La tutela del territorio come risorsa del Paese
- 20 Dicembre 2021

La tutela del territorio come risorsa del Paese

Scritto da Alex Putzer, Riccardo Luporini

15 minuti di lettura

Questo contributo fa parte della sezione “Il PNRR in dettaglio visto dalla Next Generation” del numero 2/2021 di Pandora Rivista “Next Generation EU. Leggere il PNRR” – nata da una collaborazione con l’esperienza di “Next Generation Research”, un gruppo di giovani ricercatori e ricercatrici di diverse discipline della Scuola Superiore Sant’Anna e di altre Università. Per maggiori dettagli è possibile leggere l’introduzione a questa sezione, a cura di Francesca Coli e Alessandro Mario Amoroso, che presenta anche l’indice di tutti i 18 contributi di “Next Generation Research”.

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La Missione 2 Componente 4 (M2C4) del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR, Piano), denominata «Tutela del territorio e della risorsa idrica», si occupa della prevenzione e del contrasto agli effetti del cambiamento climatico, con particolare riguardo al dissesto idrogeologico, e della salvaguardia delle aree verdi, del suolo, e delle risorse idriche. Per la M2C4, il Piano stanzia poco più di 15 miliardi di euro (fondi complementari compresi). La tutela del territorio italiano richiederebbe probabilmente risorse più ingenti, ma il fine di questo contributo non è quello di evidenziare una scarsità di fondi; del resto, destinare il 7% a M2C4 su un totale di sedici componenti è certamente segnale di una particolare attenzione al tema. Il contributo cerca invece di investigare se e in che misura le scelte strategiche alla base di questa componente siano adeguate ad affrontare i vari problemi strutturali di cui il Paese soffre, così come ad introdurre approcci innovativi alla tutela del territorio, capaci di garantire una vera e propria ‘transizione ecologica’.

La M2C4 si divide in 4 ambiti di intervento: 1) rafforzare la capacità previsionale degli effetti del cambiamento climatico (0,50 miliardi di euro); 2) prevenire e contrastare gli effetti del cambiamento climatico sui fenomeni di dissesto idrogeologico e sulla vulnerabilità del territorio (8,49 miliardi di euro); 3) salvaguardare la qualità dell’aria e la biodiversità del territorio attraverso la tutela delle aree verdi, del suolo e delle aree marine (1,69 miliardi di euro); 4) garantire la gestione sostenibile delle risorse idriche lungo l’intero ciclo e il miglioramento della qualità ambientale delle acque interne e marittime (4,38 miliardi di euro). In questo contributo, per chiarezza di esposizione, i primi due ambiti di intervento sono stati aggregati, visto che entrambi si concentrano sul cambiamento climatico. L’analisi distingue dunque tre principali linee di azione, presentate seguendo un ordine decrescente dei fondi messi a disposizione: a) monitoraggio e gestione di rischi climatici e ambientali; b) riparazione, manutenzione e ottimizzazione delle infrastrutture idriche; c) ripristino naturale. Nelle sezioni si illustrano le varie misure e si discutono alcuni punti critici. Il contributo cerca poi di fare luce su alcune lacune dell’intera componente, e si chiude con delle riflessioni conclusive.

 

Le tre linee di azione del PNRR per la tutela del territorio: un’analisi critica

Monitoraggio e gestione di rischi climatici e ambientali (8,99 miliardi di euro)[1]. Nel testo del Piano si sottolinea più volte che l’Italia, da un lato, gode di un inestimabile patrimonio naturale e culturale da custodire mentre, dall’altro, è particolarmente esposta a rischi climatici e ambientali, dovuti sì alla sua configurazione geografica ma anche agli abusi e alla mancata prevenzione che caratterizzano la storia recente del nostro territorio[2]. Ridurre questi rischi e aumentare la resilienza del Paese diviene dunque prioritario.

