Lavoro e migranti: l’integrazione dei rifugiati

Migranti e lavoro

Ogni sfida, per sua intrinseca natura, porta con sé allo stesso tempo rischi e opportunità. È quindi fondamentale stabilire in quale di questi due “sottoequilibri” vogliamo posizionarci. Questo vale anche per la cosiddetta emergenza migranti che stiamo affrontando adesso. L’atteggiamento con il quale affrontarla è fondamentale, al fine di evitare di subire il fenomeno e rischiare di vedere il progetto comunitario europeo sprofondare tra redivive rivalità nazionali e destre xenofobe. Da questo punto di vista fa ben sperare la risoluzione non legislativa del Parlamento Europeo del 5 Luglio 2016, relativa all’inclusione sociale e all’integrazione dei rifugiati all’interno del mercato del lavoro. Brando Benifei, relatore del testo presentato dai Socialisti e Democratici, ha affermato che la risoluzione punta a portare il Fondo Sociale Europeo al 25% del budget della politica di coesione, senza sottrarre risorse per la tutela delle altre categorie vulnerabili come i giovani disoccupati, i disoccupati di lungo periodo o i disabili.

Al centro del testo vi è la necessità di un riconoscimento veloce delle competenze dei rifugiati, i quali possiedono profili diversi a seconda della loro età e della loro provenienza geografica. Lo scopo è quello di facilitarne l’accesso all’interno delle politiche attive del mercato del lavoro, specialmente tramite il circuito della formazione, insieme a misure che garantiscano un inserimento a condizioni lavorative non discriminatorie, che possano facilitare l’incontro tra domanda e offerta nei paesi ospitanti e allo stesso tempo permettano ai rifugiati di esprimere al meglio il proprio potenziale. Al fine di raggiungere questo obiettivo, il testo sottolinea l’importanza di rafforzare il Quadro Europeo Qualifiche (EQF) e di introdurre soluzioni più efficaci per riconoscere e convalidare le qualifiche, l’esperienza e le competenze di migranti e rifugiati, sottolineando che tutta la popolazione europea potrebbe beneficiare di tali soluzioni. Per poter conseguire questi risultati, verrebbe chiesto agli Stati Membri di assicurare ai rifugiati un accesso equo e facile ai circuiti di formazione, includendo anche apprendistati e tirocini, per poter garantire un’integrazione rapida ed efficace sia nel mercato del lavoro che nelle nostre società. A ciò si aggiunge  l’incoraggiamento a fornire ai rifugiati le competenze necessarie per costruire un futuro sui loro guadagni, segnalando che tutto questo possa prendere forma di iniziative in coordinamento tra settore, privato, sindacati e società civile. Infine, ricorda che la prima barriera che i rifugiati devono superare è quella della lingua, consigliando di prendere misure per far sì che i rifugiati non imparino solo la lingua del paese ospitante, ma possano anche acquisire familiarità con culture diverse per prevenire la diffusione di sentimenti razzisti e xenofobi.

