“Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri” di Riccardo Staglianò

Riccardo Staglianò

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I mutamenti economici degli ultimi quarant’anni

La finanziarizzazione dell’economia nasce dalle macerie del paradigma keynesiano che aveva caratterizzato i “gloriosi trent’anni” (1945-1975). La crisi degli anni Settanta, la cosiddetta stagflazione, sposta i capitali dai settori produttivi in difficoltà alla finanza, settore dove è possibile estrarre valore senza produrlo. Per fare un esempio, «il giro d’affari di Wall Street che dal Dopoguerra al ’75 è rimasto fermo a una quota tra il 15 e il 17 per cento del PIL statunitense, già a fine anni Ottanta raddoppia (35 per cento)» (p.55). Nel 2006 sfonda la soglia del 350 per cento[2]. Dagli anni Ottanta si instaura il paradigma neoliberista, interpretato politicamente da Ronald Reagan e Margaret Thatcher: sono gli anni dello scioglimento di lacci e lacciuoli, dell’abbassamento delle aliquote per gli scaglioni più alti del reddito, delle sconfitte inflitte ai sindacati, dell’inizio della flessibilizzazione del mercato del lavoro. Questa liberalizzazione completa dell’economia porta allo sboom degli anni 2000, con lo scoppio della bolla speculativa causato da un infantile entusiasmo per la New Economy. Inoltre, dagli anni 2000 si verifica quello che Staglianò definisce «Il Grande disaccoppiamento» tra produttività e occupazione, dovuto all’ipertrofica pervasività delle macchine e allo sviluppo dell’e-commerce, che permette ad Amazon di generare, ad esempio, 10 milioni di dollari impiegando solo 15 persone, quando a un negozio tradizionale ne servivano 47. Al Grande disaccoppiamento si unisce la “Grande stagnazione” dei salari, rimasti sostanzialmente inalterati nonostante l’aumento della produttività.

Infine vi è la crisi del 2008. «Se avessero provato a venderla anche solo all’inizio del 2007, l’idea della sharing economy, nessuno l’avrebbe comprata. Perché mai avrei dovuto privarmi di una stanza della mia casa, dando le chiavi al Signor X?» (p.153). Con la crisi del 2008 i salari crollano, i risparmi vengono erosi. Se ti offrono un lavoretto, scrive Staglianò, non lo rifiuti in quelle condizioni. La crisi economica si è rivelata il terreno fertile per il germogliare della gig economy e non a caso in questo settore il numero di finanziamenti di venture capital[3] passa dai 15 del 2009 ai 179 del 2015.

L’excursus economico qui sopra accennato evidenzia una realtà negli anni completamente mutata. Dal posto fisso con un salario dignitoso che permetteva di costruire famiglia – e qui Staglianò fa l’esempio personale di suo padre- siamo giunti ai tanti lavoretti, alla necessità di arrotondare lo stipendio del mese accettando lavori usuranti e poco appaganti. Quali sono le ombre che si nascondo dietro al mito della sharing economy? E quale futuro per i giovani lavoratori e per le nostre società?

Dietro alla facciata allestita dalla retorica ottimistica ogni qualvolta si menzioni la sharing economy, vi è una realtà diversa, meno rosea per usare un eufemismo. La condivisione non c’entra nulla con il fenomeno delle piattaforme digitali: il termine esatto è gig economy, come scrive Staglianò, economia dei lavoretti, in via di progressiva istituzionalizzazione – senza che questo trovi alcuna opposizione. L’Autore ci racconta la storia di una donna incinta che, pur di non perdere la sua corsa come autista della compagnia di ride sharing Lyft, la accetta poco prima di partorire; storie di autisti sfollati di Uber che la notte affollano i parcheggi per accaparrarsi la corsa più conveniente; storie di giovani laureati che “si aggiudicano su Upwork o Mechanical Turk una commessa per spalare fango nella rete”(p.120), con paghe misere e umilianti; per non parlare dei facchini di Foodora o Deliveroo, spesso pagati a cottimo.

Per comprendere i meccanismi perversi della gig economy è utile prendere l’esempio di Uber: «Da una parte c’è l’autista (partner, nell’eufemistica e confondente terminologia aziendale) che ci mette il mezzo di produzione (l’auto, compresa benzina, manutenzione e assicurazione) e il lavoro. Tutti i rischi imprenditoriali sono suoi. Che sia subissato di richieste o aspetti ore con le braccia conserte prima di essere chiamato non è affare di Uber» (p.27). Dall’altra l’app, che trasforma l’autista in un nodo della sua rete e che intasca il 20-25% per ogni corsa.

La disparità di potere contrattuale tra il padrone della piattaforma e il partner è evidente. Il fenomeno gig economy ha contribuito alla progressiva concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, esacerbando lo sviluppo di monopoli aventi un potere contrattuale tale da poter dettare unilateralmente le condizioni di lavoro: le piattaforme gig economy, considerando i fornitori di servizi – ad esempio l’autista Uber– non come propri lavoratori dipendenti ma come contractors indipendenti, fanno ricadere su questi i rischi imprenditoriali, senza che vi sia alcuna tutela per quanto riguarda infortuni previdenza o salute; senza salario minimo o maggiorazione per il festivo.

La posizione di monopolio favorisce inoltre l’elusione fiscale, attività dove i padroni delle piattaforme digitali sono, per dirla con Staglianò, campioni olimpici. Oltre allo scandaloso 0,005 per cento di tasse che Apple paga in Irlanda, è interessante analizzare il rapporto tra le tasse pagate da Airbnb e quelle versate dal settore alberghiero tradizionale. L’Autore prende come riferimento la realtà francese nell’anno 2014: «Nel confronto spiccano due differenze. Intanto i venticinque dipendenti della compagnia contro i duecentomila addetti del settore. Ma soprattutto gli 84 883 euro di tasse pagati dalla prima contro i 3,5 miliardi versati dal secondo» (p.74). Sono risorse, scrive Staglianò, sottratte alla collettività, al welfare del domani.

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Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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