“Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri” di Riccardo Staglianò

Riccardo Staglianò

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Criticità del modello gig economy e conclusioni di Staglianò

«Siamo la prima generazione che starà peggio dei propri padri. La freccia della storia, economicamente parlando, si è fermata» (p.230). Staglianò non intende però, con questo prezioso volume, aggiungersi al coro di coloro che affermano non si possa fare niente contro questo fenomeno globale. L’Autore indica alcune vie d’uscita, bozze su cui lavorare per evitare un futuro di precarietà e povertà. Innanzitutto, bisognerebbe prendere in considerazione l’introduzione di un reddito di base universale[4] – in Finlandia la misura è di recente oggetto di sperimentazione- al fine di supportare la progressiva sostituzione dell’uomo con la macchina e per integrare i decrescenti introiti derivanti dai “lavoretti”.

Vi è poi la necessità di introdurre a livello sovranazionale una severa Web Tax sui profitti delle piattaforme digitali – argomento molto attuale nel dibattito europeo- per debellare l’elusione fiscale. Infine, è necessario introdurre nel mondo della gig economy le forme di tutela tipiche del rapporto di lavoro subordinato, oggi assenti perché i fornitori di servizi vengono contrattualizzati dall’azienda come contractors indipendenti.

Non è impossibile secondo Staglianò invertire la rotta, si pensi solo ad alcune recenti sentenze in Gran Bretagna che hanno riconosciuto ai lavoratori di Uber lo status di workers, quindi parasubordinati. «Non solo si può fare qualcosa, ma si può fare addirittura molto. Tanto a livello nazionale, alla faccia degli alibi globalisti, che a quello individuale. E nessuno deve sentirsi escluso: la politica, in primo luogo, i sindacati, la magistratura, gli imprenditori e i cittadini di ogni ordine e grado» (p.173).

Il libro di Staglianò ha il merito di denunciare una realtà spesso sottaciuta, il più delle volte mistificata dalla retorica dominante e dal marketing terminologico. La lettura del volume pone numerosi spunti di riflessione, dai problemi relativi ai diritti dei lavoratori nel sistema gig economy alla piaga dell’elusione fiscale. Sono questione complesse, tutte ancora aperte e di grande attualità. Bisogna trovare un modo per conciliare le esigenze di una società di consumatori con un modello sostenibile che non tragga i propri vantaggi dall’elusione fiscale e della sfruttamento dei lavoratori. Questo volume, che rappresenta una preziosa fotografia del presente, ci spiega quanto sia lontano questo obiettivo, quanto lavoro ci sia ancora da fare e quanto sia necessario rimboccarsi le maniche.

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[1]    Lo stesso termine “gig” potrebbe risultare fuorviante. La plurivocità del termine non si esaurisce nella traduzione “lavoretto”. “A gig” è anche un’esibizione, una performance. L’affermazione “X is my gig” potrebbe significare “X è la mia passione”. Questo per evidenziare come il termine in inglese racchiuda un gioco linguistico che cerca di rappresentare il fenomeno come qualcosa di smart, tech, cool etc.

[2]    «Detto altrimenti: il denaro che gira nella Borsa di New York equivale a tre volte e mezzo la ricchezza prodotta negli Stati Uniti» (p.55).

[3]    Il Venture Capital, traducibile in capitale di ventura, è una forma d’investimento ad alto rischio, ma che può dare ritorni economici molto elevati. L’aumento del numero di finanziamenti di venture capital nel settore gig economy dal 2009 al 2015 indica quanto siano diventate attrattive le piattaforme, e il modello di business ad esse legato, per gli investitori.

[4]    Sarebbe su base individuale, universale – quindi non soggetto alle condizioni economiche (perciò anche per i ricchi) e incondizionato perché non soggetto a obblighi lavorativi. Una proposta radicale verso la quale Staglianò non sembra nutrire troppo entusiasmo, ma sempre più attuale e da discutere senza pregiudizi. Non è questa la sede opportuna per approfondire questa proposta, la quale necessiterebbe un’analisi di più ampio respiro. Ci limitiamo quindi ad accennarla, lasciando ad ognuno la possibilità di valutarla secondo i propri principi e le proprie idee.


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Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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