“Le mappe della disuguaglianza” di Lelo, Monni e Tomassi
- 18 Febbraio 2020

“Le mappe della disuguaglianza” di Lelo, Monni e Tomassi

Recensione a: Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi, Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana, postfazione di Walter Tocci, Roma, Donzelli Editore, pp. XVIII-206, 22 euro (scheda libro)

Scritto da Enrico Cerrini

6 minuti di lettura

Roma si dispiega in un territorio vasto e complesso, nel quale, percorrendo poche centinaia di metri, si possono riscontrare insanabili contraddizioni. Gli autori del libro Le mappe della disuguaglianza forniscono le chiavi di lettura necessarie a comprendere e approfondire le contraddizioni e le specificità che presentano i 15 municipi e le 155 zone urbanistiche che compongono la capitale. In realtà, l’idea di Keti Lelo, ricercatrice all’Università di Roma Tre, Salvatore Monni, professore associato di economia dello sviluppo alla stessa università, e Federico Tomassi, funzionario dell’Agenzia per la coesione territoriale, è più ampia.

Il libro edito da Donzelli è infatti parte del più vasto progetto #Mapparoma, nato nel 2016, le informazioni in merito al quale sono disponibili sulla pagina web www.mapparoma.info. Gli autori recuperano open data relativi alla città di Roma per renderli pienamente fruibili al pubblico, evidenziando le differenze che emergono tra le zone urbanistiche. I dataset sono raccolti da fonti pubbliche fra cui i censimenti Istat, l’anagrafe comunale, i risultati elettorali e le indagini commissionate dalla provincia.

Il libro si articola in 26 capitoli che corrispondono a ciascuna #mapparoma apparsa sulla pagina web. Ogni capitolo include due o quattro mappe dettagliate a livello di quartiere (solo in due casi i dati sono disponibili solo a livello municipale).[1] Un QR-code, posto a fianco del titolo di ogni capitolo, permette al lettore di collegarsi al blog e scaricare su smartphone i dati e le mappe in formato aperto. Quando disponibili, gli autori presentano il confronto tra i dati dei quartieri e dei comuni che compongono le città metropolitane di Roma, Milano, Torino e Napoli.[2]

 

Le mappe della disuguaglianza

Le mappe illustrano il patrimonio sociale della capitale, talmente variegato che gli autori parlano di almeno due città, il centro benestante e la periferia disagiata. In realtà, Roma raccoglie molteplici città al suo interno, come si evince indagando la realtà della capitale, che si espande lungo una superficie enorme per il contesto italiano[3], risultando scarsamente popolata nel suo complesso, presentando nuclei abitativi isolati.

Il censimento Istat 2011 permette agli autori di indagare il capitale umano dei quartieri romani. La #mapparoma1 mostra la tendenza all’aumento della proporzione dei laureati in relazione alla vicinanza al centro. Nel quartiere di Parioli il 42% degli abitanti risulta laureato, mentre solo il 5% a Tor Cervara, distretto della periferia Nord-Est interna al Grande raccordo anulare. La media statistica che ne scaturisce è complessivamente del 23%, ampiamente sotto il dato di numerose metropoli europee, come Madrid (47%) e Berlino (37%).

L’indagine di Provinciaattiva del 2010 consente di illustrare nelle #mapparoma9 e #16 come il centro sia maggiormente fornito di servizi culturali, ovvero cinema, teatri e biblioteche, oltre che di luoghi di incontro come piazze e negozi di quartiere, nonché di ambulatori, ospedali, presidi di sicurezza e impianti sportivi. I dati comunali in merito al trasporto pubblico locale, illustrati nella #mapparoma10, evidenziano il migliore grado di accessibilità alle linee del trasporto pubblico locale di cui beneficiano gli abitanti del centro.