Il PNRR ritiene che il primo passo verso l’incremento della resilienza climatica, e ambientale in senso lato, sia la creazione di un «sistema avanzato ed integrato di monitoraggio e previsione» (investimento 1.1, 0,5 miliardi di euro). Il sistema, che vanterà strumenti ad alta tecnologia quali meccanismi di osservazione satellitare e applicazioni di sensoristica da remoto, raccoglierà dati a livello territoriale e monitorerà lo stato e l’esposizione del territorio agli effetti dei cambiamenti climatici da apposite sale di controllo centrali e regionali. Questo investimento pare effettivamente il necessario punto di partenza[3]. L’unica osservazione al riguardo è che lo spettro d’azione del sistema sembra essere molto ampio, includendo ad esempio anche il contrasto allo smaltimento illecito di rifiuti[4] e all’inquinamento dei mari. Per quanto necessarie, tali azioni non sembrano riguardare gli effetti del cambiamento climatico. Il rischio potrebbe dunque essere quello di una dispersione delle scarse risorse a disposizione. Sarà inoltre necessario, e questo vale in realtà per tutta la linea di azione, sviluppare sinergie con altri strumenti già esistenti. Su tutti, l’esempio più calzante pare quello dei vari strumenti, nazionali e sovranazionali, concernenti l’adattamento al cambiamento climatico. Dopo una prima Strategia dell’UE nel 2013, l’Italia ha adottato la sua Strategia nazionale nel 2015, che include un’approfondita analisi di contesto, vulnerabilità climatica e scenari futuri, certamente utile al monitoraggio e previsione[5]. Dalla Strategia doveva scaturire un Piano di azione che, tuttavia, è ‘in via di approvazione’ dal 2018[6]. Si auspica che le fasi di attuazione del PNRR diano impulso a colmare questo grave ritardo. Nel frattempo, l’UE ha adottato una nuova Strategia, nel febbraio 2021, e la nuova «Legge europea sul clima», nel luglio 2021. Quest’ultima, oltre agli obiettivi di neutralità climatica, include una valutazione, da parte della Commissione, dei progressi compiuti dai vari Stati membri in materia di adattamento[7].

Priorità è assegnata alla prevenzione, mitigazione e contrasto al dissesto idrogeologico, a cui sono dedicati 2,49 miliardi di euro (investimento 2.1). I dati sono chiari. Stando al Rapporto ISPRA Dissesto idrogeologico in Italia: Pericolosità e Indicatori di Rischio del 2018, quasi la totalità dei comuni italiani (il 91%) sono esposti al rischio di frane e/o alluvioni e il 16,6% del territorio nazionale è incluso nella fascia di maggior pericolo[8]. Il numero di disastri dovuti ad alluvioni e frane, inoltre, non fa che aumentare. Il rischio coinvolge in primo luogo la sicurezza dei cittadini, ma anche delle attività economiche e produttive e dei beni culturali. L’obiettivo dell’investimento 2.1 è quello di ridurre drasticamente questo rischio, prevedendo interventi strutturali e non strutturali di mantenimento, riqualificazione, e prevenzione, e poi anche interventi di ricostruzione (recovery) in aree recentemente colpite da eventi calamitosi con lo scopo di ridurre il rischio residuo. I fondi – che si sommano ad altre risorse stanziate in questo ambito, come i 200 milioni di euro messi a disposizione per l’anno 2021 in attuazione del cosiddetto Piano Proteggi Italia[9] – verranno assegnati in primo luogo alle Regioni in base alla superficie, popolazione e al rischio. Le autorità di bacino distrettuali competenti saranno chiamate in causa per capire dove e come intervenire a livello locale.

