da ricercare nell’intensificazione dell’attività antiterrorismo svolta di recente dalla Turchia nelle zone di confine con la Siria. Il leader del partito filo curdo Dhp invece inveisce sostenendo che nell’attacco Suruc si può individuare solamente un grande fallimento del sistema di intelligence turco che avrebbe sottovalutato la pericolosità della minaccia dello Stato Islamico e allude alla collusione tra Turchia e Isis. Il governo dà avvio ad una vastissima operazione di polizia volta all’individuazione di tutti i sospetti affiliati a Isis, Pkk e a gruppi di sinistra estrema.

Mercoledì 22 luglio: Mentre il governo turco dichiara che darà un contributo più intenso alla lotta contro l’Isis portata avanti dalla Coalizione Internazionale guidata dagli Stati Uniti, il PKK rivendica l’uccisione di due Poliziotti turchi nella città di Ceylanpinar. Il Pkk dichiara che il duplice omicidio è stato realizzato come vendetta per l’attentato di Suruç, perché, sempre secondo le dichiarazioni del Pkk, i due poliziotti uccisi avrebbero collaborato con lo Stato Islamico. Il giorno stesso la Turchia concede agli Stati Uniti l’utilizzo della importantissima Base aerea di Incirlik. Il Governo turco rende nota la propria intenzione di costruire un’area di sicurezza che funga da cuscinetto tra Turchia a e Siria.

Giovedì 23 luglio: Lo stato Islamico colpisce una postazione militare turca. Nello scontro, avvenuto nella città di Kilis, muore un soldato turco. L’esercito turco replica prontamente all’attacco.

Venerdì 24 luglio: l’ aviazione militare turca avvia il primo bombardamento contro le postazioni dello Stato Islamico in Siria e riferisce di aver colpito gli obbiettivi prestabiliti. Nel frattempo la stampa turca dà atto del fatto che le operazioni antiterrorismo svolte all’interno della Turchia a partire dall’inizio della settimana hanno condotto all’arresto di almeno 251 persone nel paese, tali operazioni peraltro continueranno.

Sabato 25 luglio: l’aviazione militare turca conduce una seconda serie di nuovi bombardamenti, contro i miliziani dello stato Islamico nel nord della Siria ma anche contro il PKK in Iraq. Il Pkk fa sapere che che “non ritiene più sussistenti le condizioni per la continuazione del cessate il fuoco”. Dopo 3 anni dall’avvio del processo di pace tra Turchia e Pkk avviene la prima rottura dell’accordo. Nel frattempo la Turchia richiede alla NATO di convocare una riunione d’emergenza sulla base dell’articolo 4 del trattato NATO che autorizza i propri membri a richiedere questo genere di incontri se la loro sicurezza o la loro integrità territoriale sono minacciate. Washington ha richiamato la Turchia ed il Pkk a far cessare le violenze tra loro ma ha alresì sottolineato espressamente che la Turchia era nel pieno diritto di difendersi dal Pkk. Obama ha fatto sapere di avere apprezzato molto il nuovo impegno della Turchia nella lotta contro l’Isis.

L’attacco a Suruc, la sua connotazione profondamente simbolica e politica.

L’attacco terroristico avvenuto lo scorso 20 di luglio, anche in base a ciò che è seguito, è apparso a molti non tanto come un attacco alla Turchia in generale ma più che altro come un attacco nei confronti di una parte politica molto precisamente connotata e circoscritta nel panorama politico turco. Ciò risulta piuttosto evidente anche solo tramite una osservazione precisa degli obiettivi che l’attacco terroristico ha preso di mira. Le 32 vittime erano infatti tutte appartenenti ad una organizzazione giovanile socialista affiliata alla SGDF (Federazione delle associazioni della gioventù socialista) di estrazione marxista-leninista che si poneva come obiettivo “la rivoluzione”. I giovani membri di tale associazione, prevalentemente studenti universitari, facevano tappa a Suruc, la città con il più grande campo profughi di tutta la Turchia, prima di partire per la città di Kobani (città simbolo dell’impegno curdo nella lotta contro l’Isis) che, come volontari, avrebbero contribuito a ricostruire nel corso della missione umanitaria. I giovani erano impegnati in una conferenza stampa nel centro culturale Amara di Suruc quando, per mezzo di un attacco suicida, è avvenuta l’esplosione che li ha uccisi. L’attentatrice, stando alle ricostruzioni, è stata individuata in una giovanissima militante dello stato Islamico infiltratasi in Turchia ma di origine siriana. Appare dunque chiaro come il bersaglio dell’attentato non sia stato scelto a caso, ma al contrario, con una precisione chirurgica. Altrettanto significativo è stata la rivendicazione, i pochi giorni successiva alla strage di Suruç, dell’uccisione di due agenti di polizia accusati dallo stesso Pkk di aver collaborato con I’Isis. Il PKK nel rivendicare tale attacco contro la Polizia Turca ha esplicitamente qualificato la propria azione come “una vendetta per Suruç” nei confronti di uno Stato che non ha fatto abbastanza per difendere ed ha anzi colpevolmente abbandonato coloro i quali, senza alcun aiuto, hanno lottato attivamente contro l’avanzata dell’Isis, i curdi. E’ veramente interessante leggere in questa serie di botta e risposta tra i diversi gruppi impegnati sul campo l’articolarsi, molto preciso, di una sorta di gioco delle parti all’interno del quale nulla accade per caso.