Questo testo rappresenta al meglio il tentativo di spostarsi dal sottoequilibrio del “rischio” a quello delle “opportunità”. Di opportunità, infatti, i flussi dei migranti ne sono grandi forieri. Se si raggiungessero gli obiettivi auspicati dal testo, l’Europa potrebbe conseguire importanti risultati in tre ambiti: demografia, economia e sicurezza. In un precedente articolo avevo analizzato gli effetti corrosivi dell’invecchiamento della popolazione europea sul nostro welfare e i nostri sistemi pensionistici. L’integrazione dei migranti nel mercato del lavoro potrebbe contribuire a risolvere quello che è un problema di lungo periodo che fino ad ora l’Europa ha fatto fatica ad arginare. Allo stesso tempo, del potenziamento delle politiche attive del mercato del lavoro non beneficerebbero solo i migranti, come sottolinea il testo, ma anche tutti gli europei. Questo potrebbe far definitivamente ripartire una crescita guidata dai consumi interni, cosa che metterebbe potenzialmente fine alle politiche di tagli che ad oggi hanno fatto più male che bene. L’importanza di tutto ciò è che questi risultati verrebbero raggiunti tramite la tutela di categorie vulnerabili, a dimostrazione di come il welfare e le “reti di protezione” siano importanti e non debbano essere sacrificati sull’altare del contenimento dei costi. Infine, il miglioramento nella qualità della vita insieme alla creazione di un ambiente dove il dialogo tra culture avviene sia nella società civile che sul posto di lavoro potrebbe mettere una grossa ipoteca sulla costruzione di una società veramente integrata. Un risultato che potrebbe contenere fenomeni molto preoccupanti che oggi coinvolgono i musulmani, soprattutto i “foreign fighters”, ma che domani non si sa quali gruppi coinvolgeranno e in che modo. L’enfasi sulla qualità della vita, sugli strumenti per l’inclusione sociale rappresentano quindi un modo concreto per risolvere situazioni che stanno diventando sempre più gravi col passare del tempo.

Tuttavia, come accennato in precedenza, la soluzione proposta all’interno della risoluzione non è esente da rischi e bisogna far chiarezza su come incentivare l’integrazione e l’inserimento dei rifugiati nel mercato del lavoro. Nello specifico, è fondamentale fare in modo che i migranti possano trovare lavoro nei settori “knowledge inensive” che sono fondamentali per l’economia dei paesi europei. L’appello all’accesso a circuiti di formazione, compresi tirocini e apprendistati, è fondamentale ma prima di tutto bisogna capire quali competenze sono più adatte per inserirsi nel mercato del lavoro dei singoli paesi membri, per cui non è detto che ad ogni paese corrisponda lo stesso tipo di formazione richiesta. Per poter chiarire questo punto è fondamentale capire quale sia lo stato attuale della formazione in Europa

Varietà europee nella formazione delle competenze

In Europa possiamo distinguere due diversi profili di competenze, a cui sono associati diverse modalità di formazione delle stesse. Il primo è di tipo specifico, il secondo invece è generalista. La caratteristica principale di un profilo di competenze specifico è che tendenzialmente può essere applicato per pochi scopi: permette al lavoratore di avere conoscenze molto approfondite sullo svolgimento di una determinata attività, che però difficilmente possono essere trasferite su altri compiti. Questo profilo di competenze può essere rinvenuto in quei paesi con una forte tradizione manifatturiera incentrata sulla produzione di alta qualità, in settori di nicchia, dove la “customizzazione” dei prodotti ricopre un ruolo di rilievo. Associato a questo particolare tipo di competenze troviamo un certo modo di organizzarne l’acquisizione, legato soprattutto alla diffusione dei programmi di formazione professionale e di apprendistato, dove l’individuo apprende direttamente sul posto di lavoro come svolgere le attività che portano alla produzione di un bene. Per esempio, nel caso della meccanica leggera, questo profilo di competenze è associato ad un sistema di produzione non taylorista e non standardizzato, motivo per cui è necessaria la formazione professionale.

La seconda tipologia di preferenze è invece quella generalista. Al contrario del primo caso, questo profilo permette di trasferire le proprie conoscenze su più attività, senza possedere però lo stesso grado di approfondimento. Per acquisire questo tipo di profilo però non bisogna più fare riferimento alla formazione professionale direttamente sul posto di lavoro, poiché per acquisire queste competenze è l’istruzione terziaria quella più adatta. Un esempio abbastanza intuitivo, citato anche da diversi autori di political economy, è quello dei laureati in matematica che possono tranquillamente trovare lavoro all’interno delle banche, svolgendo compiti senza avere conoscenze economiche o aziendali di base. Questo tipo di competenze è più frequente in paesi dove il settore manifatturiero è stato pesantemente riformato, lasciando il passo al settore terziario. In generale si può affermare con una certa tranquillità che i paesi dell’Europa Continentale e Nordica fanno riferimento a profili di competenze specifici, mentre i paesi Anglo-Sassoni prediligono il profilo generalista.

