Le parole su Colonia. Telecronaca di un dibattito. Prima parte

Le parole su Colonia: telecronaca di un dibattito

Where. When. What. Why. Who. Cos’è successo a Colonia?

I fatti risalgono a capodanno, e ancora non si è fatta chiarezza, né si sono attenuati i toni del dibattito. Quel che si sa, tra contraddizioni e smentite, è che a Colonia, la notte tra il 31 dicembre e il I gennaio, decine di donne sono state derubate, aggredite e molestate da uomini di origine «nordafricana e mediorientale», che secondo le testimonianze agivano in gruppi da cinque a trenta persone, approfittando della folla in festa nella piazza del Duomo, davanti alla stazione. Nei giorni successivi sono pervenute denunce di fatti analoghi ad Amburgo, Francoforte, Stoccarda, Düsseldorf. Nelle notizie i numeri sono saliti dal centinaio a 516 denunce; la percentuale di quelle di aggressione sessuale varia dalla metà ai due terzi. Almeno uno o due gli stupri accertati, ed è confermato l’utilizzo diretto di petardi in un’aggressione. I fermati ad oggi sono 31, nove di origine algerina, otto del Marocco, cinque dell’Iran e quattro della Siria, due cittadini tedeschi, un iracheno, un serbo e un cittadino degli Stati Uniti; 18 sono richiedenti asilo. Alcuni hanno già ammesso i crimini.

Tutto il resto deriva da congetture e speculazioni, all’origine di complottismi e metacomplottismi di sorta. Alla domanda sul perché a Colonia la polizia non sia riuscita a intervenire efficacemente (il capo della polizia Wolfgang Albers si è dimesso l’8 gennaio), c’è chi ricorda i massicci stanziamenti di forze dell’ordine al confine con l’Austria, ma resta il dubbio sul motivo del rifiuto di rinforzi. Se le indagini fin da subito hanno escluso che si sia trattato di un’azione coordinata tra le diverse città, per Colonia il ministro della giustizia Heiko Maas (SPD) ha parlato di attacchi organizzati. Senza che l’affermazione abbia mai trovato conferma da parte della polizia federale, il ritrovamento di alcuni bigliettini con il frasario minimo dello stupratore, arabo-tedesco tedesco-arabo, secondo alcuni (pochissimi, per la verità) avvalorerebbe questa ipotesi. Se anche la cosa venisse confermata, bisognerebbe chiedersi, organizzati da chi e con quale scopo. Una prova di forza dell’«islam radicale»? Un complotto ai danni della cancelliera Merkel e della sua politica di apertura delle frontiere, prontamente rivista? Una buona occasione per poterla rivedere?

Altre domande riguardano il ritardo, tanto della stampa quanto della polizia, nel riportare l’accaduto, inizialmente sminuito o passato sotto silenzio. Non manca chi, procedendo per acrobazie speculative, si chiede se anche dietro questo fatto non ci sia una strategia: queste cose sarebbero in realtà all’ordine del giorno (soprattutto dove regna il «degrado», come nell’area della stazione di Colonia), ma solo questa volta sarebbe stato deciso di levare la censura – che poi a dirlo sia Gabriele Adinolfi, uno dei fondatori di «Terza Posizione», è solo un motivo in più per lasciar perdere. Va detto che, se si voleva arginare il rischio della caccia all’immigrato, non solo si è mancato l’obiettivo (lo dimostrano la manifestazione del gruppo neonazista Pegida a Lipsia, le aggressioni a Colonia contro pachistani e siriani e i vari strepiti in difesa delle «nostre donne»), ma si è peggiorata la situazione e le congetture – soprattutto nella stampa italiana – hanno raggiunto il parossismo: «La Repubblica» è uscita con un titolo in prima pagina su eventi non confermati, subito segnalato da Mattia Salvia su «Vice», e un video girato a piazza Tahrir nel 2012 è passato in un telegiornale nazionale come inerente ai fatti.

È anche circolata l’ipotesi che le aggressioni sessuali di Colonia siano state un diversivo rispetto al reale intento del borseggio: se anche così fosse, resta il fatto che la violenza si è perpetrata da parte di uomini ai danni di donne, e pensare altrimenti non riduce la disponibilità che è stata attribuita ai loro corpi in quel frangente.

Questa è dunque la prima cosa certa: gli attacchi si sono verificati contro donne, da parte di uomini ritrovatisi in una singolare «sintonia di intenti» nei loro confronti. Inoltre, tra gli assalitori c’erano migranti. Il fatto che si sia generato questo polverone mediatico intorno a notizie così scarse e confuse la dice lunga su quanto – ed è la seconda cosa certa – la relazione tra ‘questione migratoria’ e ‘questione femminile’, tra presenza di migranti in Europa e funzione sociale attribuita alle donne, per molti costituisca un problema.