Per troppo tempo l’approccio italiano al tema del dissesto idrogeologico è stato incentrato sulla risposta ai frequenti eventi catastrofici che colpiscono il territorio, trascurando la prevenzione. Se tale approccio può rivelarsi proficuo in termini di speculazione politica, è dannoso sia per la sicurezza sia per l’economia. Una massima comune tra i professionisti della protezione civile e della gestione dei disastri è che ogni dollaro investito in prevenzione permette di risparmiarne sei o sette che andrebbero spesi in ricostruzione[10]. Negli ultimi anni la riduzione del rischio di disastri (disaster risk reduction, DRR) è divenuto tema prioritario nell’agenda internazionale. La comunità degli Stati ha adottato dei quadri internazionali di azione, da ultimo a Sendai (Giappone) nel 2015, con i quali ci si prefigge lo scopo di rafforzare la DRR e ridurre l’impatto dei disastri a livello globale[11]. L’Unione Europea, dal canto suo, ha compiuto seri sforzi per sviluppare e armonizzare il diritto degli Stati membri in materia. Oltre al rafforzamento del Meccanismo di protezione civile dell’UE[12], menzione particolare merita la Direttiva alluvioni – una delle cosiddette ‘direttive figlie’ della Direttiva quadro sulle acque (2000/60/CE) – che obbliga gli Stati membri a valutare i rischi di alluvione, elaborare mappe di pericolosità e predisporre piani di gestione[13].

L’Italia partecipa attivamente a questi importanti sviluppi in ambito internazionale e dell’Unione e adegua il proprio ordinamento. Il Paese, tuttavia, continua a mostrare evidenti lacune, in particolar modo nella ripartizione delle competenze e nel coordinamento tra Stato, Regioni ed enti locali[14]. Da ultimo, è stata la Corte dei Conti, nell’ottobre 2019, ad evidenziare i problemi di frammentazione amministrativa, di scarso utilizzo delle risorse già stanziate e di inefficacia delle misure adottate in materia di contrasto al dissesto idrogeologico[15]. Per sopperire a queste debolezze, il PNRR prevede una riforma per la semplificazione e accelerazione delle procedure di attuazione degli interventi in questo ambito, come ad esempio opere di sistemazione e regolazione dei corsi d’acqua, difesa e consolidamento dei versanti, costoni rocciosi e aree instabili, protezione delle coste e degli abitati dall’erosione delle acque marine (riforma 2.1). La riforma, da completare entro il 2022, si concentra sulla semplificazione e accelerazione dell’attuazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico 1) qualificandoli come «opere di preminente interesse nazionale» aventi carattere prioritario, 2) attribuendo maggiori competenze ai «commissari di Governo per il contrasto al dissesto idrogeologico» e rafforzando le strutture tecniche a loro sostegno e le Autorità di bacino distrettuale, e 3) snellendo le procedure di selezione degli stessi e di attribuzione delle risorse[16].

Ciò che forse lascia più perplessi in merito a questa prima linea di azione è la decisione di assegnare ben 6 miliardi di euro (dunque quasi il 70% dei fondi dedicati agli ambiti di intervento 1 e 2, e il 40% dell’intera componente) a «interventi per la resilienza, la valorizzazione del territorio e l’efficienza energetica dei comuni» (investimento 2.2). Occorre infatti rilevare che la descrizione dell’investimento nel testo del PNRR è vaga e fa essa stessa riferimento a un «insieme eterogeneo di interventi (di portata piccola e media)». Si menziona inoltre l’adeguamento degli edifici e l’efficienza energetica, che sembrano essere già comprese nella M2C3[17]. L’investimento, inoltre, è esplicitamente limitato alle «aree urbane». L’apprezzabile intento del provvedimento è quello di porre rimedio ad un trend al ribasso degli investimenti da parte dei comuni per la salvaguardia del territorio a livello locale. Gli interventi dedicati alla riduzione del rischio idrogeologico dovrebbero avere priorità; tuttavia sono previste altre tipologie di interventi poco pertinenti, come, appunto, la riqualificazione energetica di edifici pubblici e il miglioramento dei sistemi di illuminazione pubblica. Il pericolo principale è anche qui quello di una dispersione dei fondi.

