Le due facce della medaglia neoliberale

Questo articolo è il primo di un dibattito promosso da Pandora che verterà sulle categorie di liberalismo, liberismo e neoliberismo. Usciranno molti altri contributi sul tema. Continuate a seguirci per seguire l’evoluzione della discussione.


La distinzione fra liberalismo e liberismo è un’eccezione tutta italiana. In particolare, il termine liberismo venne coniato da Benedetto Croce più di un secolo fa; con le sue parole:

Io mi adoperai a slegare il legame indebitamente annodato tra “liberalismo” che è vita morale e etico-politica, e “liberismo” che è un tipo tra gli altri tipi possibili di ordinamento economico.

Una distinzione che era a cara a Croce per mettere l’ideologia liberale al riparo dai fallimenti legati alla sua estensione economica: certo, il ciclo di crescita e crisi dei mercati, ma anche la miseria e lo sfruttamento, senza contare il trauma derivato dalla fine della Belle Epoque: l’illusione di un mondo senza guerre grazie all’interdipendenza commerciale, brutalmente spazzata via dalla Grande Guerra. La parola liberismo è, dunque, una creazione politica.

Tornando però all’analisi crociana, quanto è davvero indebito questo legame fra parte politica e parte economica del liberalismo? Croce in merito ebbe un dibattito con Luigi Einaudi, il quale sosteneva invece lo slogan di Ludwig von Mises sull’inseparabilità di libertà politica e libertà economica: quindi non c’è liberalismo senza liberismo. Questa discussione fra i due pensatori si svolse in un lungo periodo, dal 1928, in pieno fascismo, fino al 1949, nei primi anni della neonata Repubblica Italiana, nel pieno del Piano Marshall. Coerentemente con le sue idee, Einaudi rifiutò i consigli degli americani di utilizzare i fondi forniti per far ripartire l’economia italiana, limitando l’intervento pubblico alle sole opere di ricostruzione e lasciando il compito di creare nuove capacità industriali ai capitali privati, ancora in situazione miserevole, ottenendo in compenso il rafforzamento valutario della lira. La politica economica del governo italiano sarebbe cambiata radicalmente nei decenni successivi, prima grazie all’influenza del Partito Repubblicano di La Malfa, principale artefice dell’importazione del keynesismo in Italia, poi grazie all’ingresso dei Socialisti di Nenni nel governo, dal quale per reazione uscì il Partito Liberale, ancora legato al liberalismo economico (o liberismo).

Può essere utile rivedere a vol d’uccello l’evoluzione del pensiero economico liberale, negli ultimi cento anni. Pensare che il dibattito economico, all’interno come all’esterno del pensiero liberale, sia ancora fermo ai crinali liberoscambismo – protezionismo e interventismo – laissez faire è banalizzante. Le cose sono più complesse di così. Fra liberalismo classico e Keynes, che negli anni ‘30 fu il primo a definirsi new liberal la differenza salta all’occhio. E non serve uno studio approfondito dell’economia per sapere che quelli che vengono chiamati “neoliberisti” non sono discepoli di Keynes. E, benché Keynes abbia contraddistinto alcuni governi socio-liberali e socialdemocratici, l’appartenenza del suo pensiero al filone liberale è un dato di fatto. E se Keynes si definiva neoliberale, a Von Hayek, illustre membro della Scuola Austriaca, piaceva invece definirsi un liberale classico. Nonostante questo, ad essere definite neoliberiste sono le dottrine economiche in aperta polemica con Keynes: la Scuola di Friburgo (luogo di nascita dell’ordoliberalismo tedesco, o “ordoliberismo” per chi vuole) e della Scuola di Chicago, patria del monetarismo di Milton Friedman e di una pluralità di altri pensieri neoliberali. Ma il neoliberalismo americano non è solo Chicago e teoria economica. L’anarco-capitalismo di Nozick, contrapposto anch’esso ad un altro pensiero liberale, quello di John Rawls, è l’emblema del radicalismo della critica neoliberale. L’opera principale di Nozick, Anarchia, Stato e Utopia, pur non occupandosi di dottrine economiche, ricorrendo alla filosofia politica e morale, sostiene la giustezza del processo economico anche quando questo genera disuguaglianza e miseria. Da un lato, Friedman ispirò la politica economica di Reagan, mentre Nozick sarebbe divenuto uno dei maggiori ispiratori del Tea Party americano, il quale è a sua volta un ottimo esempio del punto al quale si è spinto il pensiero neoliberale fino ad oggi.