Da una prima analisi appare chiaro che l’inserimento dei migranti nel mercato del lavoro dovrà quindi distinguersi a seconda di come i paesi europei hanno organizzato il proprio regime di produzione. Nei paesi dove la manifattura continua ad essere improntata all’alta qualità dei beni prodotti e a rappresentare un punto di forza dell’economia, bisognerà potenziare i programmi di formazione professionale facilitandone l’accesso come suggerito dalla risoluzione del 5 Luglio. Al contrario, nei paesi dove la parte del leone la fa il settore dei servizi, sarà fondamentale ampliare l’accesso all’istruzione universitaria.

Tuttavia, permangono due grossi dubbi prima di poter comprendere a pieno i rischi e le opportunità di questa sfida, e quindi per capire come perseguire al meglio gli obiettivi della risoluzione. Il primo di questi è quello di gettare luce su come i paesi hanno riformato i propri regimi di produzione negli ultimi anni. Il secondo invece, è capire che tipo di situazione possiamo trovare nei paesi mediterranei, che attualmente ricoprono una posizione ambigua e che quindi, al fine di poter garantire un’integrazione ordinata in Europa, non possono essere trascurati. Diverso discorso per i paesi dell’Europa Orientale che, per via del loro passato di economie pianificate, è ancora difficile inquadrare in un’ottica di capitalismo comparato. Includendole in questa analisi si rischierebbe di incappare in quello che Giovanni Sartori chiama “concept stretching”, ovvero quando l’inclusione di casi non idonei produce una distorsione all’interno del gruppo in cui sono inclusi. Per questo motivo i paesi dell’Est Europa, per il momento, non verranno presi in esame, nonostante questo rappresenti un limite.

Traiettorie di riforme in Europa

A partire dalla seconda metà del ‘900 i paesi industrializzati hanno dovuto  affrontare diversi cambiamenti, principalmente legati all’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro e allo spostamento dell’occupazione dalla manifattura ai servizi, tipico delle società post-industriali. Questi fenomeni hanno stimolato riforme in vari ambiti del regime di produzione, che hanno coinvolto anche il circuito di formazione delle competenze. È possibile riconoscere tre modalità con cui i paesi capitalisti hanno riformato le istituzioni della loro political economy.

Nel caso di economie “liberali” come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, non furono mai trovati accordi stabili tra datori di lavoro e sindacati all’interno del manifatturiero, il cui declino ha stimolato un forte processo di “deregolamentazione” (o deregulation). Mancando il coordinamento per poter permettere l’acquisizione di competenze specifiche, rivolte alla produzione ad alto valore aggiunto di cui il manifatturiero ha avuto bisogno a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, la transizione ai servizi è avvenuta seguendo una logica neo-liberale, di individualizzazione del rischio (è importante ricordare infatti che la scelta di frequentare l’università è unicamente frutto della decisione dell’individuo, mentre per la formazione professionale è fondamentale il coordinamento con le imprese, i sindacati e le scuole), generando alti livelli di disuguaglianza.

Un secondo cluster è composto da quei paesi che hanno avviato un percorso di riforme basato sulla “dualizzazione”. In questi paesi (la Germania è il caso europeo più eclatante), la manifattura è rimasta molto forte non solo per il ruolo svolto all’interno dell’economia, di cui è il centro nevralgico, ma anche per quello svolto all’interno dei gruppi d’interesse. Le principali sigle sindacali e associazioni degli imprenditori fanno infatti riferimento al settore manifatturiero, e la contrattazione tra governo e parti sociali, che non ha subito particolari sconvolgimenti nel tempo, coinvolge prevalentemente tale settore. Il terziario è molto più deregolamentato, anche per quanto riguarda la diffusione del lavoro atipico non solo della formazione delle competenze, e viene sfruttato come cuscinetto per garantire la stabilizzazione del “centro” industrializzato.