Riparazione, manutenzione e ottimizzazione delle infrastrutture idriche (4,38 miliardi di euro)[18]. L’Italia ha a propria disposizione le stesse risorse idriche pro capite della Francia[19], ma il consumo di tali risorse, sempre pro capite, è quasi il doppio[20]. L’Italia infatti si posiziona ai primi posti della triste classifica concernente il consumo di acqua; tra i Paesi membri dell’UE viene superata solo dalla Grecia[21]. L’esigenza primaria per questa linea di azione è dunque quella di abbattere il consumo e lo spreco di acqua. Gli investimenti vanno dalla razionalizzazione amministrativa, alla digitalizzazione e monitoraggio tecnico, alla riduzione delle perdite nei sistemi di fognatura e depurazione. Alcuni di essi sono particolarmente urgenti e richiedono un’attuazione immediata. Quasi la metà dei fondi messi a disposizione sono destinati ad aumentare la resilienza del sistema idrico, anche a fronte degli effetti avversi del cambiamento climatico[22]. Questo pare un investimento necessario, considerando inoltre che il 20% del territorio italiano, principalmente al Sud, è a rischio desertificazione e che lo spreco idrico continua ad aumentare[23]. Attualmente, su 100 litri di acqua potabile che fanno ingresso nelle reti nazionali, 42 vanno perduti[24]. Anche qui il problema presenta spiccate differenze territoriali, con una perdita del 4% nel Nord-Ovest e una perdita di oltre il 50% in Sicilia. Il tema della disuguaglianza emerge ancora più chiaramente se si considera che quasi 2 milioni di persone in Italia non possono usufruire del servizio pubblico di fognatura comunale o di depurazione[25]. Gli investimenti cercano non solo di evitare lo spreco, ma anche di incentivare il riuso dell’acqua che si trova già nella rete idrica, tramite progetti come le ‘fabbriche verdi’, con cui, nello specifico, si cerca di riutilizzare l’acqua del servizio di depurazione nell’irrigazione agricola – settore che usa attualmente il 70% di tutta l’acqua ad uso civile del Paese[26].

Oltre a riparare e curare la manutenzione delle infrastrutture idriche, alcuni fondi mirano a potenziarle. L’investimento 4.2 prevede infatti la costruzione di almeno 25.000 km di reti idriche aggiuntive, mentre il 4.3 si concentra sull’estensione dell’infrastruttura idrica agricola. In altre parole, il Piano, mentre cerca di diminuire lo spreco e il monouso, mira ad aumentare l’approvvigionamento. In questo modo, tuttavia, sembra perdersi di vista un aspetto fondamentale. Manca, infatti, una chiara strategia per la riduzione del consumo di acqua in termini assoluti. Se riuscissimo a rendere l’infrastruttura più efficace, ci sarebbe meno bisogno di potenziarla. Anzi, si potrebbe persino ridurre proporzionalmente l’infrastruttura, aiutando così il ripristino naturale. Alternativamente, queste risorse potrebbero essere utilizzate per affrontare il probabile aumento della domanda di acqua dovuto ai futuri effetti del cambiamento climatico. Nel PNRR, l’unico riferimento al consumo elevato di acqua si trova nelle valutazioni d’impatto ambientale, i cosiddetti environmental impact assessments nell’Allegato alla Proposta di Decisione del Consiglio[27]. Purtroppo, il riferimento è tuttavia vago, poiché non si individuano obiettivi concreti[28].

