L’altro liberalismo: John Dewey
- 27 Febbraio 2014

L’altro liberalismo: John Dewey

Scritto da Stefano Poggi

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La democrazia secondo Dewey

In breve, la democrazia significa che la personalità è la realtà prima e ultima. La democrazia ammette che il significato della personalità possa essere compreso solo quando si presenta in forma oggettiva nella società; la democrazia riconosce che i principali stimoli e incoraggiamenti per lo sviluppo della personalità vengono dalla società. […] Da questa posizione centrale della personalità derivano gli altri elementi della democrazia: libertà, eguaglianza, fraternità; […] l’idea che la personalità sia l’unico valore permanente e durevole, e che ogni essere umano possiede una personalità5.

Il concetto di personalità, e di individuo, rimarrà una costante nella riflessione di Dewey. Ad essa sono dedicate una serie di articoli pubblicati fra il 1929 e il 1930 e raccolti poi in Individualism old and new, mentre il nostro stava cercando di fondare un partito liberale che potesse sfidare i repubblicani e i democratici alle elezioni presidenziali 6.

«Antropologicamente parlando noi viviamo nell’era del denaro» 7: in questo particolare contesto la personalità rischia di perdersi nel campo economico, portando ad una vera e propria «fine dell’individuo» 8. E in questo processo, il liberalismo si è limitato ad essere poco più di «contemperamento morale» 9. È necessario un nuovo individualismo, che sostituisca quello antico e ormai inadeguato alla realtà economico-sociale: un nuovo individualismo che parta dalla creazione comunitaria di quelle condizioni sociali che permettano agli individui di sviluppare appieno la propria personalità.

E qui si arriva al nucleo più innovativo del liberalismo di Dewey, ovvero la convinzione che «una effettiva libertà è una funzione delle condizioni sociali di ogni tempo» 10; in un’epoca in cui il denaro e i suoi valori trionfano, è necessario che sia la società stessa a creare le condizioni per cui tutti possano esprimere appieno se stessi, le proprie potenzialità e le proprie attitudini.

Dewey trattò di queste questioni in Liberalismo e azione sociale (1935), il suo scritto politico più celebre. In quest’opera il filosofo nota come il liberalismo, all’incirca verso la metà del XVIII secolo, sia diventato il più forte difensore dello status quo economico e politico, dopo essere stato a lungo il suo più temibile avversario. Il «primo liberalismo» ha fallito, associando l’ideale di libertà universale ad una condizione sociale molto particolare come quella in cui si è sviluppato: il liberalismo laissez faire11, se poteva andare bene in un periodo in cui il nemico della libertà si poteva individuare nel potere arbitrario dello Stato, non è certamente adatto all’«epoca collettivista». Il nuovo liberalismo deve propugnare non la difesa di una libertà già data, ma deve lavorare per la «liberazione degli individui», per la loro emancipazione.

Il liberalismo deve quindi proporre cambiamenti radicali. Per Dewey questi erano la socializzazione di parte dei mezzi di produzione e un forte intervento dello Stato nell’economia allo scopo di orientarla verso fini sociali. Non tanto diversamente da quello che prevede la nostra Costituzione all’articolo 41 («la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali»), in fin dei conti.

Molto diversamente dall’attuale vulgata liberale, però. Una vulgata che non solo confina il ruolo dello Stato a quello di passivo regolatore, ma che pone il libero mercato e il diritto alla proprietà (anche di quella ingiusta, esorbitante, frutto di privilegio e ruberie) sopra ogni altro valore e sopra ogni diritto. Ecco, rileggere Dewey oggi ha questa utilità: dà l’immagine di un altro liberalismo, se vogliamo anti-liberista; e non per contingenza, ma per coscienza sociale e – se vogliamo – morale.

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[5] Ibid., p. 20.

[6] Cavallari, cit., p. XLII.

[7] John Dewey, Individualismo vecchio e nuovo, La Nuova Italia, Firenze 1948, p. 1.

[8] Ibid., p.39 e seg.

[9] Ibid., p.47.

[10] John Dewey, Liberalismo e azione sociale, La Nuova Italia, Firenze 1946, p. 40.

[11] Vale la pena ricordare anche in questa occasione come la categoria di “liberismo” sia tipicamente italiana. Se l’inventò Benedetto Croce e ancora oggi, fuori dai confini nazionali, non viene intesa. Dewey, per esempio, per definire quello che noi definiremmo il “liberalismo liberista” usa l’espressione “liberalismo laissez faire”.


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Scritto da
Stefano Poggi

26 anni. Dottorando in storia all'Istituto Universitario Europeo di Fiesole. Redattore di TRed e presidente dell'Associazione Fornaci Rosse di Vicenza. Su Twitter è @StePoggi.

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