Infine, un terzo cluster è rappresentato dalla cosiddetta “flessibilizzazione imbrigliata”, al cui interno possiamo ritrovare i paesi scandinavi, e per certi versi anche l’Olanda. In questi casi, la manifattura, pur mantenendo un ruolo importante, non è più dominante all’interno delle principali associazioni. Di conseguenza gli accordi tra governo e parti sociali hanno subito un forte cambiamento, per via della forte organizzazione degli interessi del terziario, seguendo una logica liberale a cui allo stesso tempo ne è stata affiancata un’altra in cui veniva negata la logica per cui “ogni lavoro è un buon lavoro”. Le politiche pubbliche seguono quindi un principio di “investimento sociale”, che passa da un forte ruolo statale nel favorire l’implementazione di tali politiche.

Alla luce di tutto ciò, sembra legittimo ipotizzare che l’inserimento dei migranti nel mercato del lavoro debba seguire una logica differenziata, compatibile con le strutture istituzionali e produttive di ogni singolo paese, tenendo a mente che è possibile, e giusto, porre dei correttivi a eventuali “distorsioni” all’interno di questi sistemi.

Come integrare i migranti?

È quindi fondamentale inserire i migranti nei circuiti che garantiscano l’acquisizione delle “giuste competenze” se si vuole evitare che questi, al pari di tutte le altre categorie deboli, finiscano con l’essere occupati in lavori sottopagati o, peggio ancora, in nero. Partendo dalla, importantissima, premessa che lo studio della lingua del paese ospitante deve rappresentare il primo step in questo percorso, come riportato dalla risoluzione, cerchiamo di capire quali dovrebbero essere le altre fasi.

La prima dovrebbe essere quella di stabilire quali competenze pregresse dei migranti possano essere maggiormente compatibili con un sistema di formazione piuttosto che un altro. In particolare, gli individui che hanno avuto un percorso di studi, o formativo, di natura tecnica ha maggiori possibilità di trovare una buona occupazione prevalentemente nei paesi dell’Europa Continentale e Nordica, dove la formazione avviene non solo in maniera duale, tramite l’alternanza scuola-lavoro, ma anche direttamente in azienda. Chi invece ha ricevuto un’istruzione classica o scientifica, foriere di competenze generaliste, dovrebbe essere maggiormente compatibile in un percorso di studi universitario. In Europa i paesi più propensi a preferire lavoratori in possesso di competenze simili dovrebbero essere il Regno Unito (Brexit a parte) e, di nuovo, i paesi scandinavi, in particolare la Danimarca, che ha implementato molte riforme per ridurre il gap tra la scelta di percorsi accademici o di formazione professionale.

La seconda fase, ben più delicata della precedente, sarebbe quella di stabilire come gestire le eventuali risorse sbloccate a livello europeo per favorire direttamente l’inclusione dei migranti.

Nel caso dei paesi dell’Europa Continentale, soprattutto in Germania, è presente una dinamica centro-periferia dove ad un settore manifatturiero (il centro) regolamentato e fortemente rappresentato nelle principali associazioni imprenditoriali e sindacali, corrisponde un terziario (la periferia) dove il lavoro atipico è molto diffuso, dove la formazione professionale non ha attecchito, con il compito di alleggerire la pressione sul centro, per permettere alle parti sociali di contrattare tranquillamente. Tuttavia, se i migranti venissero inseriti all’interno dei servizi, il rischio sarebbe quello di vedere il manifatturiero collassare sotto i colpi della concorrenza di un settore terziario dove le imprese possono contenere bene i costi, grazie al regime contrattuale atipico e alla scarsa organizzazione delle sigle di settore, cosa che potrebbe mettere in crisi un paese intero. È quindi importante impegnare le risorse europee per favorire l’implementazione di riforme volte a raggiungere due obbiettivi:

  1. Stimolare la diffusione di programmi di formazione all’interno dei servizi, anche se questo dovesse significare negoziare una “perdita di privilegi organizzata”, se così la vogliamo definire, del settore manifatturiero
  2. Incentivare le imprese manifatturiere ad includere più persone all’interno dei programmi di apprendistato. In questo momento le imprese del settore, soprattutto le piccole imprese, fanno fatica a sostenere i costi di formazione e hanno optato per una riduzione dei posti disponibili rispetto al numero di candidati.

