Lavoro e partecipazione democratica nell’attuazione del Piano. Intervista a Maurizio Landini
- 20 Dicembre 2021

Lavoro e partecipazione democratica nell’attuazione del Piano. Intervista a Maurizio Landini

Scritto da Giacomo Bottos, Raffaele Danna

16 minuti di lettura

In questa intervista al Segretario generale Maurizio Landini si approfondisce il punto di vista della CGIL – Confederazione Generale Italiana del Lavoro sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.


Il PNRR parte dalla consapevolezza che la pandemia ha colpito un Paese che era già segnato da fragilità sul piano economico, nonché da fratture sociali, territoriali, generazionali e di genere. Un elemento centrale è individuato nell’insoddisfacente andamento della produttività, che viene legato alla ridotta innovazione – in particolare digitale – del tessuto produttivo, agli insufficienti investimenti pubblici e privati e alla mancata realizzazione di alcune riforme strutturali. Ritiene condivisibile questa analisi? Ci sono altri elementi che vanno a suo avviso sottolineati nell’evidenziare le cause della stagnazione e della difficoltà del Paese?

Maurizio Landini: Indubbiamente la pandemia ha reso più evidenti le fragilità e i limiti dell’attuale modello sociale ed economico. È palese, ad esempio, l’insostenibilità di un mercato del lavoro fatto di precarietà, assenza di diritti e tutele, di caporalato e di lavoro nero. Le disuguaglianze, già da tempo presenti nel nostro Paese, si sono approfondite e lo stato di disagio riguarda in particolare donne, giovani e i territori più fragili a partire dal Mezzogiorno. Altrettanto evidente è il fatto che uno dei problemi che da tempo il Paese si trascina è proprio la scarsa produttività. Non è un problema legato al fatto, come pure qualcuno sostiene, che in Italia si lavora poco. I problemi sono ben altri. In primo luogo da anni il nostro Paese è privo di una adeguata politica industriale, intesa come quel complesso di interventi e di strumenti in grado di favorire una evoluzione del tessuto economico e produttivo verso uno sviluppo di qualità. Si è scelta la strada delle decontribuzioni, dei bonus, degli incentivi fiscali senza alcuna condizionalità. Misure che hanno assorbito risorse consistenti ma poco hanno dato dal punto di vista del lavoro, della produttività e dello sviluppo. In secondo luogo il nostro Paese è giunto impreparato alla sfida delle nuove tecnologie. Privatizzazioni del tutto improvvisate hanno smantellato parte delle imprese pubbliche, a partire dai loro centri di ricerca, come nel caso emblematico di Telecom. Da lungo tempo nel nostro Paese langue l’investimento nella ricerca sia pubblica che privata e c’è una scarsa domanda di laureati. In terzo luogo, si è fatto credere che riducendo diritti e tutele si potesse avere crescita e sviluppo. Questo non solo non è avvenuto ma si è avuto un peggioramento delle condizioni di lavoro diventate precarie e con meno diritti. In sostanza si è scelto di non investire nella qualità del lavoro. Sono queste le ragioni di fondo della bassa produttività e dell’impoverimento di quello che molti chiamano ‘capitale sociale’. Per questo c’è bisogno di un cambiamento profondo.

 

Più in generale, qual è la lettura del sindacato della nuova fase che stiamo attraversando? Che impatto ha avuto la pandemia sul mondo del lavoro? Quali sono le principali criticità che si presentano oggi? Quali nuovi strumenti è possibile utilizzare per rappresentare la forza lavoro nel mondo post-pandemia?

