L’altro liberalismo: John Dewey
- 27 Febbraio 2014

L’altro liberalismo: John Dewey

Scritto da Stefano Poggi

4 minuti di lettura

Potrebbe sembrare una scelta bizzarra quella di riprendere in mano, in questo preciso momento storico, alcuni scritti sul liberalismo di John Dewey 1, filosofo e pedagogista statunitense nato nel 1859 e morto nel 1952. Invece una rilettura del suo pensiero (per quanto non sistematica e senza alcuna pretesa di scientificità) può essere utile ancora oggi come prezioso stimolo di riflessione non solo per chi si professa liberale, ma anche per chi con la cultura liberale intrattiene un rapporto critico.

Dewey non gode di grande notorietà nel nostro Paese, nonostante le sue opere politiche più celebri – pubblicate negli anni Trenta in America – siano state tradotte da La Nuova Italia nel dopoguerra. Il lettore italiano però potrà trovarsi in qualche modo a proprio agio leggendo le poche righe che seguono: le sue concezioni, elaborate oltreoceano, presentano non poche assonanze con due correnti di pensiero piuttosto influenti nella nostra tradizione politico-culturale (personalismo cattolico e socialismo liberale).

John Dewey si professa liberale, e da ben prima che negli Stati Uniti liberal diventasse sinonimo di “progressista”. Per tutta la sua vita questa sarà la sua identità politica. È utile ricostruire il contesto ideologico in cui Dewey costruì il suo peculiare liberalismo, partendo dalla sua concezione di società democratica che, elaborata negli anni giovanili, rimase fondamentalmente immutata fino alla morte 2, superando guerre, rivoluzioni, crisi economiche e cambi di egemonia.

La democrazia 3 non è una forma di governo né un’aggregazione numerica di individui: se così fosse il voto popolare si limiterebbe a rappresentare una sovranità frammentata in milioni di pezzi. Il voto è invece «la manifestazione di alcune tendenze dell’organismo sociale attraverso una sua componente» 4: la società, secondo Dewey, è paragonabile ad un unico corpo, per quanto articolato e pervaso da conflitti di classe. Quindi «dire che la democrazia è solo una forma di governo è come dire che una casa è un insieme più o meno geometrico di mattoni e malta»: semplicemente è una definizione molto parziale. Cos’è dunque la democrazia?

In breve, la democrazia significa che la personalità è la realtà prima e ultima. La democrazia ammette che il significato della personalità possa essere compreso solo quando si presenta in forma oggettiva nella società; la democrazia riconosce che i principali stimoli e incoraggiamenti per lo sviluppo della personalità vengono dalla società. […] Da questa posizione centrale della personalità derivano gli altri elementi della democrazia: libertà, eguaglianza, fraternità; […] l’idea che la personalità sia l’unico valore permanente e durevole, e che ogni essere umano possiede una personalità5.

Il concetto di personalità, e di individuo, rimarrà una costante nella riflessione di Dewey. Ad essa sono dedicate una serie di articoli pubblicati fra il 1929 e il 1930 e raccolti poi in Individualism old and new, mentre il nostro stava cercando di fondare un partito liberale che potesse sfidare i repubblicani e i democratici alle elezioni presidenziali 6.

«Antropologicamente parlando noi viviamo nell’era del denaro» 7: in questo particolare contesto la personalità rischia di perdersi nel campo economico, portando ad una vera e propria «fine dell’individuo» 8. E in questo processo, il liberalismo si è limitato ad essere poco più di «contemperamento morale» 9. È necessario un nuovo individualismo, che sostituisca quello antico e ormai inadeguato alla realtà economico-sociale: un nuovo individualismo che parta dalla creazione comunitaria di quelle condizioni sociali che permettano agli individui di sviluppare appieno la propria personalità.

E qui si arriva al nucleo più innovativo del liberalismo di Dewey, ovvero la convinzione che «una effettiva libertà è una funzione delle condizioni sociali di ogni tempo» 10; in un’epoca in cui il denaro e i suoi valori trionfano, è necessario che sia la società stessa a creare le condizioni per cui tutti possano esprimere appieno se stessi, le proprie potenzialità e le proprie attitudini.

Dewey trattò di queste questioni in Liberalismo e azione sociale (1935), il suo scritto politico più celebre. In quest’opera il filosofo nota come il liberalismo, all’incirca verso la metà del XVIII secolo, sia diventato il più forte difensore dello status quo economico e politico, dopo essere stato a lungo il suo più temibile avversario. Il «primo liberalismo» ha fallito, associando l’ideale di libertà universale ad una condizione sociale molto particolare come quella in cui si è sviluppato: il liberalismo laissez faire11, se poteva andare bene in un periodo in cui il nemico della libertà si poteva individuare nel potere arbitrario dello Stato, non è certamente adatto all’«epoca collettivista». Il nuovo liberalismo deve propugnare non la difesa di una libertà già data, ma deve lavorare per la «liberazione degli individui», per la loro emancipazione.

Il liberalismo deve quindi proporre cambiamenti radicali. Per Dewey questi erano la socializzazione di parte dei mezzi di produzione e un forte intervento dello Stato nell’economia allo scopo di orientarla verso fini sociali. Non tanto diversamente da quello che prevede la nostra Costituzione all’articolo 41 («la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali»), in fin dei conti.

Molto diversamente dall’attuale vulgata liberale, però. Una vulgata che non solo confina il ruolo dello Stato a quello di passivo regolatore, ma che pone il libero mercato e il diritto alla proprietà (anche di quella ingiusta, esorbitante, frutto di privilegio e ruberie) sopra ogni altro valore e sopra ogni diritto. Ecco, rileggere Dewey oggi ha questa utilità: dà l’immagine di un altro liberalismo, se vogliamo anti-liberista; e non per contingenza, ma per coscienza sociale e – se vogliamo – morale.


[1] Per alcune sommarie note biografiche rimandiamo all’Enciclopedia Treccani.it.

[2] Giovanna Cavallari, Introduzione, in John Dewey, Scritti Politici (1888-1942), Donzelli, Roma 2003, p. XVI.

[3] John Dewey, Etica della democrazia, Ann Arbor 1888, in Dewey, Scritti Politici, cit., p. 3-22.

[4] Ibid., p. 9.

[5] Ibid., p. 20.

[6] Cavallari, cit., p. XLII.

[7] John Dewey, Individualismo vecchio e nuovo, La Nuova Italia, Firenze 1948, p. 1.

[8] Ibid., p.39 e seg.

[9] Ibid., p.47.

[10] John Dewey, Liberalismo e azione sociale, La Nuova Italia, Firenze 1946, p. 40.

[11] Vale la pena ricordare anche in questa occasione come la categoria di “liberismo” sia tipicamente italiana. Se l’inventò Benedetto Croce e ancora oggi, fuori dai confini nazionali, non viene intesa. Dewey, per esempio, per definire quello che noi definiremmo il “liberalismo liberista” usa l’espressione “liberalismo laissez faire”.

Scritto da
Stefano Poggi

Dottorando in storia all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. È stato Presidente dell’Associazione Fornaci Rosse di Vicenza. Ha contribuito a fondare Pandora Rivista e, in seguito, Senso Comune.

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