I paesi scandinavi, analogamente a quelli dell’Europa centrale, mostrano una maggiore compatibilità con i lavoratori che hanno ricevuto un’istruzione di tipo tecnico, tuttavia vi è una differenze importante. Questi paesi hanno saputo investire molto sulla ulteriore formazione per lavoratori adulti non qualificati o disoccupati. La Danimarca, in particolare, ha investito molto su questi programmi, con lo stato che fornisce sussidi alle imprese che formano lavoratori non qualificati o disoccupati da tempo. Di fronte all’inserimento dei migranti questi paesi sembrerebbero in possesso di strutture più organizzate per poter procedere all’integrazione nel mercato del lavoro anche per via di una “trasmissione” dei sistemi di formazione professionale anche all’interno del terziario e per via di una serie di riforme che, introducendo elementi più liberali, hanno ottenuto il risultato di garantire una scelta più ampia agli studenti che finiscono la scuola secondaria, che ora possono scegliere con relativa autonomia sia di iscriversi all’università (per cui prima era necessario sostenere un esame) che di proseguire con la formazione professionale in azienda.

In questi paesi, tuttavia, l’azione politica dovrebbe concentrarsi sull’obiettivo di allargare l’inclusione dei migranti all’interno della “ulteriore formazione” (Continued Vocational Education and Training, CVET). Nonostante la nobile intenzione, al CVET partecipano prevalentemente individui con un livello di istruzione medio-alto, mentre i meno qualificati registrano numeri sensibilmente inferiori (il 23,4% di individui con competenze da 0 a 2 secondo lo standard ISCED), cosa che fornisce motivo di preoccupazione visto che il CVET è prevalentemente pensato per includere i meno qualificati.

Per quanto riguarda i paesi dove il profilo di competenze preferito è quello generalista il discorso è diverso. In questo caso l’accesso all’istruzione terziaria è fondamentale per acquisire le competenze necessarie. Pertanto, individui che hanno ricevuto un’istruzione scientifica o classica o comunque un’istruzione costruita su standard molto omogenei, in modo da garantire un livello di conoscenze pregresse il più simile possibile, sarebbero preferibili. Tuttavia, per quanto riguarda l’accesso all’università dei migranti sorgono delle dinamiche molto preoccupanti riguardo all’uguaglianza. Il Regno Unito è uno dei paesi che maggiormente predilige un profilo di conoscenze generalista ma, guardando all’università britannica, non si possono non notare preoccupanti dinamiche di stratificazione. Molti autori hanno osservato come la maggioranza degli studenti delle università più prestigiose tenda ad essere composta da maschi, bianchi, provenienti dai ceti medio-alti, che tendenzialmente ha frequentato la scuola privata. Questo va assolutamente tenuto a mente soprattutto per i migranti che ancora devono concludere il percorso di scuola dell’obbligo. È quindi fondamentale stanziare risorse per estendere la partecipazione all’istruzione terziaria, partendo però da un scuola pubblica che possa almeno fornire una didattica di pari qualità con quella privata, al fine di arginare il rischio di “stratificazione sociale” dentro l’università.

Quale ruolo per i paesi del Mediterraneo?

Le traiettorie di riforma sopracitate non hanno coinvolto i paesi mediterranei, che tuttora mantengono una posizione ambigua. Questo rappresenta un grosso problema poiché l’integrazione dei migranti nel mercato del lavoro non dovrebbe risentire di quello che ad oggi è un grosso divario nord-sud. Proviamo quindi a capire in che situazione versano i paesi del sud Europa che rappresentano anche la prima linea nell’accoglienza dei migranti.