Maurizio Landini: La pandemia, oltre a minacciare la salute e la vita delle persone, ha colpito l’economia e il lavoro in un Paese che da tempo presentava grandi fragilità facendo emergere schiere di lavoratori e lavoratrici privi di qualsiasi tipo di ‘ammortizzatore sociale’. Proprio per questo ci siamo battuti per ottenere tutti quegli strumenti – dalle diverse forme di indennità alla cassa integrazione in deroga – che tutelassero il maggior numero possibile di lavoratori e oggi ci battiamo, a partire dalla legge di stabilità, per una riforma degli ammortizzatori sociali, universale e solidale. I dati ci dicono che anche l’attuale crescita economica, che tanti rivendicano, si fonda sul lavoro precario. Prolifera il lavoro a chiamata, il lavoro somministrato, i contratti a termine e solo lo 0,8% di quei contratti è della durata di un anno. Bisogna contrastare la precarietà perché produce timori e insicurezze e impedisce di progettare il futuro delle persone e del Paese. Bisogna porre fine ai contratti a chiamata, ai tirocini extracurriculari, al falso lavoro autonomo. Si può pensare invece a un nuovo contratto unico per l’ingresso al lavoro a forte contenuto formativo. Le risorse oggi disponibili vanno utilizzate per creare lavoro stabile e di qualità.

 

Il Piano Next Generation EU, deciso per elaborare una risposta alla crisi pandemica, è sembrato segnare un cambio di passo rispetto all’orientamento europeo precedente. Ritiene che si tratti di un cambiamento strutturale o di una misura legata a un contesto emergenziale, a cui seguirà un ‘ritorno alla normalità’?

Maurizio Landini: Non vi è dubbio che le risorse europee del Next Generation EU rappresentano un’occasione di fondamentale importanza. C’è un evidente inversione di rotta, in questo ultimo anno, nelle politiche dell’Unione Europa che ha congelato il patto di stabilità e il divieto agli aiuti di Stato mettendo a disposizione le ingenti risorse del PNRR. Ma è necessario un impegno più strutturale e a lungo termine con un Next Generation almeno decennale, con il superamento delle regole di bilancio frutto della stagione di austerity, e con regole fiscali omogenee finalizzate a colpire la polarizzazione delle ricchezze, le disuguaglianze, l’evasione e l’elusione fiscale. È chiaro che tutto ciò comporta confronti, alleanze e conflitti politici nell’ambito dell’Unione Europa per tenere aperta la prospettiva di una modifica dei trattati della stessa Unione.

 

Qual è il punto di vista del sindacato sull’iter di elaborazione del Piano e sui meccanismi di governance previsti?

Maurizio Landini: Abbiamo sempre sostenuto che i temi della governance e della partecipazione non possono essere ridotti ad una mera informativa. Riteniamo sia stato un errore non aver tenuto vivo un confronto con le organizzazioni sindacali, con le realtà del mondo associativo, già nella fase di stesura del Piano. Crediamo che proprio in nome della coesione sociale, si debbano garantire livelli di negoziazione e di confronto preventivo sui progetti di investimento e sulle riforme. Le sfide che abbiamo di fronte e la necessità del cambiamento richiedono un ampliamento delle sedi di discussione pubblica e di rivitalizzazione della stessa democrazia. Questo Paese ha forze diffuse nell’associazionismo, nel volontariato, che coinvolgono centinaia di migliaia di persone a cui va riconosciuto, insieme a chi rappresenta il lavoro, lo status di ‘costruttori’ della nuova fase, della risposta da dare alla crisi. Se non lo si fa ora, strutturando un articolato sistema di esercizio della governance sociale del Piano, le conseguenze si vedranno rapidamente. E non saranno positive. Inoltre, da tempo sottolineiamo l’importanza di un monitoraggio costante di tutte le fasi che caratterizzano l’attuazione del Piano. Non è una procedura semplicemente tecnica o contabile; poniamo l’esigenza di una vera e propria rendicontazione sociale delle scelte compiute. La nostra insistenza ha portato all’approvazione di un protocollo che prevede il coinvolgimento delle parti sociali nella fase attuativa del Piano. E vogliamo essere chiari su questo punto: noi riteniamo che, nonostante la carenza del confronto nella fase di definizione del Piano e che abbiamo più volte evidenziato, ci sia ancora lo spazio per influenzare il processo attuativo. Il protocollo approvato è lo strumento che deve garantire trasparenza, monitoraggio non solo delle fasi di avanzamento della spesa ma dei risultati che ci si aspetta di ottenere dai diversi progetti.

