“Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina” di Alessandro Aresu
- 04 Aprile 2020

“Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina” di Alessandro Aresu

Recensione a: Alessandro Aresu, Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina, La Nave di Teseo, Milano 2020, pp. 509, 22 euro (scheda libro)

Scritto da Lorenzo Mesini

7 minuti di lettura

Dopo circa cinque anni dalla sua nascita nel 2015 la casa editrice Nave di Teseo ospita all’interno di una delle sue collane più ambiziose (krisis) l’ultimo libro di Alessandro Aresu, consigliere scientifico di «Limes» impegnato da anni come consulente presso le istituzioni italiane. Lungo un’appassionante ricognizione delle forme attuali del capitalismo americano e cinese Aresu si cimenta con la sfida lanciata dai due promotori e fondatori della collana, nonché suoi mentori personali: Massimo Cacciari e Natalino Irti. Dal momento che la collana è nata con l’intento di promuovere una comprensione del presente che sia all’altezza tanto della sua storia quanto della tradizione filosofica occidentale, il volume di Aresu non poteva trovare collocazione più adeguata per via dei temi affrontati e per le coordinate teoriche di fondo che orientano la sua analisi. All’interno dell’attuale panorama intellettuale il libro rappresenta un felice esempio di come la ricca eredità intellettuale che l’autore ha avuto l’opportunità di raccogliere in ambito accademico (si tratta dell’eredità di tre figure dello spessore di Guido Rossi, Natalino Irti e Massimo Cacciari) possa svilupparsi in modo creativo al di fuori del contesto di provenienza, attraverso un’ormai decennale esperienza come analista e consigliere al servizio delle istituzioni. Intrecciando letture e passioni personali, interessi ed esperienza professionale Aresu ha rielaborato all’interno di un unico libro molti dei suoi scritti che negli ultimi anni aveva pubblicato singolarmente. Ne risulta un ricco affresco che ci consente di riflettere in maniera originale sulla morfologia del nostro tempo, sulla sua storia e sulle sfide per il futuro.

Come recita il titolo, al centro del libro vi è la categoria di «capitalismo politico» che rappresenta la chiave di lettura principale proposta dall’autore per accedere al presente. Le principali potenze del «capitalismo politico» sono oggi rappresentate in maniera emblematica dagli Stati Uniti e dalla Cina, attorno alla cui competizione si è ridefinita negli ultimi anni la posta in gioco della politica mondiale. Su questa competizione molto si è scritto e molto ancora si scriverà. Aresu si è impegnato ad illustrare come tale competizione sia comprensibile con maggiore chiarezza se la si legge alla luce della categoria di «capitalismo politico». Di taglio nettamente anti-economicista e anti-politologico, con una forte impronta giuridico-filosofica, la categoria coniata da Aresu pone l’accento sulla compenetrazione di economia e politica in un ‘tutto organico’ che si verifica a più livelli e secondo diverse modalità nelle economie più avanzate: come simbiosi di Stato e partito comunista in Cina; come presenza di numerosi apparati burocratici deputati alla sicurezza nazionale negli Stati Uniti, con la loro panoplia di poteri di emergenza; come utilizzo a scopi politici della tecnologia e delle grandi imprese tecnologiche nella competizione internazionale; come capacità di definire industrie e settori ‘strategici’ da sostenere e di aziende ‘nemiche’ da avversare per la loro collocazione geopolitica; come capacità delle grandi potenze di guardare alle proprie economie secondo l’ottica della sicurezza nazionale (concetto che, come illustra efficacemente Aresu, prevede un utilizzo operativo che si modifica di volta in volta in funzione delle priorità politiche perseguite dai singoli attori). L’intreccio di economia e politica, mercati e ordinamenti giuridici è costante nelle potenze del capitalismo politico e per Aresu costituisce il tratto caratteristico della competizione tra i principali attori oggi presenti sulla scena internazionale.

