“La variabile africana” di Raffaele Masto
- 29 Marzo 2020

“La variabile africana” di Raffaele Masto

Recensione a: La variabile africana. Riserve naturali ed equilibrio geopolitico del pianeta, EGEA, Milano 2019, pp. 192, euro 18,50 (scheda libro)

Scritto da Lorenzo Pedretti

9 minuti di lettura

Ha scritto lo storico burkinabé Joseph Ki-Zerbo (1922-2006): «Non si mondializza innocentemente»[1]. Nel corso delle diverse ondate di globalizzazione, l’Africa subsahariana ha finanziato gli equilibri globali con le proprie risorse senza, tuttavia, goderne i benefici. Al punto che guardando chi operava nel continente era – ed è – possibile capire quali sarebbero state e quali saranno le maggiori potenze del mondo. Un serbatoio di terre, materie prime, manodopera: non l’unica regione a svolgere questa funzione, ma sicuramente la più importante e accessibile. Riusciranno gli africani, nel corso di questo secolo, a “dire la loro” e non essere solo attori passivi del proprio destino? È la domanda che ha posto con questo volume il giornalista e scrittore Raffaele Masto, che per oltre vent’anni è stato impegnato a documentare l’attualità del continente, con particolare attenzione a conflitti e crisi umanitarie.

Numerose sono le risorse strategiche citate da Masto. In primo luogo, il caucciù, materiale che si ottiene dal lattice estratto da alberi delle foreste pluviali e impiegato nella fabbricazione di pneumatici fin dalla metà del XIX secolo. Ne deteneva il monopolio, a fine Ottocento, il sovrano belga Leopoldo II, tramite il controllo dell’attuale Repubblica Democratica del Congo, Paese che resta di cruciale importanza ancora oggi poiché vi si trova la più grande riserva mondiale di cobalto. Tale minerale è necessario per costruire motori elettrici: molte imprese nazionali e multinazionali (europee, nordamericane e asiatiche) sono corse a prelevarlo e raffinarlo, scatenando una vera e propria corsa all’estrazione e raffinazione e causandone la decuplicazione del prezzo tra il 2016 e il 2018. Poi il petrolio, i cui siti di estrazione sono stati devastati dall’inquinamento: è tragicamente noto il caso del delta del fiume Niger, dove si trovano le riserve di greggio nigeriane, le maggiori del continente, ma Masto cita anche quelli di Angola, Gabon e Repubblica del Congo.

Vanno menzionati anche il pregiato legname e le terre arabili. L’Africa rimane infatti il continente meno abitato rispetto alla sua estensione, nonostante il boom demografico, e il meno coltivato, essendo poco praticata l’agricoltura intensiva. Tanti ne hanno approfittato: dalle ex potenze coloniali, che imponevano la monocultura a buona parte dei loro possedimenti e ne importavano la produzione (arachidi dal Senegal, caffè e cacao dalla Costa d’Avorio e cotone dal Sudan, per non fare che pochi esempi) fino agli investitori pubblici e privati impegnati nel land grabbing, provenienti non solo dall’Occidente ma anche da stati arabi, come le monarchie del Golfo, e dall’Asia (Cina, India, Malesia, Indonesia, Corea del Sud).

Non si può dire che questo enorme patrimonio abbia giovato al continente: tutt’altro. È la cosiddetta maledizione delle risorse, la situazione in cui si trovano paesi che pur ricchi di risorse naturali sono poveri in termini di sviluppo economico e sociale. Un problema che Masto spiega in questo modo: «La ricchezza del sottosuolo e il lavoro a bassissimo costo rendono le materie prime estremamente convenienti, al punto che le imprese privilegiano i siti africani, rispetto ad altri, perché questi richiedono minori – o nulli – investimenti e forniscono, a prezzi sensibilmente inferiori, materie prime che avrebbero costi astronomici se fossero estratte rispettando sicurezza, diritti umani e compatibilità ambientale».

Un tema noto e dibattuto da tempo, ma affrontato in modo originale in La variabile africana. Infatti, buona parte del volume di Masto non assume la forma del saggio bensì quella del reportage e del racconto di viaggio, ed è una scelta vincente. In questo modo chi legge non riceve una distaccata panoramica della questione delle risorse strategiche, bensì un testo che la cala nella realtà di alcuni paesi africani, spiegando con dovizia di particolari il modo in cui essa abbia influito sulla vita quotidiana dei loro abitanti e si sia intrecciata con altri temi fondamentali per la loro storia recente e per la loro attualità. A ciascuno dei paesi presi in esame è dedicato un capitolo.