 

Il PNRR, per la quantità delle risorse mobilitate e per l’ampiezza dei temi affrontati, rappresenta senza dubbio una sfida importante per il sistema-Paese. Quali ritiene siano le principali condizioni affinché questo sforzo possa avere successo, in relazione ad esempio alle capacità progettuali e attuative delle amministrazioni pubbliche (sulle quali è prevista una riforma e diversi interventi), ma anche al coinvolgimento e alla mobilitazione di altri soggetti intorno agli obiettivi del Piano?

Maurizio Landini: Non ci sono dubbi che, nell’attuazione del Piano, un ruolo fondamentale spetta alla Pubblica Amministrazione che è stata, negli anni passati, impoverita e mortificata da politiche sbagliate che hanno bloccato la contrattazione e il turn over dei lavoratori. Ridefinire compiti e funzioni della PA è questione impellente. Nel PNRR si guarda prevalentemente agli aspetti di semplificazione procedurale. C’è bisogno invece di intervenire sulla revisione dei processi organizzativi, sull’adeguamento dei servizi ai nuovi bisogni, sul rafforzamento di quelle strutture che consentano una nuova capacità di progettazione. Su questo terreno il Piano è assai deludente. Bisogna dare strumenti e concretezza a un vero processo di riforma della Pubblica Amministrazione. Nei mesi scorsi abbiamo sottoscritto con il governo il Patto per il lavoro pubblico che fa della centralità della contrattazione e della qualità del lavoro pubblico una condizione essenziale per avviare un generale processo di riforma della PA. Anche la Legge di bilancio per il 2022, in discussione nelle aule parlamentari, stanzia le risorse necessarie per affrontare il rinnovo dei contratti del settore pubblico. Sia i contenuti del patto e sia lo stanziamento delle risorse nella legge di bilancio sono il frutto dell’iniziativa unitaria, arrivata lo scorso anno allo sciopero, delle categorie del lavoro pubblico di CGIL, CISL e UIL e consentono oggi di rimotivare un settore decisivo per il futuro del Paese. Inoltre, la realizzazione del PNRR necessita di nuove assunzioni di personale che abbia le competenze necessarie per realizzare gli obiettivi che il PNRR si propone. Si tratta di cogliere questa occasione per aggiornare i fabbisogni e coprire le enormi carenze di organico e di farlo con personale strutturato, qualificato e non precario. E questo non solo nelle strutture amministrative centrali ma anche in quelle territoriali visto che una parte importante dei progetti del PNRR avrà attuazione nei diversi territori.

 

Ad un primo sguardo complessivo, quali ritiene siano i principali elementi positivi e quali le criticità del Piano?