Aresu descrive la fisionomia del potere americano e cinese attraverso un percorso molto ricco, che per ovvie ragioni non ci è possibile ricostruire in questa sede. Le sue analisi seguono tuttavia tre direttrici di fondo su cui è opportuno richiamare l’attenzione, dal momento che attraverso di esse è possibile non solo cogliere con maggiore chiarezza la portata del concetto al centro del libro ma anche la sua specifica matrice giuridico-filosofica. La ricerca condotta dall’autore segue infatti tre filoni: la storia dello Stato moderno e dei suoi apparati burocratici, che segnano un confine mobile e interdipendente tra politica ed economia; gli ordinamenti giuridici con cui i mercati interagiscono; la storia dello spazio in cui in passato è nato il capitalismo (l’Europa). Senza comprendere l’intreccio tra Stato e burocrazia risulterebbe impossibile comprendere come Stati Uniti e Cina fanno un utilizzo politico del commercio, della finanza e della tecnologia su scala internazionale. Gli apparati burocratici forniscono profondità strategica e storica alle identità politiche dei rispettivi stati. Senza mettere a fuoco la relazione tra ordinamenti giuridici e mercati non si comprenderebbero, invece, gli strumenti a disposizione degli stati nella competizione geopolitica e con essi la tensione tra le tendenze universali dell’economia e quelle territoriali della politica. Infine, la storia d’Europa, dove è nato e si è sviluppato il capitalismo, costituisce il terreno di verifica delle principali competizioni politiche per l’egemonia.

I punti cardinali della categoria di «capitalismo politico» sono forniti da Adam Smith e Max Weber. Il padre dell’economia politica e il padre della sociologia moderna vengono letti da Aresu alla luce della lezione giuridica e filosofica dei suoi maestri. Weber ha messo a fuoco per primo, con tragico realismo, che la compenetrazione di burocrazia e capitalismo, di tecnica e politica costituisce il destino dell’Occidente (su questo versante la lezione di Cacciari è fondamentale per Aresu). Smith, invece, nella sua analisi della società commerciale non ha dimenticato il primato della sicurezza sulla ricchezza, della politica sull’economia all’interno del loro rapporto di interdipendenza. Sulla scia della rinascita delle interpretazioni di Smith che si è verificata in Cina negli ultimi decenni, Aresu ha dedicato un intero capitolo per sottolineare come l’intreccio di politica e diritto, che era già stato messo a fuoco nella Ricchezza delle nazioni (1776), sia fondamentale per intendere la fisionomia dell’attuale socialismo con caratteristiche cinesi. Si segnala, inoltre, un originale capitolo dedicato a un confronto tra Adam Smith e Carl Schmitt, in cui si sottolinea l’importanza degli apparati statali anche per comprendere la storia le potenze marittime come l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Potenze che l’autore del Nomos della terra non avrebbe compreso sino in fondo all’interno della sua prospettiva, definita da Aresu «romanticismo geopolitico» (parafrasando il titolo di un libro scritto da Schmitt nel 1919, Romanticismo politico). Il confronto tra i principali esponenti della tradizione filosofica occidentale costituisce senza alcun dubbio uno dei tratti caratteristici del libro e uno dei suoi elementi di pregio, forse il migliore.

Se attraverso storie e percorsi differenti Stati Uniti e Cina si sono affermati come i principali attori che oggi sono capaci di declinare in chiave politica la potenza dei propri apparati produttivi, delle proprie reti commerciali, dell’innovazione tecnologica e dei propri ordinamenti giuridici, dal canto suo l’Europa non si è dimostrata in grado di partecipare alla competizione internazionale secondo la logica del capitalismo politico descritta nel libro. Utilizzando il lessico di Max Weber, l’Unione Europea non rientra infatti nel ristretto gruppo dei soggetti che oggi prendono attivamente parte alla Weltpolitik, incapace com’è di costituirsi come autentico soggetto politico. Probabilmente non lo sarà nemmeno in futuro, sostiene Aresu, dal momento che, al netto delle attuali limitazioni materiali, nessuno stato europeo (tantomeno l’UE) è disposto ad assumersi gli oneri e i rischi derivanti dalla Weltpolitik. Il libro mostra in maniera impietosa tutte le principali carenze (politiche, culturali, economiche, tecnologiche e demografiche) che precludono oggettivamente all’Unione Europea (e ai suoi membri) la possibilità di mettere in campo una specifica via europea al capitalismo politico che sia capace di confrontarsi con successo con quella cinese e quella americana.