Sotto accusa. Una rassegna

Come segnala il titolo dell’intervento di Ida Dominijanni, «L’indice di Colonia», le accuse piovono da ogni parte, ed è curioso che nel mirino ci sia quasi sempre una donna. A cominciare dalle vittime delle aggressioni: infatti, si può forse considerare un’accusa indiretta o implicita quella di chi, per rimetterle al loro posto, si è preso la libertà di esercitare su di loro il dominio nella più classica delle forme: la violenza.

C’è poi l’accusa di chi pronuncia discorsi – immancabili in ogni vicenda di questo tipo – che mettono in dubbio la veridicità o la gravità dell’episodio, cosa che si è verificata già nel ritardo con cui sono stati resi noti i fatti. Arresi all’evidenza, si prova allora a insinuare il sospetto della provocazione: vuoi che non ci sia stato qualche ammiccamento, qualche segno di intesa, sia pure poi travalicato e frainteso? Se però ciò che viene frainteso come segnale di disponibilità è il semplice mostrarsi indipendenti dalla compagnia di un uomo, la presunzione si fa più difficile.

E invece a colpevolizzare le vittime, sembra, ci è riuscita proprio una donna, il sindaco di Colonia Henriette Reker (tra l’altro accoltellata nella recente campagna elettorale da un estremista anti-immigrati), stilando un codice di comportamento per le donne, che prevede le inedite misure di sicurezza di muoversi in compagnia e di tenersi a distanza di un braccio dagli sconosciuti: l’hashtag #einearmelaenge è virale e, per contrappasso, ha messo sotto accusa anche lei, che probabilmente stava solo dicendo «parole di buon senso».

Una variante di questo ritornello dal presupposto che, per il suo bene, una donna non debba girare ‘da sola’, e anzi vada tutelata, è fornita dai paladini dei valori dell’Occidente: «difendiamo le nostre donne» è il grido di chi, da Pegida a Bruno Vespa, volendo proteggere, resta coerente con la condotta di protettore, alla quale si sono attenuti tutti coloro che, quando il john di turno era bianco ed europeo – o, si è dato anche il caso, era il Presidente del Consiglio –, a fornire corpi femminili non si facevano remore.

Ma non si può lasciare alla destra xenofoba e sessista il compito di dare una risposta politica a questa vicenda, ed è così che si levano i cori ‘da sinistra’, dove sarebbe in atto un vero e proprio «armageddon». L’indecisione nella presunta alternativa tra «chiudere le frontiere e chiudere gli occhi» si fa amletica: dove sono le femministe quando servono? Così si corre il rischio di perdere presa sulla difesa tanto dei diritti, quanto delle conquiste di libertà femminili – come se queste fossero state raggiunte in un momento della storia, passato il quale il compito delle femministe si riduce a verificare di tanto in tanto che le donne abbiano ancora il diritto di voto.

A dire il vero, il dito contro il «silenzio delle femministe», almeno nella stampa italiana, viene puntato per lo più da donne, e per lo più da destra, in un modo che, quanto il precedente, riesce ad essere sia patriarcalista, sia razzista. Sono però innegabili le aspettative dell’area socialdemocratica, che vorrebbe le donne in prima linea nella difesa dello stato di diritto, prodotto di quella ‘civiltà’ in cui la legge promette tanto l’asilo a chi se lo merita, quanto alle donne che i loro stupratori non resteranno impuniti. Il presupposto è che le aggressioni di Colonia rappresentino un’aggressione all’umanità tutta, che le vittime non siano state aggredite in quanto donne, bensì in quanto soggetti di uno spazio politico fondato su trasparenti garanzie formali, oggi messe brutalmente alla prova; ma che al tempo stesso tocchi a loro, in quanto donne, salvarne le sorti.

A questo proposito bisogna dire – oltre al fatto che in piazza le femministe sono scese eccome – che qualche presa di parola femminile che andasse nella direzione della «tenuta democratica», con tutte le contraddizioni del caso, c’è stata: alcuni esempi sono Federica Mogherini, Anna Paola Concia, Laura Boldrini e Cécile Kyenge, quest’ultima con un’articolata risposta a Lucia Annunziata (le ‘contraddizioni del caso’ consistono nella reticenza ad ammettere, per le prime due, che una differenza di potere tra maschi e femmine esiste anche in Europa; e, per le ultime due, che non è la stessa cosa nascere femmina in Germania o in Iraq).

Peraltro, la maggior parte delle femministe è riuscita a segnalare il pericolo nascosto dietro al comprensibile timore di rendersi complici delle retoriche razziste senza colpevolizzare le proprie compagne, bensì esortandole a organizzare una politica femminista al di là delle «sordide strumentalizzazioni». Non tutte hanno saputo fare altrettanto (due esempi a loro modo sono Annalisa De Simone e Lorella Zanardo), e non tutte hanno accolto l’esortazione: così, se c’è chi ha corso il rischio, per decostruire i vari deliri sullo scontro di civiltà, di abbassarsi allo stesso livello, c’è anche chi non si è fatta sfuggire l’occasione per rilanciarli. È il caso di Lucia Annunziata.