Ripristino naturale (1,69 miliardi di euro)[29]. Poco più del 10% dei fondi sono diretti al ripristino naturale, cioè ad una tutela attiva della natura. In questa linea di azione sono presenti alcune idee meritevoli. Tuttavia, è chiaro che i pochi fondi a disposizione non permettono trasformazioni radicali. Occorre innanzitutto chiarire, in via preliminare, l’importanza del ripristino naturale. Secondo un rapporto del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) del luglio 2021, in Italia il suolo originario non fa che ridursi[30]. Persino durante il 2020, il lockdown e la relativa crisi economica non hanno rallentato la copertura artificiale del suolo, che ha consumato ben 2m² al secondo, sommandosi così ai 56,7 km² consumati nell’anno precedente. Solo una minima frazione di questo suolo consumato (5,0 km²) è stato ripristinato. Un consumo di suolo annuale netto costante di oltre 50 km² non può che portare a serie conseguenze, impedendo ad esempio vari servizi ecosistemici[31]. Il consumo di suolo del 2020 ha ridotto l’assorbimento naturale di anidride carbonica di quasi tre milioni di tonnellate, che equivale a quella prodotta dall’utilizzo medio annuale di più di un milione di automobili. Il consumo ha inoltre impedito la naturale infiltrazione di oltre 360 milioni di metri cubi di acqua piovana nel suolo, una cifra vicina al consumo annuale di una città come Roma. La SNPA stima che, continuando di questo passo, i costi per sostituire i servizi ecosistemici perduti vanno dagli 81 ai 99 miliardi di euro per il periodo 2012-2030[32].

Con questi dati in mente torniamo all’analisi. L’investimento 3.1 prevede la tutela e valorizzazione del verde urbano ed extraurbano mediante la piantumazione di 6,6 milioni di alberi nelle 14 città metropolitane del Paese: un contributo importante, anche per l’assorbimento di anidride carbonica[33]. Occorre tuttavia considerare che la Strategia dell’UE sulla biodiversità[34] prevede l’impianto di ben 3 miliardi di alberi e dunque, seguendo una distribuzione equa tra i Paesi membri, l’Italia dovrebbe impiantarne circa 200 milioni. Rimane inoltre qualche dubbio sulla decisione di focalizzare l’investimento sulle città metropolitane invece di considerare le città più inquinate o quelle con meno risorse utili a disposizione.

L’investimento 3.3 concerne la rinaturazione[35] dell’area Po, per un totale di 37 km. Anche in questo caso l’estensione dell’area è ridotta se paragonata alla Strategia dell’UE sulla biodiversità, che prevede la rinaturazione di ben 25.000 km di fiumi, ovvero intorno ai 1.200 km per il territorio italiano. L’investimento 3.2 riguarda invece la digitalizzazione dei parchi naturali nazionali per un monitoraggio avanzato, con lo scopo di sostenere sia la conservazione della natura sia l’educazione della cittadinanza ad una fruizione sostenibile e responsabile delle risorse naturali. Si cerca anche di facilitare il turismo, tramite l’implementazione del 5G e della connessione Wifi. Considerando i fondi limitati, focalizzarsi per il momento esclusivamente sui parchi nazionali sembra la scelta adeguata. Un altro intervento di ripristino (Investimento 3.4) riguarda la bonifica parziale (per il 70%) dei «siti orfani» del Paese, le aree più inquinate d’Italia, denominati anche «siti di interesse nazionale»[36]. Ad un vero e proprio ripristino naturale si preferisce una riqualificazione tramite il «reinserimento dell’area nel mercato immobiliare»[37], favorendo così un riuso di suolo degradato invece di un consumo di suolo originario.

Infine, l’investimento 3.5 riguarda il ripristino e tutela dei fondali e degli habitat marini mediante la mappatura e il monitoraggio delle zone costiere, con almeno «22 interventi su larga scala»[38]. Ciò aiuterebbe a ridurre gli oltre 700 km (ovvero il 9,4%) di costa italiana considerati attualmente non balneabili. Nonostante la scarsità dei fondi a disposizione, questi investimenti sembrano puntare nella direzione giusta.