Maurizio Landini: A mio giudizio ‘l’indirizzo europeo’, l’avere cioè deciso insieme gli obiettivi della strategia da perseguire in ogni nazione e fare intorno a questi debito e bilancio comuni, rappresenta una novità per certi versi impensabile prima della pandemia e la lente attraverso la quale valutare il Piano italiano. Sappiamo che Bruxelles ha prodotto numerose raccomandazioni al nostro Paese per tutta la fase di predisposizione e di valutazione del Piano, al fine di renderlo coerente con gli obiettivi strategici generali convenuti. E sappiamo altresì che il monitoraggio sarà stringente e che tempi e modalità della realizzazione degli investimenti sono quindi un contenuto, alla stessa stregua dei progetti delle diverse missioni. Non abbiamo fatto mancare le nostre valutazioni e le nostre critiche sul PNRR, centrate sulla necessita di perseguire fino in fondo una coerenza con quanto stabilito comunemente in sede europea. Sappiamo che, a differenza di Francia e Germania ad esempio, il nostro Piano non collocherà tutti gli investimenti sulla frontiera più avanzata dell’innovazione e che le gravi criticità strutturali rallentano ogni strategia di sviluppo del Paese. Al contempo dobbiamo avere coscienza che questa è l’occasione per uscire dalla «trappola dello sviluppo intermedio», per dirla con l’efficace definizione di Gianfranco Viesti, in cui si trova l’Italia e non possiamo sprecarla. Per questo risulta difficile comprendere la scarsa ricerca della condivisione più larga possibile sulle scelte da compiere che registriamo non solo sul PNRR, ma sulle politiche dei Fondi strutturali europei e persino nel confronto sulle politiche di bilancio, costringendoci alla mobilitazione. Il modus operandi del Governo, e dell’insieme delle istituzioni chiamate a reggere la prova della trasformazione del Paese, è quello di chiudersi in una autoreferenzialità incomprensibile, se non ai fini di tenere un complicato equilibrio tra le forze di maggioranza, che chiude la porta al coinvolgimento del Paese nel suo insieme. In questo, la cultura politica prevalente è molto poco europea. Le risorse a nostra disposizione sono rilevanti, rappresentano una occasione forse irripetibile, ma come si sa non sono ‘scolpite nella pietra’, saranno disponibili interamente nella misura in cui sapremo investirle nelle finalità, nelle modalità e nei tempi indicati. Sta qui la sfida per il nostro Paese. Ridurla ad esercizio di tecnica di bilancio, di missione per tecnici e non concepirla come cimento di una intera comunità per connotare socialmente le soluzioni, sarebbe un errore capitale. Occorrono interventi di sistema, e per realizzarli occorre fare sistema. Senza i lavoratori questo Paese non cambierà e ripeterà i suoi errori ed è per questa ragione che come sindacato rivendichiamo un ruolo nella definizione delle strategie da mettere in campo e nella loro concretizzazione. Senza coinvolgimento, partecipazione, condivisione sociale non si va lontano.

 

L’equità e l’inclusione sono due elementi centrali del Piano. I primi dati a disposizione segnalano che la pandemia ha colpito in modo asimmetrico le categorie che si trovavano già in condizione di fragilità. Fra questi, le donne, i giovani, il precariato, il Sud e le aree interne. Qual è la lettura del sindacato di questi fenomeni? Quale giudizio date degli strumenti messi a disposizione dal Piano per far fronte a queste criticità? Quale ruolo vedete per la rappresentanza sindacale nel contribuire ad affrontare questi fenomeni? 

Maurizio Landini: Il primo problema che ci siamo posti è stato quello di coniugare la risposta all’emergenza con la prospettiva. Abbiamo, quindi, sollecitato l’adozione di provvedimenti che proteggessero le persone, sul piano sanitario come su quello economico e sociale, a partire da quelle più fragili ed esposte. Ma non è stato semplice e abbiamo dovuto scioperare per lavorare in sicurezza fino a sottoscrivere i protocolli e la loro traduzione in norma. Così come ci siamo dovuti scontrare per rivendicare il blocco dei licenziamenti e la cassa per Covid-19, essenziali per reggere l’urto del crollo di produzioni per alcuni mesi. Non si è trattato di provvedimenti su cui la convergenza si è generata naturalmente: sono stati il frutto delle tenaci iniziative dei sindacati dei lavoratori. Accanto a ciò abbiamo indicato la necessità di procedere ad un rapido cambio del paradigma del modello sociale ed economico per rispondere adeguatamente alle sfide della sostenibilità ambientale e della digitalizzazione. Ciò va fatto attraverso un cambiamento della specializzazione produttiva del Paese, nel contesto internazionale, e recuperando una rinnovata centralità della funzione della dimensione pubblica, sia in termini di nuove politiche industriali, sia per affrontare gli shock occupazionali che si determinano. Equità ed inclusione, per stare alla domanda, sono i fondamentali necessari per concretizzare una strategia finalizzata a portare il Paese fuori dalla crisi che la pandemia ha aggravato ma che preesisteva nei suoi elementi strutturali. È su questi che bisogna agire aprendo una nuova stagione di riforme e recuperando una necessaria consapevolezza e centralità intorno ai temi del lavoro. La legislazione vigente è figlia di una concezione da superare, per ridare dignità al lavoro e intervenire seriamente sul deficit complessivo di produttività. La ‘flessibilità come opportunità’ ha da anni svelato il proprio volto, consegnando un’intera generazione alla precarietà, ad un eterno presente che la priva del futuro. Questo per me è il problema a cui tutti dobbiamo rispondere.