L’ultimo atto di accusa di questa rassegna è appunto il suo, rivolto contro tutte coloro che avrebbero dovuto sentirsi chiamate a prendere posizione, sulla base quasi scontata del ruolo istituzionale che ricoprono e dell’anatomia che rivestono. Ma si sa, viviamo in un’epoca in cui bisogna avere un’opinione su tutto: l’invito a esprimersi in questo caso va accolto, anche se si risponde soltanto a uno (fosse anche a nessuno) dei due requisiti indicati.

«Contro il razzismo»: l’accoglienza

Probabilmente, più che alla novità dell’accaduto, il motivo del rapido inasprirsi del dibattito sui fatti di Colonia è dovuto al grande disorientamento di cui in Europa il pensiero – per tacere del pensiero ‘di sinistra’ – è preda, da qualche decennio a questa parte (la stessa rivista che ospita il presente intervento nasce dall’esigenza di articolare questo disagio e di partire alla ricerca del bandolo della matassa). Questo, almeno a sinistra, è in parte spiegabile con il fatto che i processi nei quali la sinistra si è imbarcata hanno prodotto contraddizioni che essa non è in grado di governare.

Per quanto riguarda la vicenda in analisi, il disorientamento così evidente in particolare nel dibattito italiano può forse essere spiegato con la rigidità a distogliere lo sguardo dal filtro concettuale dell’accoglienza. Attenzione: individuare nella difficoltà a pensare al di fuori dallo schema dell’accoglienza la radice di un problema non significa ritenere che il problema sia l’accoglienza come fatto. Si vuole suggerire, piuttosto, che almeno parte del problema stia nella retorica sulla base della quale, finora, si è giustificata la ‘scelta’ di accogliere (così come le modalità, i tempi, gli spazi, i soggetti e gli oggetti dell’operazione).

In questo momento siamo come il pesciolino hegeliano dentro la boccia di vetro, convinto che tutto lo spazio intorno a sé sia fatto di acqua: basterebbe spostare il punto di vista per scoprire che la boccia di vetro non è che un punto nello spazio. Ma siamo talmente abituati a pensare che l’Europa sia il centro di quello che accade sul pianeta che anche per la vicenda di Colonia è difficile trovare qualcuno che non abbia tirato in ballo l’accoglienza, in un senso o nell’altro, dal papa a Lucia Annunziata, da Dacia Maraini a Massimo Cacciari. Come se tutto dipendesse dall’alternativa tra apertura e chiusura delle frontiere, dall’ampiezza dell’imbuto o dal criterio di selezione all’ingresso.

D’altronde siamo un Paese di forte tradizione cattolica, ed è certo un merito di quella cultura se migliaia di persone sono state nutrite e vestite: in parte, forse, è anche merito della sua persistente produttività politico-sociale se finora ha retto l’argine contro il neofascismo e se certe idee non hanno ancora trovato un radicamento sociale di massa. Ma che l’unica alternativa ai vari Matteo Salvini, Gianluca Iannone e al loro combinato disposto sia una visione moralizzata della politica non serve a evitare che questo prima o poi accada, e anzi pone gravi problemi.

Specularmente al ragionamento per cui ogni migrante è una minaccia, il meccanismo dell’accoglienza finora ha funzionato sulla base del presupposto per cui chi arriva è una vittima innocente dei cattivi della Terra, che vanno da chi gli sparava in Africa a chi gli incendia la casa in Europa: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Ma il meccanismo perde produttività politica e si inceppa non appena si scopre che qualcuno di questi beau sauvage del XXI secolo non era né bello né buono. Sembra di poter dire, pertanto, che l’equazione migrante=cattivo è la stessa per cui migrante=buono, solo invertita di segno: è la stessa operazione di chi, da un unico punto di vista, esprime un giudizio morale e si arroga il diritto (e pensa di avere la forza) di decidere di volta in volta chi è buono e chi no. Il che pertiene, per diverse ragioni storiche, anche al portato teorico-politico che il cristianesimo ha non solo in ambito cattolico, ma anche in ambiti pienamente laici e secolarizzati.

Se cominciassimo a pensare ai migranti, invece che come vittime, come attori di scelte, forse scopriremmo che il mondo non è fatto di buoni e di cattivi, ma di persone che agiscono all’interno di condizioni storiche almeno in parte modificabili, sulle quali si può intervenire politicamente: insomma, che si muovono dentro rapporti di forza sovvertibili. A quel punto scopriremmo anche che, mentre ci sono modi e modi per provare a gestire (o non gestire, come lamenta Cacciari) i processi migratori in atto – una ‘gestione’ il cui risultato dipenderà tanto dalle istituzioni quanto dai soggetti, tanto dai governi quanto dai migranti –, l’opzione della chiusura delle frontiere e l’ultima parola sull’ampiezza dell’imbuto o sul criterio di selezione non sono a nostra disposizione.


Continua: Seconda parte


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Classe 1986, dottoranda in Scienze umane e sociali a Torino, vive a Berlino dove svolge una ricerca sul romanticismo politico tedesco. Ha studiato storia contemporanea e storia del pensiero politico a Bologna e a Parigi e ha collaborato con il CeSPeC di Cuneo.

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