 

Alcune lacune della componente

Nel testo del PNRR la M2C4 è denominata «tutela del territorio e della risorsa idrica». Nella versione inglese dell’Allegato alla Proposta di Decisione del Consiglio è stata tradotta con «territorial planning and water resources», cioè «pianificazione del territorio e risorse idriche»[39]. Il passaggio da ‘tutela’ a ‘pianificazione’ mostra chiaramente la prospettiva dominante in questa componente, cioè un approccio di gestione e pianificazione più che di tutela e protezione. I fondi sono destinati ad affrontare le urgenti necessità del territorio, che si devono principalmente alle omissioni degli ultimi decenni. Al contrario, gli investimenti per la tutela della biodiversità e per il ripristino naturale sono scarsi. Come già detto non è però unicamente una questione di fondi, ma forse, in parte, una mancanza di visione strategica. Esistono interventi che, anche se non urgenti, possono rivelarsi vincenti nel lungo periodo, come ad esempio la rinaturazione dei fiumi attraverso la rimozione delle dighe abbandonate o scarsamente utilizzate[40]. Sempre in quest’ottica sarebbe stato adeguato inserire incentivi per comportamenti individuali virtuosi, come ridurre il consumo di acqua e di energia.

La tutela dell’ambiente non può prescindere da un costante bilanciamento dei tanti beni e interessi in gioco. Ogni intervento impone un trade-off. Ad esempio, per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra occorre costruire delle nuove infrastrutture per lo sfruttamento delle energie rinnovabili. Queste infrastrutture consumeranno inevitabilmente suolo, impattando plausibilmente su ecosistemi e biodiversità. Sebbene sia necessario rispondere ad esigenze urgenti e garantire la sicurezza della popolazione, occorre bilanciare ciò con la tutela della natura in quanto tale, per prevenire un’ulteriore intensificazione del degrado ambientale. Il bilanciamento effettuato dal Piano non soddisfa pienamente. Ad esempio, l’ideazione e l’attuazione di nature-based solutions[41] che porterebbero dei vantaggi agli ecosistemi e alla biodiversità, oltre che all’essere umano, è scarsamente presente. Occorre forse comprendere che limitare il degrado degli ecosistemi e proteggere l’ambiente è l’unica soluzione per garantire un futuro sostenibile.

 

Conclusioni

Sarebbe fuori luogo sperare che la M2C4 possa da sola colmare le tante lacune della tutela del territorio italiano. Lo stesso vale, del resto, per l’intero PNRR; basti pensare che stando alle stime della società di consulenza strategica Bain & Company per un’economia a impatto zero nel 2050 all’Italia servirebbero tremila miliardi di euro[42]. Il tempo che ci rimane per evitare un riscaldamento globale al di sopra della soglia critica di 1,5 °C è ben più limitato: le stime attuali ci riservano un margine di azione fino alla fine di questa decade[43]. Questa scadenza coincide, approssimativamente, con le tempistiche del PNRR. Il Piano, e la M2C4 nello specifico, rappresentano dunque un’opportunità da non perdere. Per raggiungere questi obiettivi servono certamente fondi considerevoli, ma anche una visione strategica e una gestione efficiente. Sulla visione strategica abbiamo già espresso qualche riserva. Per quanto riguarda la gestione delle risorse, sarà fondamentale abbattere la frammentazione amministrativa che caratterizza la governance ambientale in Italia e che è spesso all’origine di lungaggini e ritardi deleteri, migliorando il coordinamento tra le varie istituzioni coinvolte a livello centrale e locale. Il Piano sembra andare in questa direzione, prevedendo riforme di semplificazione, accelerazione delle procedure e rafforzamento della governance[44]. Sarà inoltre necessario garantire la coerenza e allineamento con i tanti strumenti normativi e amministrativi, sia nazionali sia sovranazionali, che disciplinano questo ambito, per evitare sovrapposizioni e sprechi di risorse. Infine, occorrerà monitorare attentamente la fase di attuazione del Piano. A titolo puramente esemplificativo, recentemente sono stati valutati i progetti esecutivi afferenti all’investimento 4.3 riguardante la resilienza dell’agrosistema irriguo[45]. Tra i fondi richiesti per progetti da realizzare nelle regioni del Sud d’Italia, quelle che ne avrebbero maggiormente bisogno, più del 60% non sono stati concessi, poiché i progetti non sono stati ritenuti ammissibili al finanziamento[46]. In definitiva, si spera che il PNRR rappresenti solo l’inizio di una serie di investimenti costanti e sistemici volti alla tutela del territorio e della risorsa idrica e utili ad una vera e proprio transizione ecologica italiana.


