Le “Buone Scuole”: vent’anni di riforme incomplete. Le riforme Moratti e Gelmini
- 19 Gennaio 2016

Le “Buone Scuole”: vent’anni di riforme incomplete. Le riforme Moratti e Gelmini

Scritto da Domenico De Marco

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Il modello “duale” della riforma Moratti

La riforma Moratti rinnova strutturalmente il segmento istituzionale scolastico, lo riforma dalle sue radici presentando un modello alternativo a quello già esistente e sicuramente meglio confezionato. Ma ripropone di fatto l’idea di creare un sistema “duale”, perché l’istruzione tecnica, insieme con la formazione professionale, passavano di fatto alle Regioni, mentre il sistema dei licei rimaneva di competenze dello Stato: attraverso il D.Lgs n. 226 emanato nel 2005, che di fatto ridisegnava l’intero sistema della secondaria di secondo grado, infatti, il sistema della formazione professionale diventa di competenza esclusiva delle Regioni e non più dello Stato come sancito dal titolo V della Costituzione.

Il decreto legge della Moratti disegnava un sistema della secondaria superiore imperniato sui licei, prevedendo il liceo artistico, classico, economico, linguistico, musicale coreutico, scientifico, tecnologico e delle scienze umane. Questa proposta, oltre alla difficoltà di essere concretamente realizzata per l’evidente debolezza istituzionale delle Regioni, era in palese contraddizione con i principi costituzionali, e inoltre trovò una forte opposizione della Confindustria che vedeva marginalizzata l’istruzione tecnica e professionale, considerate un volano dello sviluppo economico del paese.

La legge 53/2003 cercava di costruire un unico sistema educativo articolato in licei ed istituti di istruzione e formazione professionale di pari dignità; percorsi ovviamente differenti, per curriculum e metodi, ma convergenti nel fine di assicurare allo studente l’apprendimento continuo e senza limiti. Una norma che rispecchia questi indirizzi è quella relativa all’innalzamento dell’obbligo formativo a 18 anni, norma di carattere strutturale e che risponde all’esigenza ormai conclamata di garantire una istruzione quanto più lunga possibile, promuovendo così una cultura dell’apprendimento. Questa esigenza viene indicata a chiare lettere nell’agenda di Lisbona 2000, dove possiamo trovare tra gli obiettivi quello di dimezzare entro il 2010 il numero dei giovani (tra 18 e 24 anni) che avessero conseguito un livello base di formazione senza proseguire gli studi, trasformare le scuole in centri di formazione collegati in rete, elaborare un quadro di competenze lungo tutto l’arco della vita, promuovere la mobilità degli studenti ed elaborare un modello europeo di curriculum vitae.

La scuola prevista dalla riforma Moratti presentava alcune caratteristiche particolari, con lo scopo di rivedere l’intera struttura del sistema scolastico. Rispetto alla scuola pre-Berlinguer, la struttura fondamentale resta la stessa, ma potremmo asserire che si rilevava nella struttura di riforma del centrodestra un “modello classista”, ritornando quindi al modello gentiliano, nel quale le strutture erano rigidamente organizzate tra di loro. Entrando nel dettaglio possiamo scorgere una struttura organizzativa che vede la scuola materna durare tre anni e a cui possono prendere parte i bambini che compiono tre anni entro il 30 di aprile dell’anno scolastico a cui si iscrivono. La scuola elementare dura cinque anni. Alla scuola elementare ci si iscrive al compimento dei sei anni di età entro il 31 agosto dell’anno scolastico. Per la didattica, la riforma presentava delle novità di grande rilevanza. Per quanto concerne le materie di studio, si introduceva l’insegnamento di una lingua straniera dell’Unione Europea fin dal primo anno e, inoltre, sempre dalla prima elementare, diventava obbligatorio l’uso del computer. La scuola media restava di tre anni e si introduceva la seconda lingua straniera per tutte le classi. I primi due anni costituivano un biennio, al termine del quale veniva inserita la valutazione seguita dall’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione (INValSI). Mentre al termine del terzo anno era previsto l’Esame di Stato, da cui l’alunno aveva una indicazione per poter scegliere la scuola superiore successiva.