Così come Croce aveva delle ragioni politiche per distinguere, anche nominalmente, il liberalismo politico dal liberalismo economico, anche noi abbiamo ragioni per rinunciare a questa distinzione. Neoliberalismo e neoliberismo partono dalle stesse premesse e arrivano alle stesse conclusioni. Il sostegno al potere economico, considerato liberatore e contrapposto ad un potere politico considerato oppressore, il timore nei confronti dello Stato, la ricerca di una soluzione più efficiente rispetto a quella che verrebbe data dal confronto, dallo scontro e dal compromesso democratico, la lontananza siderale dal lavoratore, conducono a quell’atteggiamento luddistico nei confronti dello stato e delle innovazioni ad esso legate che è l’ideologia dello stato minimo, alla ricerca di una maggiore disoccupazione come mezzo per combattere l’inflazione, cosicché il cittadino diviene un semplice peso sulla bilancia fra disoccupazione e inflazione, ad una crescente diffidenza, che diviene ostilità, nei confronti della partecipazione popolare alla vita politica del Paese e verso le organizzazioni sindacali, le quali, difendendo o lottando per l’innalzamento dei salari, riducono la libertà economica (e quindi la libertà politica) delle imprese, mentre la difesa del posto di lavoro e dei diritti del lavoratore riducono lo spazio di manovra nell’azione di contrasto dell’inflazione, per la quale non si cerca la collaborazione con i sindacati, che pure hanno un ovvio interesse nel proteggere il potere d’acquisto dei loro associati, bensì lo scontro. Queste premesse e queste conclusioni sono scelte politiche, latrici più o meno consapevoli di una visione del mondo per come dovrebbe essere, visione inerente a tutte le forze neoliberali, e che vanno ben oltre il mero studio di un processo economico per come è.

Il fatto che questo portato ideologico sia presente nelle idee neoliberali non significa ovviamente che la loro diffusione ed applicazione richieda un’accettazione massimalistica, nel bene o nel male. Caso storico è quello dei Chicago Boys, il gruppo di giovani ragazzi, prevalentemente cileni, che studiarono economia sotto Friedman e Harberger e, tornati in Cile, collaborarono col regime di Pinochet nel definire la sua agenda economica. Meno conosciuto ma ancora più clamoroso il vecchio Hayek, che nel nome del liberalismo sostenne con convinzione il regime di Salazar in Portogallo e quello di Pinochet, da lui definito come un periodo di transizione dal totalitarismo di Allende (!) ad un governo liberale. Per dirla con Hayek, una dittatura liberale è da preferire ad un governo democraticamente eletto non liberale. Si accresce così la distanza fra i nuovi liberali e i vecchi liberaldemocratici che a cavallo fra Ottocento e Novecento sostennero il suffragio universale. Lo spirito del neoliberalismo accetta la democrazia solo nella misura in cui essa si accomoda ad essere contenitore e vettore della libertà economica, e, grazie ad un gioco retorico, democrazia e totalitarismo possono essere definiti in maniera alternativa ed opposta a quella adottata dagli storici, in modo che a parole il liberalismo continui a porsi sempre come il massimo difensore delle libertà, anche politiche, di ogni persona. Nel neoliberalismo non rimane niente di liberale. L’affrancamento e l’emancipazione degli individui e dei popoli, una bandiera dei liberali, erano già confinati alla retorica dalla realtà imperialistica ottocentesca, basata sullo sfruttamento dei lavoratori all’interno e dei popoli nativi nelle colonie. Un secolo dopo, il neoliberalismo ha rielaborato quell’eredità in maniera distorta e ancora più restrittiva: la libertà economica posta come unica e autentica lotta di emancipazione. La contesa della bandiera della libertà era cessata: quella bandiera era passata alle forze socialiste, per il momento.

Il sostegno alle dittature latino-americane e iberiche è solo un caso della diffusione e applicazione del neoliberalismo. Altrove i risvolti storici sono stati molto meno tragici e drammatici. Per citare un esempio domestico, l’ordoliberalismo si è legato ed ha investito in una visione tecnocratica della governance sovranazionale europea che viene molto prima di ogni vincolo del 3% o di ogni normativa anti-sindacale o di ogni privatizzazione. Anche qui, pur senza la drammaticità di una dittatura, c’è stata una scelta di campo radicale e in senso di diffidenza per il processo democratico e per i suoi responsi. Pensare di criticare l’aspetto economico del neoliberalismo, salvando quello politico, è miope e in ultima analisi inutile. Anzi: il neoliberalismo come ideologia politica scettica nei confronti della democrazia ha più ragione di essere criticato di quella che è in fin dei conti una dottrina economica e basta. La stessa analisi rischia di essere incompleta o fuorviante se viene limitata al solo fenomeno economico, che di per sé non può essere compreso senza seguire lo sviluppo storico e politico del liberalismo, o meglio del suo travisamento da parte delle forze che se ne sono chiamate indebitamente eredi. Tale scelta può passare anche per il lessico, lasciando perdere un termine che non risponde più alle esigenze politiche passate.


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Classe 1992, nato a L'Aquila, vive a Roma. Laureato in International Relations, dipartimento di Scienze Politiche LUISS, con 110 e lode.

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