[1] Questa linea di azione include gli ambiti di intervento 1 (0,50 miliardi di euro) e 2 (8,49 miliardi di euro).

[2] Si veda, oltre alla M2C4, anche l’introduzione alla Missione 2.

[3] Il piano operativo per l’attuazione del sistema di monitoraggio integrato è stato approvato con Decreto del Ministero della Transizione Ecologica n. 398 del 29 settembre 2021. La fase operativa di utilizzo del sistema di monitoraggio dovrebbe iniziare entro la metà del 2024.

[4] Sullo smaltimento di rifiuti si veda la parte della M2C1 che si occupa di economia circolare, presa ad esame nel contributo di Cappelli e Alosi nel presente volume.

[5] Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (oggi Ministero della Transizione Ecologica), Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, 2015.

[6] Si veda la bozza: Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (oggi Ministero della Transizione Ecologica), Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, versione giugno 2018.

[7] Comunicazione della Commissione, La nuova strategia dell’UE di adattamento ai cambiamenti climatici, 24 febbraio 2021; Regolamento (UE) 2021/1119 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 30 giugno 2021 «Normativa europea sul clima».

[8] Rapporto ISPRA Dissesto idrogeologico in Italia: Pericolosità e Indicatori di Rischio (2018).

[9] Si veda il Decreto Pres. Cons. Min del 18 giugno 2021 con cui si ripartiscono tra le Regioni e Province autonome i fondi annuali del Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico, il ripristino e la tutela della risorsa ambientale (Piano Proteggi Italia). Il Piano era stato approvato con Decreto Pres. Cons. Min. del 20 febbraio 2019 per destinare 10,8 miliardi di euro a interventi finalizzati alla rimessa in efficienza di opere idrauliche per il triennio 2019-2021.

[10] Si veda ad esempio: United Nations Development Programme, «Putting Resilience at the Heart of Development», 2015, e United Nations Press Release, «For every dollar invested in climate-resilient infrastructure six dollars are saved, Secretary-General says in message for disaster risk reduction day», 2019.

[11] Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030.

[12] Si veda Decisione N.1313/2013/UE del 17 dicembre 2013 su un meccanismo unionale di protezione civile, modificata per ultimo dal Regolamento (UE)2021/836 del 20 maggio 2021.

[13] Direttiva 2007/60/CE del 23 ottobre 2007 relativa alla valutazione e alla gestione dei rischi di alluvioni. Direttiva 2000/60/CE del 23 ottobre 2000, che istituisce un quadro per l’azione comunitaria in materia di acque.

[14] Si veda ad esempio M. Alberton, M. Pertile e P. Turrini, La Direttiva quadro sulle acque (2000/60/CE) e la Direttiva alluvioni (2007/60/CE). Attuazione e interazioni con particolare riferimento all’Italia, «Quaderni della Facoltà di Giurisprudenza», Editoriale Scientifica, 2018.

[15] Si veda Corte dei Conti, Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato | Delib. n.17/2019/G del 31 ottobre 2019.

[16] Si veda in particolare l’art. 36-ter del D.L. 31/05/2021, n. 77 (c.d. Decreto Semplificazioni 2021), convertito in legge con la L. 29/07/2021, n. 108.

[17] Si veda il contributo di Cappelli e Alosi nel presente volume.

[18] Questa linea di azione corrisponde all’ambito di intervento 4, PNRR.

[19] World Bank, «Renewable internal freshwater resources per capita (cubic meters)», 2017.