L’istruzione superiore era divisa in due tipologie: il sistema dei licei e il sistema dell’istruzione professionale. Tra i due sistemi restava sempre possibile un passaggio con il metodo delle “passerelle”, cioè un insieme di lezioni aggiuntive a cura delle due scuole, quella di partenza e quella di arrivo, che forniva allo studente la preparazione necessaria al cambio di scuola.

La durata dei licei era di cinque anni: i primi due anni costituivano il primo biennio, il terzo e il quarto anno il secondo biennio. Seguiva un quinto anno al termine del quale era previsto l’Esame di Stato, necessario per accedere all’Università.

Il sistema dell’istruzione professionale prevedeva un percorso diverso in base alle scelte del singolo alunno, e la durata del percorso non era stabilita fin dall’inizio, ma graduata nel corso degli anni. Si stabiliva inoltre un sistema di alternanza scuola-lavoro, con la caratteristica di prevedere, dopo i quindici anni, delle esperienze per l’alunno da svolgere nel mondo del lavoro, programmati dalla scuola e valutati come un percorso didattico.

Al termine dei primi tre anni di istruzione professionale l’alunno avrebbe conseguito un diploma di qualifica. Se l’alunno non avesse avuto intenzione di proseguire gli studi universitari avrebbe potuto frequentare un quarto anno, conseguendo così la relativa qualifica quadriennale. Qualora, invece, volesse accedere all’Università, avrebbe potuto frequentare un quinto anno e sostenere l’Esame di Stato con lo stesso valore di quello del sistema dei licei.

Un’altra importante novità della riforma voluta dal ministro Moratti riguardava la struttura dell’intero ciclo elementare diviso in una prima classe seguita poi da due bienni, entrambi valutati nella loro complessità. Questa valutazione biennale era seguita dall’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione (INValSI), che rappresentava una novità non di poco conto. Ancora oggi in vigore (non solo nella scuola primaria ma anche nella secondaria di primo e secondo grado) è stata da sempre poco condivisa dai docenti e non solo per ragioni ideologiche. l’INValSI rappresenta un sistema di valutazione che si colloca all’interno di un quadro di riferimento europeo, che vede la valutazione nelle sue differenti declinazioni (dagli alunni agli insegnanti passando per l’istituzione scolastica) come uno degli strumenti necessari per il miglioramento del sistema scolastico. Test di valutazione simili a quelli introdotti in Italia vengono effettuati anche nella maggior parte degli altri paesi europei, dove tuttavia esiste una cultura della valutazione storicamente e scientificamente determinata, supportata in larga parte da investimenti significativi.

Nel nostro paese, invece, i test fotografano una situazione e un quadro di disinvestimento pluriennale sulla scuola e sull’istruzione e soprattutto un quadro manchevole di una pratica valutativa significativa dal punto di vista culturale e scientifico, ancor meno economico. Si ha l’impressione che in Italia si pratichi così un’operazione di maquillage in chiave europeista.

Non meno importante è il fatto che queste prove non siano adeguate ai diversi livelli che si incontrano nelle varie parti del paese: troviamo l’eccellenza assoluta di Bolzano per poi incontrare risultati non proprio brillanti in molte aree del sud. Si pensa davvero che dei test omologati da Trento a Caltanissetta, da Potenza a Sondrio possano dar vita ad una scuola migliore? Don Milani a tal proposito avrebbe detto: “Non c’è ingiustizia peggiore che fare parti uguali tra disuguali”. Il rischio, sottolineato dalla classe docente che osteggia tale valutazione, è proprio quello di creare, attraverso questi test INValSI, maggiori diseguaglianze tra studenti e istituti. Bisognerebbe quindi provvedere a riformare i contenuti, rendendoli pluralisti e aperti, e soprattutto bisognerebbe ristrutturare il sistema scolastico nell’ottica delle metodologie da adottare, riuscendo a garantire a tutti gli stessi strumenti della conoscenza attraverso l’eliminazione delle disuguaglianze da territorio a territorio.

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Domenico De Marco

Nato nel 1979 a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Da oltre dieci anni vive a Roma dove lavora nella scuola come insegnante di lettere. E’ attivo in numerosi progetti di integrazione e scolarizzazione di ragazzi stranieri nelle periferie romane.

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