Il primo è il Mozambico. Qui sono state scoperte importanti riserve di greggio, gas naturale e carbone, nonché aree ricche d’oro, pietre preziose, titanio, tantalio, grafite e legname pregiato. Risorse estratte in pessime condizioni sociali e occupazionali e il cui prezzo finale è spesso determinato unilateralmente dai compratori stranieri. Inoltre, aldilà della questione delle risorse, il Mozambico è salito agli onori della cronaca negli ultimi decenni anche per diversi eventi drammatici: dalla misteriosa scomparsa del primo presidente Samora Machel (1986)[2] agli scandali di corruzione governativa e all’assassinio del giornalista investigativo Carlos Cardoso che li aveva documentati (2000), fino agli attentati terroristici jihadisti[3] e alla devastazione causata da cicloni sempre più frequenti[4].

Il secondo è la Costa d’Avorio, che ha subito due guerre civili nel primo decennio di questo secolo (2002-2007 e 2010-2011) ma che possiede un’economia più dinamica e una popolazione più istruita della media della regione africana occidentale. Il libro ricorda in particolare la spinta modernizzatrice del primo presidente ivoriano e “padre della patria”, Félix Houphouët-Boigny. Al potere dall’indipendenza nazionale (1960) fino alla morte (1993), non solo promosse un avanzato welfare state, ma ideò anche un sistema che proteggeva i coltivatori dalle fluttuazioni dei prezzi dei prodotti agricoli sul mercato internazionale. Lo Stato acquistava tutta la produzione nazionale: se l’annata era favorevole e i prezzi salivano ci guadagnava, diversamente ci perdeva, ma «i contadini potevano tranquillamente prepararsi alla nuova annata senza scossoni e senza rischiare di dover vendere attrezzature e terre o di mettere sul lastrico i propri dipendenti».

Il terzo è il Sud Sudan. Indipendente dal 2011[5], è il Paese più giovane al mondo, ma anche uno dei più poveri, soprattutto a causa dalla guerra civile iniziata nel 2013, che ha opposto i sostenitori del presidente Salva Kiir Mayardit e dell’ex vice-presidente Riek Machar Teny Dhurgon (appartenenti alle due principali etnie del Paese, rispettivamente dinka e nuer) dal momento in cui il primo ha accusato il secondo di aver organizzato un colpo di stato. Un conflitto devastante[6], che soltanto da poco tempo pare potersi risolvere: anche grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio e al sostegno di organizzazioni regionali come l’IGAD[7], si è giunti prima alla Dichiarazione sul processo di pace del 13 gennaio 2020 (seguita dal cessate il fuoco) e poi ad un primo round negoziale, lo scorso febbraio, tra rappresentanti del governo di Juba, delle opposizioni e di alcuni osservatori internazionali[8]. In che modo questa guerra è legata alla questione delle risorse? In primo luogo, il Sud Sudan è attraversato dal Nilo Bianco, che lambisce le principali località strategiche nazionali e, data l’inadeguata rete stradale, costituisce un’arteria fondamentale. Il grande fiume è al centro degli interessi di tutti i paesi situati lungo il suo corso: questo ha portato a un contrasto fra l’Etiopia, che sta costruendo la Grand Ethiopian Renaissance Dam (o “diga del Millennio”) sul Nilo Azzurro per produrre energia elettrica[9], e l’Egitto. Un Paese da sempre ostile ad opere che facciano diminuire la portata d’acqua che si riversa a valle, e che deve aver quindi guardato con grande preoccupazione alla secessione del Sud Sudan: «Avrebbe ceduto alle lusinghe di qualcuna delle aggressive economie asiatiche che avevano tutto l’interesse a proporre, a un Paese che doveva dare impulso alla propria economia, grandi opere su un corso d’acqua che era chiaramente una risorsa da sfruttare? Sull’evoluzione della guerra e sui due personaggi che l’avevano innescata c’erano dunque sicuramente anche questo tipo di pressioni e di condizionamenti».

Inoltre, Masto segnala che: «qualche giorno prima dello scoppio del conflitto il Sud Sudan stava per firmare un protocollo di intesa con altri quattro Paesi della regione [Uganda, Ruanda, Kenya e Tanzania] e con la Cina per la costruzione, a opera di Pechino, di una ferrovia che collegasse l’entroterra utile dell’Africa orientale […] con il porto keniano di Mombasa, il principale polo economico africano sull’Oceano Indiano. […] 16 miliardi di dollari, per collegare alla costa la regione dei Grandi Laghi […] e quella «bolla di petrolio» […] che è il Sud Sudan. Se la cosa fosse andata a buon fine, la ferrovia avrebbe preceduto gli oleodotti e magari anche le strade, dando alla Cina un vantaggio enorme sulle potenze occidentali che in un progetto di questo tipo erano concorrenti di Pechino».