È  quantomeno curioso come il Pkk per vendicarsi di un attentato attribuito all’Isis invece che attaccare l’Isis stessa, decida di attaccare lo Stato turco uccidendo due poliziotti, mostrandosi in questa occasione molto più attento a denunciare supposte complicità piuttosto che vendicarsi direttamente con i diretti responsabili della strage di Suruc, cioè, a quanto pare, con i miliziani dell’Isis. Tutto queste mosse hanno un immenso valore simbolico nel contesto politico-culturale turco, e sono in grado, più ancora che di pesare nella gestione dei conflitti più recenti (quello tra la Coalizione e l’Isis), di riaccendere conflitti ben più antichi e radicati nella società turca. Questa deviazione sulla strada dell’impegno militare turco nella lotta contro l’Isis rischia di non essere una deriva collaterale ma di diventare il punto centrale per la Turchia. Subito dopo l’attentato a Suruc infatti il governo ha lanciato un’operazione antiterrorismo in tutto il paese che in poco meno di una settimana ha condotto all’arresto di ben 851 persone tra sospetti fiancheggiatori dell’IS, ma anche tra militanti di estrema sinistra e del Pkk. In più, quasi quotidianamente, a partire da pochi giorni dopo l’attentato a Suruc, l’aviazione turca ha pesantemente bombardato postazioni dell’Isis in Siria ma anche obiettivi appartenenti al Pkk in Iraq, il tutto con la benedizione esplicita di Stati Uniti e Nato come si vedrà nel prosieguo di questo breve approfondimento. Il Pkk, Partito dei lavoratori kurdi, movimento politico clandestino ed armato, di ispirazione indipendentista-separazionista e con radici ideologiche connesse al marxismo leninismo è da tempo stato classificato da Turchia, Unione Europea, Stati Uniti e Iran, come una organizzazione terroristica. Se si pensa che il conflitto tra turchi e curdi non si è mai veramente sopito dai tempi del Trattato di Sevres e del trattato di Losanna, e che si è invece trascinato per anni con parossismi anche molto sanguinosi che solo recentemente hanno trovato un’interruzione grazie all’avvio di un processo di pace durato soli tre anni, si può capire meglio quali sono le dimensioni reali del fenomeno innescato dai bombardamenti turchi dei giorni scorsi. Oggi in Turchia la popolazione di origine Curda si aggira intorno ai 13 milioni di persone e proprio nel corso delle scorse elezioni parlamentari il partito che la rappresenta, l’ HDP, ha ottenuto uno storico successo, guadagnando 80 seggi in parlamento e privando l’Akp della maggioranza assoluta, così avviando un momento di fortissima instabilità politica dato che, praticamente qualsiasi ipotesi di governo di coalizione è stata finora rifiutata dai 4 partiti turchi rappresentati in parlamento. Considerati i numeri sopra citati ed l’escalation drammatica del livello dell’ostilità e violenza tra governo turco e indipendentisti curdi raggiunto ed esploso in questi pochi giorni successivi all’attentato di Suruc, non è del tutto fuori luogo il timore di una guerra civile, per quanto in realtà, a ben vedere, questa non sarebbe nell’interesse di nessuno. Intanto, sia il governo Turco sia il Pkk, hanno esplicitamente dichiarato che, per entrambi, non esistono più le condizioni per il rispetto del cessate il fuoco cui si era faticosamente giunti alla fine del 2012 con l’avvio del processo di pace. Osservando gli eventi da questa prospettiva, è chiaro che la lotta contro l’Isis rimane solo uno sfondo per questi fatti, pur rappresentando invece da un punto di vista internazionale ed ufficiale, la ragione fondamentale e la giustificazione dell’attivismo militare turco di questi ultimi giorni.

(continua)


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Nata a Valdagno (VI). Assegnista di ricerca presso l'Università di Bologna. Dottore di Ricerca (2012). Appassionata di storia, politica e diritto turchi. Ha recentemente tradotto la costituzione turca in italiano.

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