 

La digitalizzazione è uno degli assi più importanti del PNRR, essendo non solo al centro della prima Missione, ma anche uno degli assi trasversali dell’intero Piano. La prima Missione si focalizza sulla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione (tramite migrazione al cloud, interoperabilità, miglioramento dei servizi digitali per i cittadini, rafforzamento del perimetro di cybersicurezza del Paese e potenzialmente delle competenze digitali) e su quella del sistema produttivo (tramite incentivi fiscali per favorire la Transizione 4.0 che rinnovano e ampliano quelli previsti in passato per Industria 4.0, sostegno agli investimenti per le connessioni ultraveloci, potenziamento dell’economia dello spazio e promozione dell’internazionalizzazione delle imprese), prevedendo anche misure per turismo e cultura. Rispetto a queste misure qual è la prospettiva e quali sono le proposte del sindacato?

Maurizio Landini: Abbiamo già evidenziato i ritardi del nostro Paese nel decisivo campo dell’innovazione tecnologica. Il PNRR, almeno nominalmente, cerca di recuperare questo ritardo. Non a caso la digitalizzazione viene indicata come la missione che sottende tutte le altre. Riguarda la Pubblica Amministrazione come pure le politiche industriali e di sviluppo. Quello che allora va osservato è che la digitalizzazione non è una missione in sé ma dipende dall’uso e dell’indirizzo che ad essa si intende dare. In primo luogo per consentire un utilizzo coerente degli strumenti digitali è necessario che non vi siano sperequazioni territoriali, a partire dalle infrastrutture materiali cui è condizionata la connettività. Accedere o meno alla rete è oggi una discriminante. Dunque, l’accelerazione infrastrutturale è il passo necessario che il Paese deve compiere, pur scontando ancora i ritardi figli di politiche sbagliate che hanno origine nella privatizzazione di Telecom e che rischiano di farsi via via più gravi alla luce delle novità sui futuri assetti proprietari. In secondo luogo, molte risorse della prima missione del Piano sono destinate alla digitalizzazione della PA e alla costruzione di un cloud nazionale. Questo non può essere un obiettivo in sé ma va orientato al miglioramento della qualità dei servizi ai cittadini e alle imprese avendo cura del tema dei dati e del loro utilizzo a cui bisogna riconoscere lo status di ‘beni comuni’. Chi gestisce i dati, infatti, ha un potere non indifferente ed è bene allora che sia chiaro e definito il ruolo pubblico a garanzia dell’autonomia del Paese e a salvaguardia dei diritti delle persone. In sostanza, crediamo vada aperta una grande discussione pubblica sui fini verso cui vengono indirizzati algoritmi e potenza di calcolo. Essi infatti incidono sull’organizzazione del lavoro, dei servizi, delle città e quindi sulla vita delle persone e delle imprese. Tutto questo va tenuto insieme da una idea complessiva di sviluppo e di politiche industriali che da tempo manca la nostro Paese ed è invece ciò di cui c’è urgente bisogno.