L’alto tasso di disoccupazione riscontrabile in periferia, rappresentato nella #mapparoma3, appare come una sanzione della condanna alla marginalità di queste aree, certificazione finale delle disuguaglianze richiamate nel titolo, difficilmente sanabili da una classe politica che ha smarrito una visione d’insieme della città. In realtà, altre mappe mostrano come l’allargamento del divario tra centro e periferia accresca il potenziale di quest’ultima. La stessa #mapparoma3 illustra infatti come il tasso di occupazione aumenti man mano che ci allontaniamo dal centro.

La periferia detiene un’elevata proporzione sia di occupati che di disoccupati perché abitata dalla maggioranza della popolazione attiva. Il centro è abitato prevalentemente da nuclei familiari di una persona, in prevalenza over 65, mentre le famiglie numerose vivono fuori dal Grande raccordo anulare, area caratterizzata dalla forte presenza di under 30, come illustrato nella #mapparoma2. Inoltre, se nel centro gli uomini laureati prevalgono sulle donne, il dato si inverte in periferia.

I dati sulle potenzialità della periferia si spiegano con l’espulsione della popolazione dal centro. In pochi anni (2001-2018), gli abitanti si sono ridotti dell’11% nel centro e del 9% nella periferia storica. Al contrario, i residenti sono aumentati del 39% nell’area esterna al Grande raccordo anulare. Una città di 200.000 abitanti si è trasferita in periferia in meno di venti anni, sfruttando gli spazi ampi e i costi accessibili. Difatti, i valori immobiliari del centro sono rimasti stabili durante la crisi, mentre sono crollati nel resto della città, come testimoniato dalla #mapparoma8. Il capitale umano presente in periferia appare quindi più debole ma più dinamico.

Gli autori riscontrano inoltre il dualismo tra centro e periferia tramite le preferenze elettorali. Il libro contiene dunque sei mappe dei risultati elettorali a partire dalle comunali del 2013. Le mappe mostrano una forte tendenza degli abitanti delle periferie a votare il partito che fornisce loro le maggiori garanzie di cambiare lo status quo e dunque, che ritengono prometta di risollevarli dal disagio in cui sentono di versare. Gli elettori delle aree vicine e esterne al Grande raccordo anulare hanno preferito Ignazio Marino nel 2013, hanno contribuito all’elezione di Virginia Raggi nel 2016, hanno garantito fiducia al M5S alle politiche del 2018, infine hanno sostenuto la Lega di Matteo Salvini alle elezioni europee del 2019. Al contrario, il centro mostra preferenze elettorali opposte. I flussi si dimostrano dunque volatili.

 

La postfazione di Walter Tocci

L’ex vicesindaco e assessore alla mobilità del Comune di Roma, Walter Tocci, è autore di una lunga postfazione nella quale propone una riflessione su quanto osservato dagli autori. Tocci suddivide la geografia della capitale in quattro diverse aree urbane, composte da cerchi concentrici e individuate in relazione alla struttura stradale: i vicoli, le maglie, le consolari e il Grande raccordo anulare.

I vicoli rappresentano un centro storico nel quale vi è una forte presenza del turismo di massa che si concentra intorno a poche attrazioni. Si creano congestioni, mentre vi è la tendenza da parte dei residenti ad abbandonare la zona per lasciare posto a turisti e visitatori. Questo determina una tendenza all’aumento del costo degli affitti e dei valori immobiliari. La struttura a maglie, caratteristica dell’area contenuta tra le mura aureliane e l’anello ferroviario, rappresenta la zona più vivibile della capitale. In particolare, l’area appare giovane e vivace malgrado l’alto numero di residenti anziani, sintomo della capacità di mediazione tra le esigenze dei due gruppi.

Se funziona la mediazione interna, soffre quella sociale, tra chi vive nelle maglie e chi nelle periferie. Chi vive all’interno dell’anello ferroviario conosce solo vagamente la realtà delle aree più esterne. Tocci sottolinea come il problema fosse un tempo attenuato dall’attivismo del Pci, visto che tutti i militanti erano portati a collaborare e gli intellettuali mantenevano una connessione sentimentale con le borgate perché considerate laboratori di innovazione.

