“Dopo le classi dirigenti. La metamorfosi delle oligarchie nell’età globale” di Giulio Azzolini
- 22 Giugno 2017

“Dopo le classi dirigenti. La metamorfosi delle oligarchie nell’età globale” di Giulio Azzolini

Scritto da Giacomo Bottos

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La teoria delle élite

La storia di questi concetti inizia da un lato con Max Weber e la sua idea di professionismo politico e dall’altro con i fondatori dell’elitismo, Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, e con la loro intuizione che, al di là delle diverse forme di governo, sia sempre una minoranza a detenere il potere. La teoria delle élite si sviluppa poi nella tradizione italiana – dove la scoperta del fatto oligarchico viene accolta e diversamente declinata da autori di orientamento molto diverso, dai citati Mosca e Pareto a Gobetti e Dorso, a Gramsci, a Carlo Rosselli e a Luigi Einaudi – ma anche in quella americana, con autori come Charles Wright Mills e Robert Dahl. Al fondo, resta l’idea fondamentale, semplice quanto potente, che una minoranza organizzata riesca pressoché sempre ad avere ragione di una maggioranza che non lo sia.

Il primo grande mutamento di cui la teoria delle élite, nella sua evoluzione storica, deve dare conto è l’avvento della democrazia di massa, ancora solo incipiente all’epoca della riflessione dei primi elitisti e nei confronti della quale i conservatori Mosca e Pareto nutrono una forte diffidenza, diffidenza che verrà declinata da Robert Michels con riferimento al partito politico applicando ad esso la “legge ferrea dell’oligarchia”. È a questo genere di positivismo, che si propone di ritrovare nella realtà sociale “leggi” immutabili a prescindere dal mutare delle condizioni storiche e delle concrete dinamiche sociali, che si rivolge la critica di Gramsci che, pur riconoscendo il “fatto oligarchico” esprime l’esigenza di un’analisi più determinata e storicamente corposa delle modalità differenti con cui, via via, dalle masse emergono gruppi dirigenti di diversa composizione, estensione, ideologia e modus operandi. L’introduzione del concetto di egemonia permette infatti un approfondimento sostanziale della teoria, mettendo al centro l’analisi delle modalità con cui una classe può essere non solo dominante, ma anche dirigente, producendo le condizioni del consenso nei confronti dell’esercizio del proprio stesso potere. Un altro apporto importante alla teorizzazione delle élite proviene da Guido Dorso, che insiste sull’importanza e suo ruolo delle élite non strettamente politiche (economiche, professionali, scientifiche ecc.) mettendo in evidenza un tema che avrebbe assunto col tempo un’importanza sempre maggiore.

Vanno poi ricordati altri due dibattiti concettualmente rilevanti per la teoria delle élite. Uno di essi riguarda la natura monistica o pluralistica delle élite e può essere paradigmaticamente esemplificato dalle due opposte posizioni di Wright Mills e di Dahl: mentre il primo riteneva che i diversi settori delle élite (economico, politico, militare, dell’informazione ecc.) avessero finito per convergere in un unico establishment ideologicamente e socialmente detentore di un potere de facto pressoché illimitato, il secondo vedeva nelle democrazie moderne (e segnatamente negli Stati Uniti) degli esempi di poliarchie in cui élite animate da interessi diversi competevano e si scontravano tra loro. Il secondo dibattito, in parte legato a questo, concerneva la compatibilità tra prospettiva elitista e teoria della democrazia, compatibilità affermata, ad esempio, nella prospettiva schumpeteriana. Un’ultima questione riguarda invece il carattere nazionale che la funzione di guida della società aveva assunto nel Novecento e come la messa in questione di questo carattere rimetta in gioco il ruolo delle classi dirigenti.

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Giacomo Bottos

Direttore di Pandora Rivista. Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Collabora con diverse riviste cartacee e online.

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