Il quarto è la Sierra Leone, dove anche qui ha avuto luogo una lunga guerra civile (1991-2002) che ha contrapposto i ribelli del Revolutionary United Front (RUF), sostenuti dal National Patriotic Front of Liberia di Charles Taylor, e le forze governative, che alla fine ebbero la meglio. Tanto questo conflitto quanto quelli liberiani (1989-1997 e 1999-2003) avevano fatto salire alla ribalta dell’attenzione mondiale due questioni cruciali e tragiche: lo sfruttamento dei bambini-soldato e la lotta per il controllo dei diamanti[10]. Queste pietre preziose sono state fonte di guadagno e corruzione presso la classe politica, ma anche causa di impoverimento e malgoverno per il Paese e i suoi abitanti. Il lavoro nei giacimenti alluvionali diamantiferi è spesso avvenuto in condizioni schiavistiche, mentre i profitti sono andati agli investitori stranieri e ai trafficanti, soprattutto libanesi e liberiani. Taylor, in particolare, era riuscito a ottenere dai comandanti sierraleonesi del RUF, in cambio di armi, i diamanti che facevano estrarre nel distretto di Kono, dove si trovavano i giacimenti più ricchi. Dopo la guerra la Sierra Leone ha iniziato a porre le basi per uno sviluppo più equilibrato che coinvolgesse anche altri settori economici. Ma l’estrazione dei diamanti, ancora in corso e in crescita, continua ad essere controllata più da imprese estere che dal Paese in cui avviene, e siccome la materia prima viene immediatamente esportata, pochissimo lavoro è creato in loco.

Infine, vi è la Nigeria, il primo Paese africano e il settimo al mondo per numero di abitanti, cui sono dedicati l’epilogo del volume e alcuni passaggi salienti, in particolare quello sulle sue già menzionate riserve di greggio. Se può sembrare paradossale che questo gigante occupi un così limitato numero di pagine, è però ampiamente condivisibile la scelta di Masto di concentrarsi su paesi più piccoli per popolazione, superficie e PIL, in quanto sono probabilmente meno noti al grande pubblico, ma non meno rilevanti nel discorso sulle risorse.

Tanto nel corso del libro quanto nella breve conclusione, Masto sembra voler stimolare la riflessione di chi legge più che cercare di dare una risposta definitiva alla domanda di apertura, ma fissa ugualmente alcuni punti fermi. Innanzitutto, sarebbe fondamentale che segmenti sempre più estesi dei processi produttivi avessero luogo nei paesi africani. Dovrebbero costituirsi imprese in grado di lavorare le risorse estratte, consentendo l’esportazione di manufatti e prodotti intermedi, non solo di materie prime grezze. Un processo che richiederebbe lavoratori adeguatamente formati e retribuiti, il che contribuirebbe a creare potere d’acquisto e domanda interna, rilanciando l’economia e distribuendo la ricchezza. Masto ritiene però cruciali anche altri due fattori, di carattere più generale. Il primo è culturale-identitario, ovvero il bisogno che i popoli africani hanno di valorizzare sé stessi, cosa purtroppo non facile poiché le conseguenze di secoli di schiavismo e di colonialismo includono anche un devastante complesso d’inferiorità verso i bianchi e non bastano cinquant’anni di indipendenza formale a cancellarlo. Il secondo è il dovere, da parte di tutti gli attori nazionali e internazionali che decidono sullo sviluppo dei paesi africani, di sostenere le potenzialità di questi ultimi con investimenti mirati ed equi: «Più che [di] progetti faraonici, fiumi di denaro, megainfrastrutture, […] più che di beneficenza o cooperazione, l’Africa ha bisogno di giustizia».

Non rimane che ragionare su tutto questo, stimolati dal racconto di Masto e dalle tante, preziosissime testimonianze “dal terreno” contenute nel volume che fanno ben cogliere l’importanza non solo geostrategica ma anche umana dei temi trattati.


[1] Ki Zerbo-J., Punti fermi sull’Africa, Emi 2011.