Occorre tuttavia specificare che il libro è scritto a partire da un punto di vista genuinamente europeo, nonostante il suo focus globale su Cina e Stati Uniti. L’autore si è formato in Europa, dove vive, lavora e ha gran parte dei suoi punti di riferimento intellettuali. Questo non gli preclude di metterne a nudo le debolezze e le deficienze che rappresentano una pesante ipoteca sul futuro europeo. Una delle principali tesi sull’Europa presenti nel libro Aresu l’ha maturata anche sulla scia della lettura di Adam Tooze che nel 2018 ha scritto quello che sino ad ora continua a rappresentare il resoconto più intelligente sulla crisi finanziaria del 2008 (Lo schianto 2008-2018. Come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo). Nella competizione internazionale che ha seguito la crisi del 2008 l’Europa è risultata come la principale sconfitta in termini di risultati economici, finanziari e tecnologici. Se l’Europa si accingeva ad entrare nel ventunesimo secolo con l’ambizione di promuovere lo sviluppo di una ‘economia sociale di mercato altamente competitiva’ su scala continentale (come recita il Trattato di Lisbona), Aresu sottolinea opportunamente il fatto che dalla crisi non sia emersa alcuna specifica variante di capitalismo europeo in grado di competere con quella americana e cinese. Con buona pace degli apologeti tedeschi delle magiche virtù dell’economia sociale di mercato (si veda al riguardo il discorso tenuto da Angela Merkel nel gennaio 2016 per l’anniversario della nascita di Walter Eucken, padre dell’ordoliberalismo) l’Europa ha intrapreso invece un percorso segnato da crescenti divisioni interne, impotenza e declino, di cui la Germania è la principale responsabile (anche se non ovviamente l’unica). Gli unici strumenti geopolitici a disposizione dell’Europa (l’euro e il mercato unico) fino ad ora non sono stati sostenuti da alcuna volontà politica unitaria in grado di sfruttarne appieno il potenziale e di assicurare così la presenza di un autentico soggetto politico europeo sulla scena mondiale.

Per Aresu l’attuale e apparentemente inevitabile declino dell’Europa non è da attribuirsi al famigerato ‘neoliberismo’ e/o al tramonto della socialdemocrazia dopo i cosiddetti ‘Trenta gloriosi’. Il libro rifugge dagli ingannevoli schematismi e dalle generalizzazioni di carattere economicista che troppo spesso negli ultimi anni hanno occupato la scena editoriale e intellettuale. Nel libro la socialdemocrazia viene opportunamente storicizzata e ricondotta alla morfologia specifica di una determinata fase della storia dell’Occidente, mettendo così in guardia i lettori dai rischi di un ‘romanticismo economico’ in salsa socialdemocratica, tutto rivolto verso il passato. Il neoliberismo, come emerge efficacemente dalla lettura del volume, si dimostra invece una categoria troppo ampia e astratta per dare conto dei conflitti politici che hanno dettato il ritmo della storia politica ed economica dell’ultimo quarto di Novecento e dei primi decenni del nostro secolo. Aresu ha preferito invece attenersi con rigore alla logica politica della volontà di potenza e dei conflitti per l’egemonia tra diverse visioni del mondo che hanno trovato il terreno della propria verifica in contesti storici determinati. Su questo punto Aresu si dimostra immune alla diverse forme di economicismo presenti nel dibattito contemporaneo e dimostra di aver fatto propria la lezione storica e filosofica di Max Weber e, in misura minore, quella di Hegel e Severino (meno presenti di Weber nel libro ma indispensabili per mettere adeguatamente a fuoco il rapporto tecnica-politica-storia).

I lettori non troveranno in questo libro alcun conforto ideologico con cui consolarsi lungo il percorso di declino da cui l’Europa non sembra in grado di allontanarsi, almeno nel breve periodo. Il libro indica piuttosto quella soglia critica che oggi ci stiamo di nuovo accingendo ad attraversare. Per usare le parole di Massimo Cacciari, padre della collana in cui esce il volume, «crisi non è ancora catastrofe. È una situazione di soglia: un Ordine, che aveva retto, per quanto problematicamente, il nostro vivere associato, tramonta irresistibilmente, ma il sorgere di un nuovo Ordine sembra manifestarsi soltanto per vaghe tracce o presagi». In questo senso il libro di Aresu invita tutti a confrontarsi in modo serio con la nostra storia e la nostra politica.

Scritto da
Lorenzo Mesini

Bolognese, classe ‘92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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