“Dopo le classi dirigenti. La metamorfosi delle oligarchie nell’età globale” di Giulio Azzolini
- 22 Giugno 2017

“Dopo le classi dirigenti. La metamorfosi delle oligarchie nell’età globale” di Giulio Azzolini

Scritto da Giacomo Bottos

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Le élite tra potere della globalizzazione e globalizzazione dei poteri

Nel secondo e nel terzo capitolo del libro, infatti, entra in gioco il secondo grande cambiamento epocale che muta l’asse della problematica che la riflessione sulle élite deve affrontare: la globalizzazione dell’ultimo quarantennio. Il potere della globalizzazione e la globalizzazione dei poteri sono le due facce di questa medaglia. La questione della globalizzazione e del passaggio alla postmodernità viene affrontata dall’autore anche dal punto di vista della crisi della ragione cartografica e del passaggio dal paradigma della mappa a quello della sfera, con un richiamo alle analisi di Franco Farinelli e altri. La crisi della raffigurazione del mondo propria della modernità inaugurata da proiezione, prospettiva e spazio cartesiano si riflette anche nel modo di pensare lo spazio della politica e il rapporto tra territorio e potere. Continuità, isocronismo e omogeneità, caratteristiche dello spazio moderno, vengono destituite nel nuovo modello, sferico, reticolare e deterritorializzato proprio della globalizzazione post-moderna.

In questa congiuntura storica, che non rappresenta un destino metafisico ma che corrisponde a profonde trasformazioni dell’economia capitalistica (fine di Bretton Woods, liberalizzazione dei movimenti di capitale, crescente apertura dei mercati ecc.) e della situazione geopolitica, emergono nuovi tipi di élite, che concepiscono se stesse in maniera differente rispetto alle precedenti classi dirigenti. Se nel contesto dei “trenta gloriosi” le élite politiche e quelle economiche potevano pensare di contemperare i propri interessi in una sintesi virtuosa che potesse essere presentata come tale da arrecare benefici anche alla società nel suo complesso, configurandosi dunque genuinamente come classi dirigenti, con la crisi di questo modello le élite economiche tendono innanzitutto a considerarsi come gruppi di pressione o di interesse, non direttamente vincolati alla definizione di un’idea di bene comune o di interesse collettivo, né esplicitamente impegnati sulla scena pubblica, ma piuttosto dedite a “influenzare” il governo e, più in generale, la classe politica, sulla base dei propri particolari interessi. L’autore adopera le categorie gramsciane per affermare che questi gruppi non ambiscono ad essere dirigenti per limitarsi ad essere dominanti. In questo contesto si verificano fenomeni potenzialmente critici, su cui ha attirato l’attenzione Michael Walzer, come la sempre maggiore convertibilità del potere economico nel potere politico, che porta a una tendenziale corruzione di quest’ultimo. Se dunque il potere economico non si pone il problema della propria legittimazione limitandosi a “premere” sul potere legittimo, al tempo stesso contribuisce ad una progressiva perdita di legittimità anche da parte di quest’ultimo.

Questo cambiamento è ovviamente legato ad un mutamento della struttura tanto delle imprese quanto della politica. Le aziende, nel money manager capitalism, modificano la propria agenda di priorità mettendo al primo posto la massimizzazione di valore per gli azionisti e riconfigurano la propria struttura organizzativa attraverso scomposizioni della propria catena produttiva ed esternalizzazioni che le trasformano in una mera “rete di contratti”, dando vita a quella “impresa irresponsabile” di cui ha parlato Luciano Gallino. La politica, al tempo stesso, nel fronteggiare la crisi delle proprie forme organizzative e nel misurarsi con processi che travalicano la scala nazionale vede aumentare le proprie necessità di finanziamento ed è dunque portata a rivolgersi sempre di più al settore privato, incrementando la propria dipendenza da quest’ultimo.

La crescita dimensionale delle grandi imprese e il loro assumere in maniera crescente una scala globale porta alla nascita di una “classe dominante globale”, una superclass – per usare la definizione di David Rothkopf – unificata da omologie funzionali, culturali ed esperienziali: il ricoprire gli stessi ruoli, il condividere una cultura comune e il ritrovarsi con frequenza nei medesimi luoghi di incontro. Di questa classe globale fanno parte certamente i proprietari delle grandi imprese, i loro manager e i gestori dei fondi finanziari, oltre che taluni esponenti politici e del mondo dell’informazione.

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Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di Pandora Rivista. Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Collabora con diverse riviste cartacee e online.

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