[20] Eurostat, «Total freshwater abstraction for public water supply (m³ per inhabitant)», 2018.

[21] Idem.

[22] Questi investimenti si allineano a quelli già previsti dal «Piano nazionale interventi nel settore idrico (2020-2029)». Inoltre, gli investimenti che riguardano lo spreco idrico dispongono anche di fondi aggiuntivi rispetto a quelli specificamente previsti dal PNRR: 313 milioni provenienti da REACT-EU.

[23] Anbi (associazione dei consorzi di bacino), «In Italia è a rischio desertificazione il 20% del territorio», 2021.

[24] Istat «Italia seconda in Europa per il prelievo di acqua potabile per abitante», 2021.

[25] Idem.

[26] Idem.

[27] Commissione Europea, Allegato della proposta di decisione di esecuzione del Consiglio relativa all’approvazione della valutazione del piano per la ripresa e resilienza dell’Italia, 2021.

[28] In tale contesto, sembra mancare pure un investimento in educazione ambientale, parzialmente trattato nella M2C1, senza però menzionare esplicitamente l’uso sostenibile delle risorse idriche.

[29] Questa linea di azione corrisponde all’ambito di intervento 3, PNRR.

[30] Rapporto SNPA «Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici», Edizione 2021.

[31] I servizi ecosistemici (ecosystem services in lingua inglese) possono essere definiti come «i benefici multipli che gli ecosistemi forniscono al genere umano».

[32] Si veda Rapporto SNPA 2021.

[33] Questi investimenti fanno seguito alle misure sul rimboschimento urbano previste dall’art 4 del D.L. 111/2019.

[34] Commissione Europea, Strategia sulla Biodiversità per il 2030.

[35] Per rinaturazione si intende il ripristino di un territorio ad uno stato originario.

[36] L’investimento fa seguito alle misure previste dal Decreto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (oggi Ministero della Transizione Ecologica) n.269 del 29/12/2020 – «Programma nazionale di finanziamento degli interventi di bonifica e ripristino ambientale dei siti orfani».

[37] Con questo si intende un riutilizzo dell’area per l’edificazione.

[38] Questi interventi sono specificati nel Disegno di legge S. 1571 «legge SalvaMare», approvato dal Senato il 9 novembre 2021.

[39] Allegato della proposta di decisione di esecuzione del Consiglio dell’UE relativa all’approvazione della valutazione del PNRR dell’Italia del 22 giugno, pag. 273.

[40] Si veda per esempio l’iniziativa «Dam Removal Europe».

[41] International Union for Conservation of Nature, «Nature-based Solutions».

[42] V. de Ceglia, «Per un’economia a impatto zero nel 2050 all’Italia servono tremila miliardi di euro», la Republica, 15 luglio 2021.

[43] Si veda il progetto «Climate Clock».

[44] Oltre alla già menzionata riforma 2.1 sul dissesto idrogeologico, è presente anche la riforma 4.1 sulla semplificazione normativa e rafforzamento della governance per la realizzazione degli investimenti nelle infrastrutture di approvvigionamento idrico.

[45] Si veda Decreto del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali n. 490962 del 30 settembre 2021.

[46] Nelle regioni del Centro, il 38% dei fondi richiesti non sono stati concessi e nel Nord poco meno del 12%.

Scritto da
Alex Putzer

Dottorando di ricerca in diritti della natura e etica urbana presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Ha conseguito un M.A. in scienze politiche e un B.A. in scienze delle medie e comunicazione presso l’Università di Amburgo, l’Università di Barcellona e l’Università di Firenze.

Scritto da
Riccardo Luporini

Assegnista di ricerca in Diritto internazionale presso la Scuola Superiore Sant’Anna. Ha conseguito un PhD in Human Rights and Global Politics presso la stessa istituzione. Si è laureato in Scienze politiche presso la Scuola Cesare Alfieri di Firenze e in Relazioni internazionali presso la Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento.

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