Le origini statunitensi della crisi. Seconda parte: Lehman Brothers e le cause profonde della crisi
- 06 Novembre 2015

Le origini statunitensi della crisi. Seconda parte: Lehman Brothers e le cause profonde della crisi

Scritto da Giacomo Cucignatto

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Il ruolo della deregulation finanziaria

In prospettiva storica, si può notare che il settore finanziario statunitense è stato sottoposto a un regime normativo piuttosto stretto grazie al cd Glass-Steagall Act (1933), il quale stabiliva una rigida separazione tra banche commerciali e banche d’affari e poneva limiti sulle modalità dei prestiti e sulla misura dei tassi d’interesse bancario. Per quanto concerne la separazione istituzionale delle attività bancarie tradizionali da quelle d’investimento, essa era riconducibile al tentativo di evitare qualsiasi conflitto d’interesse all’interno dei gruppi bancari: si riteneva che “a fronte di passività sostanzialmente a vista, costituite dai depositi della clientela, una banca che non avesse avuto limitazioni in merito alla destinazione delle proprie attività, potesse essere incentivata a massimizzare il proprio profilo di rischio, investendo in attività meno liquide con potenziale pregiudizio per i depositanti4. Sembra abbastanza semplice comprendere quali fossero nel 1933 le motivazioni che spinsero il Presidente Roosevelt e la sua maggioranza verso un orientamento di questo tipo, dopo il disastro economico provocato dalla Grande Depressione.

Il sistema è stato tuttavia sottoposto a un intenso processo di deregolamentazione a partire dai primi anni Ottanta sotto la spinta delle teorie monetariste di Milton Friedman e Friedrich von Hayek: si introdusse la possibilità di fusione tra due istituti bancari simili e una maggiore autonomia circa i tassi d’interesse (Depository Institutions Deregulation and Monetary Control Act, 1980); quest’ultima si è poi rapidamente trasformata nell’introduzione dei mutui a tasso d’interesse variabile (Garn–St. Germain Depository Institutions Act, 1982). In tempi più recenti, infine, il Gramm–Leach–Bliley Act (1999) ha reso possibili le fusioni tra banche commerciali e banche d’affari, garantendo alle banche la possibilità di offrire ai propri correntisti anche servizi finanziari e assicurativi avanzati; tale provvedimento, per di più, ha esentato il mercato dei derivati da qualsiasi tipo di regolamentazione.

Al di là degli aspetti tecnici, questo processo trasformativo ha provocato una rottura a livello culturale che purtroppo non trova lo spazio che merita nelle analisi sulla crisi: se dopo la Grande Depressione e le politiche keynesiane del New Deal il sistema bancario era stato sottoposto a un regime di controllo che tentava di indirizzare l’attività finanziaria verso obiettivi di sviluppo economico e sociale, la deregulation ha contribuito a trasformare il mondo della finanza in uno strumento di darwinismo sociale a disposizione delle élite.

Un ruolo particolare in questo contesto è stato giocato dall’affievolirsi della distinzione tra banca commerciale e banca d’investimento, come fa giustamente notare Stiglitz: “the culture of investment banks was conveyed to commercial banks and everyone got involved in the high-risk gambling mentality. That mentality was core to the problem that we’re facing now”5.

In conclusione, sebbene il dibattito negli Stati Uniti sia ancora piuttosto acceso 6, le responsabilità del processo di deregolamentazione sembrano perciò piuttosto evidenti. L’intento conclamato della riforma Obama è proprio quello di contrastare i meccanismi perversi attualmente esistenti, come si può desumere dall’incipit del testo legislativo: “To promote the financial stability of the United States by improving accountability and transparency in the financial system, to end “too big to fail”, to protect the American taxpayer by ending bailouts, to protect consumers from abusive financial services practices, and for other purposes”7.

Gli obiettivi della riforma sono ambiziosi, ma ritengo improbabile che possano essere raggiunti. La libera circolazione del capitale; i conflitti d’interessi tra agenzie di rating e gli istituti di emissione; la regolamentazione del mercato dei derivati; la valutazione del rischio sistemico; le quote di prodotti finanziari rischiosi detenuti dagli istituti bancari; sono solo alcuni dei problemi che devono essere affrontati, in un contesto nel quale troppi operatori si muovono con preoccupante efficacia a difesa dei privilegi e dei profitti che il sistema gli garantisce.

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1# I. Visco, La crisi finanziaria e le previsioni degli economisti, Lezione inaugurale dell’Anno Accademico 2008-2009 del Master di II livello in Economia Pubblica, Facoltà di Economia, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, 2009, p. 4.

2# R. J. Caballero, The other imbalance and the financial crises, working paper 15636, NBER working paper series, National Bureau of Economic Research, Cambridge, 2010, pp. 2-12.

3# The origins of the financial crisis, Crash course, The Economist, 7 settembre 2013, p.2.

4# Enciclopedia Treccani, Dizionario di Economia e Finanza 2012: “Banca commerciale”

5# http://progressive.stanford.edu/cgi-bin/article.php?article_id=341&archive=1

6# Si veda a tal proposito le posizioni critiche nei confronti del Gramm–Leach–Bliley Act di Krugman: http://krugman.blogs.nytimes.com/2008/03/29/the-gramm-connection/?_php=true&_type=blogs&_r=0 contrapposte a quelle di De Long e i monetaristi: http://marginalrevolution.com/marginalrevolution/2008/09/did-the-gramm-l.html

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Scritto da
Giacomo Cucignatto

Giacomo Cucignatto, classe 1988. Laurea triennale in relazioni internazionali all'Università Cesare Alfieri di Firenze e specialistica in sviluppo economico e cooperazione internazionale all'Università di Bologna. Giornalista freelance, collabora con alcune riviste cartacee e online. I suoi principali interessi comprendono le crisi finanziarie internazionali, la storia economica europea e le RI nell'area mediorientale.

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