[2] Machel, capo del FRELIMO (movimento che aveva combattuto per l’indipendenza del Mozambico dal Portogallo) prese il potere nel 1975. Nello stesso anno i colonizzatori lasciarono il Paese. Il governo «nazionalizzò le piantagioni, costruì scuole e ospedali per i contadini che vi lavoravano» mentre sul piano internazionale «si schierò apertamente contro i governi razzisti della regione […] e appoggiò le forze rivoluzionarie che combattevano in Rhodesia (l’attuale Zimbabwe) […] e le forze antiapartheid in Sudafrica». Gli si oppose la RENAMO, formazione «finanziata e sostenuta dai governi bianchi della regione, a loro volta alleati dei principali governi occidentali». Ne scaturì una lunga guerra civile (1981-1992). Machel morì quando un aereo che lo stava riportando in patria da un vertice svoltosi in Zambia precipitò in Sudafrica. Delle 44 persone a bordo, tra cui alcuni membri del governo, se ne salvarono soltanto nove, e non fu mai dimostrato se si fosse trattato di un attentato o di un incidente.

[3] Nell’estremo Nord del Mozambico «è comparsa una formazione terroristica che si richiama al jihadismo e ha assunto il nome di al-Shabab, come il gruppo che opera in Somalia, sebbene non sia ancora chiaro se tra le due organizzazioni vi siano contatti concreti; analoghe sono comunque le modalità d’azione con cui sono stati compiuti feroci attacchi a villaggi isolati e caserme di polizia, attraverso i quali si punta a destabilizzare la regione».

[4] Nel 2019 il Mozambico ha subito inondazioni e distruzioni a causa dei cicloni Idai e Kenneth. È stata la prima volta che due cicloni hanno colpito il Paese nel corso di una sola stagione.

[5] Indipendenza ottenuta dopo una guerra ventennale contro il governo sudanese di Khartoum, per trent’anni in mano alla dittatura di Omar al-Bashir, caduta nel 2019 attraverso un colpo di stato militare e una vasta rivolta popolare.

[6] Su 12 milioni di abitanti i morti sono stati 400 mila, gli sfollati interni 2 milioni e i rifugiati (molti nella vicina Uganda) 2 milioni e mezzo.

[7] L’Autorità intergovernativa per lo sviluppo, formata dai paesi del Corno d’Africa e da quelli confinanti.

[8] Africa Rivista, Sud Sudan. La pace passa da Sant’Egidio; Comunità di Sant’Egidio, Sud Sudan: nuovi progressi verso la pace.

[9] I lavori, affidati alla multinazionale italiana Salini Impregilo, sono iniziati nel 2013; la diga dovrebbe essere completata quest’anno ed essere completamente operativa nel 2022. Africa Rivista, Etiopia. Diga del millennio, lavori per deviazione Nilo Azzurro; Africa ExPress, La grande diga sul Nilo, forte tensione: Etiopia non molla e Egitto vuole più acqua.

[10] Tra Sierra Leone e Liberia c’è un ulteriore legame: entrambi i paesi sono stati creati a partire dal tentativo d’Inghilterra e Stati Uniti di riportare in Africa gli schiavi liberati e i loro discendenti. Secondo Masto si trattò di «una sorta di riparazione che in realtà aveva motivazioni tutt’altro che nobili [poiché] i neri rischiavano di essere una classe sociale che disturbava, anche dal punto di vista del consenso, gli equilibri interni». Fu così stabilita un’enclave anglofona «in una macroregione – l’Africa occidentale – che si stava trasformando in una sorta di cortile di casa della Francia, se si esclude la grande Nigeria». Complessivamente l’esperimento nocque alla popolazione locale: i discendenti degli schiavi liberati si insediarono nella regione costiera della Sierra Leone, soprattutto nella penisola dove sorge la capitale Freetown, e «divennero l’etnia dominante, quella che esprimeva i leader del Paese e i riferimenti sociali per la potenza coloniale, cioè la Gran Bretagna. […] il resto della Sierra Leone rimase gravemente arretrato».

Scritto da
Lorenzo Pedretti

Nato a Bologna nel 1990. Nel 2015 consegue la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Scuola di Scienze Politiche “Roberto Ruffilli” dell’Università di Bologna, con tesi su “Immigrazione e stato sociale in Germania e in Italia negli anni Novanta e Duemila”. Nel 2016 completa il Master in cooperazione internazionale di ISPI a Milano. Nel 2017-2018 svolge il servizio civile in Senegal. Attualmente vive e lavora a Torino. Particolarmente interessato al tema delle migrazioni internazionali, ha vinto la Targa Athesis, nel quadro del Premio di Natale UCSI 2019, per un articolo sulla migrazione di ritorno dall’Italia al Senegal scritto insieme alla giornalista Giulia Paltrinieri e pubblicato sulla Stampa. Ha scritto anche per «The Bottom Up» e per «Resistenza e Nuove Resistenze» (periodico di ANPI Bologna).

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