 

La transizione ecologica è un altro fondamentale pilastro del Piano. L’impostazione europea recepisce infatti il lavoro fatto per lo European Green Deal e pone precisi vincoli relativi alla quota minima dei fondi da destinare a questo capitolo, dettando anche alcuni principi generali sugli altri investimenti, come il principio del non arrecare danno ambientale (do not significant harm). La seconda Missione, esplicitamente dedicata a rivoluzione verde e transizione ecologica, prevede molti interventi in 4 Componenti: economia circolare e agricoltura sostenibile, energia rinnovabile e idrogeno, rete e mobilità sostenibile, efficienza energetica e riqualificazione degli edifici, tutela del territorio e della risorsa idrica. Senza entrare necessariamente nel dettaglio, che tipo di impostazione emerge nell’affrontare la transizione energetica? Quale impatto e quali sfide vede per il sistema produttivo e il mondo del lavoro?

Maurizio Landini: È indubbiamente la missione più consistente in termini di risorse e di aspettative per le ricadute sulle prospettive di sviluppo sostenibile del Paese. È una discussione che si è riaperta proprio in occasione del recente G20 e della COP26 di Glasgow con i loro risultati, a dire il vero, in gran parte deludenti. Il tema quindi della sostenibilità e della transazione ecologica è di straordinaria importanza. Proprio per questa ragione non si possono tacere le criticità presenti nel PNRR su una questione da tutti ritenuta decisiva. In realtà per ciò che riguarda il passaggio dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili gli investimenti e gli interventi previsti non ci sembrano adeguati a cogliere, entro il 2030, l’obiettivo europeo della riduzione delle emissioni. Si dichiara di sostenere la filiera dell’idrogeno ma non vi è alcun progetto definito con risorse disponibili per la produzione di idrogeno verde. Inoltre ci sarebbe bisogno di sviluppare delle filiere industriali connesse ai processi delineati nella missione. Questo vale per le fonti rinnovabili, per il trasporto su ferro per il trasporto pubblico locale, per l’economia circolare e il riciclo dei rifiuti. Nel Piano però su questioni di tale importanza per la riconversione e lo sviluppo di una industria sostenibile non c’è alcun accenno. Infine è completamente assente il tema della ‘giusta transizione’. Non vi sono misure né previsioni di spesa orientati alla creazione di nuovi posti di lavoro, strumenti di sostegno al reddito e formazione permanente che sono necessari per tutelare tutti quei lavoratori che saranno interessati dai processi di riconversione. Per questa ragione noi proponiamo l’istituzione di un Fondo speciale per la transizione industriale. Questo proprio al fine di dotare il Paese di uno strumento che abbia al suo interno competenze e risorse necessarie per realizzare la trasformazione dell’industria italiana e metterla nelle condizioni di realizzare le previsioni del Green Deal europeo e, al tempo stesso, tutelare la condizione dei lavoratori affinché la transizione non si scarichi sulle loro spalle.

 

Nella Missione 3, relativa alle infrastrutture, è presente un’opzione forte per gli investimenti sulla rete ferroviaria, con interventi come l’alta velocità Salerno-Reggio Calabria, i collegamenti internazionali del Nord Italia, le connessioni trasversali, il potenziamento delle linee ferroviarie del Sud, dei nodi urbani e delle stazioni ferroviarie. Condivide questa impostazione? Quale ruolo giocano le infrastrutture nella transizione che stiamo attraversando?

Maurizio Landini: L’estensione dell’alta velocità al Sud per passeggeri e merci è un fatto positivo. Ma bisognerebbe recuperare anche altre criticità investendo, per esempio, maggiori risorse sulle reti locali su cui transitano la maggiore parte degli utenti del trasporto su ferro. Gli investimenti e la realizzazione dell’alta velocità portata avanti negli ultimi quindici anni hanno liberato dal traffico nazionale importanti reti ferroviarie che potrebbero diventare metropolitane regionali del tipo S-Bahn tedesca e RER parigina. In secondo luogo ci sembra che il Piano rivolga scarsa attenzione al tema relativo alla mobilità urbana. Eppure questo è uno dei problemi più rilevanti sia per la dimensione della domanda, che per la congestione urbana e l’inquinamento. La ragione di questa situazione è nella inadeguata dotazione di trasporto su ferro. È nel trasporto pubblico locale non inquinante che ci sarebbe bisogno di investire, a partire dalle metropolitane e delle tranvie di superficie. E questo consentirebbe di dare vita anche a nuove e importanti filiere industriali.