La terza area, racchiusa all’interno della prima circonvallazione, include la periferia storica e prende il nome delle strade consolari che si diramano dal centro. Le consolari segnano il passaggio dalla regolarità urbana a una struttura a grappoli, per cui gli agglomerati appaiono distanti e poco omogenei. Nel 1925, Benito Mussolini, intenzionato a espellere dal cuore della capitale la parte più povera della popolazione, annunciò la costruzione di tali insediamenti ad una distanza di almeno 5-10 km dal centro. Il Pci utilizzò quelle che vennero definite borgate come piattaforme di lotta sociale, volta a conquistare servizi e diritti. Il conflitto ebbe successo grazie all’educazione politica dei sottoproletari urbani e alla loro alleanza con i gruppi sociali affini.

La quarta area, attraversata dal Grande raccordo anulare, si estende fino al confine comunale. In questo settore, la disomogeneità tra agglomerati si intensifica tanto da complicare i servizi pubblici, che faticano ad essere efficienti. La conformazione urbana è stata delineata in fasi successive, da un primo momento di abusivismo all’iniziativa pubblica che ha compiuto una gigantesca operazione di redistribuzione di ricchezza tramite l’edilizia sociale. Infine, i recenti piani policentrici avrebbero dovuto costruire piazze e luoghi di socialità, ma si sono limitati a produrre grandi centri commerciali slegati dal territorio.

L’area del Grande raccordo anulare appare segnata da un malessere che nessun partito politico sembra in grado di sanare. In assenza di visione politica, tale malessere è temporaneamente cavalcato dalla destra. Secondo l’ex assessore, la sinistra dovrebbe cogliere le potenzialità di un’area socialmente dinamica perché abitata da giovani lavoratori, rafforzata da un importante patrimonio scolastico e vivacizzata da esperimenti culturali, come la libreria di Tor Bella Monaca che insegna alle madri come leggere le favole ai figli.

Come afferma Walter Tocci, è positivo che si manifesti l’intenzione di tornare a interessarsi dei problemi delle periferie, ma difficilmente si potranno ottenere risultati senza una chiara visione politica che consenta di formulare un’idea e una pratica per l’area attorno al Grande raccordo anulare. Sottolinea così come il principale problema della sinistra non sia la mancanza di presenza fisica, ma l’incapacità di conoscere cosa dire o fare in quella stessa area.

Studiare Le mappe della disuguaglianza potrebbe essere il primo passo per ricostruire quelle idee complesse che possono suscitare un concreto interesse negli abitanti della periferia romana. Il percorso vorrebbe stimolare un’opera di elaborazione politica che, avviata dai partiti, sia in grado di raggiungere la popolazione, anche tramite continui incontri con quelle associazioni che contribuiscono alla vivacità culturale dell’area. Solo così potrebbe verificarsi un continuo scambio di idee con le quali i partiti possano trasmettere pragmatismo e cultura politica, mentre la periferia possa esprimere soluzioni concrete basate sulle difficoltà della vita quotidiana. Uno scambio dal quale possa emergere un programma comune condiviso. Altrimenti, se ci si limiterà solamente a declamare la necessità di “ritornare in periferia”, si lascerà spazio alle soluzioni semplicistiche e inconsistenti offerte da altri attori politici.


[1] Si consiglia di visualizzare la mappa delle zone urbanistiche presente sul blog, in modo da chiarire la loro collocazione all’interno delle mappe contenute nel libro.

[2] Quest’ultime mappe comprendono quindi sia i quartieri (155 Roma, 88 Milano, 30 Napoli, e 94 Torino) che i comuni dell’hinterland (120 Roma, 88 Milano, 91 Napoli e 87 Torino).

[3] Si veda la presentazione del Comune di Roma Capitale

Scritto da
Enrico Cerrini

Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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