Dei paesi mediterranei solo l’Italia è un paese che persegue una strategia di produzione di alta qualità, dove riveste molta importanza l’acquisizione di competenze specifiche e di coordinamento tra le parti sociali, che nel caso italiano è messo a rischio dal forte conflitto tra imprenditori e sindacati, conflitto che dal secondo dopoguerra fino ai primi anni ’90 veniva solitamente compensato dall’intervento statale. Portogallo, Spagna e Grecia non hanno la stessa tradizione in termini né di diffusione della formazione professionale, né di forza del manifatturiero rispetto al terziario, che in questi paesi ricopre un ruolo nettamente predominante.

In questo caso quindi, l’Italia dovrebbe maggiormente investire in programmi che possano incentivare l’acquisizione di tali competenze. Il Jobs Act recentemente approvato ha stabilito l’alternanza scuola-lavoro per le classi delle scuole superiori a partire dal terzo anno, ma è molto presto per giudicare i benefici di una riforma così recentemente approvata. Tuttavia, vista le forte differenze territoriali presenti sul nostro paese, sarà molto importante fare in modo che lo stato possa incentivare l’incontro fra scuola e imprese, in modo da poter creare dei circoli virtuosi nella formazione delle competenze. Infine, sarà importante differenziare il tipo di competenze fornite a livello locale. Questo vale soprattutto per il divario Nord-Sud, poiché se nel Nord Italia esistono realtà industriali e produttive dove la manifattura è predominante, una su tutte quella dei distretti industriali, al Sud esistono realtà diverse ed è quindi fondamentale assicurarsi che agli studenti vengano fornite competenze per potersi inserire in circuiti di formazione anche all’interno del terziario.

Per quanto riguarda gli altri tre paesi, il focus dovrebbe invece coinvolgere un’importante riforma del sistema educativo, tentando di incentivare l’accesso all’istruzione terziaria. Tuttavia, è importante tenere a mente il caso britannico. È fondamentale infatti puntare su un’istruzione non molto diversificata, in modo da poter permettere agli studenti di presentarsi con lo stesso livello di conoscenze davanti alla scelta di accedere all’istruzione terziaria. Questo significa che l’istruzione pubblica è lo strumento migliore per poter garantire questo risultato. Per fortuna, questo è compatibile con gli assetti istituzionali dei paesi mediterranei, che storicamente vedono uno stato molto presente, cosa che dovrebbe facilitare un percorso di riforma orientato a potenziare l’istruzione pubblica.

Conclusioni

Alla luce di ciò si può affermare che l’eventuale espansione del Fondo Sociale Europeo debba seguire due linee guide principali: la differenziazione degli interventi di potenziamento a seconda dei diversi assetti istituzionali dei paesi membri e il coordinamento con gli stessi paesi nell’implementare questi potenziamenti. È quindi consigliabile lavorare sull’accesso all’istruzione terziaria in paesi come Grecia, Portogallo, Spagna e Regno Unito, lavorando soprattutto sul contenimento delle disuguaglianze, in modo da poter includere al meglio i migranti nel circuito di formazione delle competenze, mentre nei paesi dell’Europa Continentale e Nordica e in Italia sarà vitale fare in modo che non si verifichino dinamiche insider-outsider, al fine di rendere il più inclusivo possibile il sistema di formazione. È importante ricordare che da queste riforme non ne beneficerebbero solo i migranti ma anche tutte le categorie deboli che attualmente hanno più difficoltà ad inserirsi in questi sistemi. Una gestione ordinata dei flussi dei migranti può quindi servire come strumento per rilanciare molti altri aspetti non solo dell’economia europea ma anche della gestione della nostra vita organizzata, ma questo potrà accadere solo se i paesi membri sapranno cooperare tra loro e con le istituzioni comunitarie, tenendo a mente che quello del 5 Luglio non è un punto di arrivo ma una tappa, dopo cui gli Stati membri e l’Unione dovranno continuare i propri sforzi.


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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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