 

La missione 4, dedicata a istruzione e ricerca, prevede un insieme articolato di interventi (investimenti e riforme) che interessano sia il sistema dell’istruzione nelle sue diverse parti (dagli asili nido all’università), sia il mondo della ricerca nella sua relazione con il sistema economico, nel percorso che va dalla ricerca pura al trasferimento tecnologico. In che modo questo insieme di misure incide sui problemi del mondo della scuola, dell’università e della ricerca, nonché su alcuni dei ritardi del sistema-Paese?

Maurizio Landini: Istruzione e ricerca sono campi fondamentali per il contrasto alle disuguaglianze sociali e per le prospettive di sviluppo del Paese. Riteniamo molto positivi gli investimenti sui servizi per l’infanzia. Ciò che rileviamo però è che non è sufficiente costruire solo le condizioni infrastrutturali. Non basta infatti costruire solo nuovi asili nido se poi non ci si dota di educatori ed educatrici e non si fa una programmazione adeguata. Così come va recuperato il gap esistente tra i diversi territori a partire dal Mezzogiorno gestendo le modalità di assegnazione prioritaria delle risorse. In secondo luogo c’è il problema decisivo delle università. Qui c’è da recuperare, anche attraverso le risorse contenute nel PNRR, una situazione che negli anni passati ha drasticamente ridotto le risorse al sistema universitario. Non solo sono state ridotte ma sono state prevalentemente concentrate in alcuni poli ritenuti di eccellenza. Si tratta invece di investire per elevare la qualità di tutto il sistema formativo e universitario. Va sottolineato un aspetto importante. Il PNRR elude un punto decisivo. Il nostro Paese si distingue, in Europa, per la bassa percentuale di laureati che ha tra le cause prioritarie l’elevato livello di tassazione universitaria e la scarsa attenzione al diritto allo studio su cui bisogna intervenire. Riteniamo inoltre decisivo che ci sia un investimento e un impegno sulla formazione permanente durante tutto l’arco della vita, come diritto soggettivo delle persone. Il sapere e la conoscenza devono essere fattori essenziali per garantire sviluppo, tutela del lavoro e diritti di cittadinanza.

 

Il tema delle politiche per il lavoro è affrontato nella quinta missione, insieme a quello delle infrastrutture sociali, delle famiglie, delle comunità e del terzo settore, nonché a quello della coesione territoriale. Nello specifico la componente relativa alle politiche per il lavoro prevede interventi sulle politiche attive del lavoro, sui centri per l’impiego, sulla lotta al lavoro sommerso, sugli incentivi alla creazione di imprese femminili, sul potenziamento del sistema duale e del servizio civile universale. Qual è la vostra prospettiva e le vostre idee su questo insieme di iniziative?

Maurizio Landini: Si, nella misura dedicata al lavoro e all’inclusione sono presenti diversi interventi, alcuni positivi e altri che andranno approfonditi e verificati. Sicuramente positiva, ad esempio, è l’intenzione di intervenire sul contrasto al lavoro nero. Nel Piano però sono assenti misure efficaci per il contrasto alla precarietà che è una delle criticità maggiori per il lavoro. Negli anni è cresciuto il numero di rapporti di lavoro precari che hanno reso incerta e insicura l’attività lavorativa e la vita delle persone e prodotto diseguaglianza, frammentazione e divisione sociale. E questo perché per competere si è voluto seguire la logica della compressione dei diritti e delle tutele anziché quella degli investimenti nell’innovazione tecnologica e nella qualità del lavoro. C’è bisogno allora di cancellare dalla legislazione queste forme di lavoro precarie perché servono solo a mettere in competizione le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare. È una riforma profonda ma al tempo stesso necessaria e irrimandabile. Inoltre è giunto il momento di dare validità generale, anche per via legislativa, ai contratti collettivi firmati da soggetti di cui va misurata la capacità di rappresentanza. Sono strumenti fondamentali per riunificare il mondo del lavoro e per combattere efficacemente i ‘contratti pirata’. Il lavoro deve tornare ad essere per tutti questione centrale. Centralità del lavoro, quindi, non solo nell’azione sindacale, ma anche nella cultura politica e, più in generale, nella cultura del Paese.

 

L’ultima Missione è dedicata al tema della salute, la cui centralità è stata messa in evidenza dalla pandemia. Gli investimenti sono focalizzati da un lato su reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale e dall’altro su innovazione e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale. In che modo queste misure incidono sul sistema sanitario e sulle sue priorità?

Maurizio Landini: Nonostante i tagli, la sanità pubblica e tutti i suoi operatori hanno svolto un ruolo fondamentale nel contrastare l’epidemia. Che nel Piano, quindi, si investano risorse nella sanità non può che essere positivo ma non bastano a recuperare la dimensione dei tagli che ci sono stati negli ultimi 15 anni. Noi pensiamo che prioritariamente quelle risorse vadano investite nelle strutture territoriali, partendo dalla prevenzione e dall’assistenza domiciliare integrata. Ciò che si è verificato nelle RSA durante la pandemia dimostra drammaticamente che quelle strutture non possono essere la soluzione alla fragilità delle persone. Insomma, bisogna investire nella rete distrettuale e territoriale, compresa la medicina generale, perché sono servizi vicini ai luoghi dove vivono le persone. Anche in questo caso però non è sufficiente pensare solo alla ‘infrastruttura’ ma bisogna metterla nelle condizioni di poter effettivamente svolgere il servizio. Questo significa assumere personale e fare formazione continua, digitalizzare e mettere in rete il sistema socio sanitario e recuperare i gravi gap territoriali con interventi dedicati di risorse e personale.

 

In relazione al complesso insieme di questioni che abbiamo affrontato, che ruolo vede, in prospettiva, per il sindacato?

Maurizio Landini: Diversi, in questi anni, in particolare nel mondo della politica, hanno operato affinché il sindacato scegliesse di ritagliarsi uno spazio corporativo e aziendalista limitato all’offerta di servizi. Una prospettiva per noi inaccettabile. Consentirebbe al sindacato di sopravvivere ma chiuso in uno spazio angusto. Sarebbe un ruolo residuale e subalterno. La nostra prospettiva è assai diversa. Noi pensiamo ad un soggetto sindacale che, partendo dalla persona, dalla sua dignità nel lavoro e nella più ampia realtà sociale, sia capace di prospettare un progetto di cambiamento della società. Un soggetto, quindi, capace di incidere sull’organizzazione del lavoro, sulla struttura economica e dei poteri, sulle strategie tecnologiche, sugli apparati della conoscenza e della formazione. E su questo costruisce la sua autonomia, rinnova la sua confederalità, cerca di ampliare la sua rappresentanza del mondo del lavoro e, al tempo stesso, si presenta come un soggetto aperto, in grado di confrontarsi con la cultura ambientalista, con la cultura della differenza del movimento femminista. Culture che esprimono una critica di fondo ad una crescita puramente quantitativa e a relazioni che rispondono a criteri alienanti e spesso mercificatori. Questo è il terreno su cui intendiamo costruire la nostra prospettiva.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

Scritto da
Raffaele Danna

Laureato in Filosofia al Collegio Superiore dell’Università di Bologna e PhD in History presso la University of Cambridge, Pembroke College. È attualmente assegnista di ricerca presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Istituto di Economia.

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