Le riviste come strumento politico: il caso de “La Rivoluzione liberale”

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Questo contributo rappresenta la conclusione di un ciclo di articoli dedicato all’analisi del pensiero di Piero Gobetti. Le precedenti uscite vertevano su formazione delle élite e crisi della rappresentanza liberale e sui consigli di fabbrica a Torino nell’analisi gobettiana.


La domanda, la questione intima e radicale che sembra agitare tutta la produzione gobettiana è proprio una questione di rappresentanza: quale struttura, prima ancora di chi, può fungere da raccordo, da cinghia di trasmissione tra le masse popolari e l’esercizio del potere?

Nel caso dei consigli di fabbrica torinesi Gobetti lo dice chiaramente: “fu Gramsci a mettere all’ordine del giorno in modo permanente il tema dei consigli nella rivista che animava, l’Ordine nuovo”. È evidente che il virtuoso esperimento dei consigli, seppur sia stato “uno dei più nobili sforzi che si siano tentati per rinnovare la nostra vita politica”, non può reggere.

È evidente d’altro canto che la stessa biografia gobettiana – una vita stroncata, quella dell’insulso oppositore del fascismo che fu segnalato al prefetto di Torino da Mussolini in persona già nel ’24 – non ci aiuta: se abbondano le premesse teoriche, la chiarezza d’analisi delle condizioni materiali e delle situazioni particolari (“politica si fa nelle condizioni date” era massima d’un altro della generazione ordinovista, Palmiro Togliatti), d’altro canto la risoluzione pratica non ebbe, evidentemente, il tempo di maturare.

La formazione spirituale interrotta bruscamente dal fascismo, l’accelerazione febbrile dei tempi di lavoro e di azione non furono elementi vacui ed ex post ascrivibili ora al mito retorico di questi protomartiri della resistenza: furono condizioni oggettive (e ben lo racconta Ada Prospero in Gobetti in alcuni scorci del suo Diario partigiano): rastrellamenti, perquisizioni, stati di fermo, percosse, esilio.

Ma è proprio in seno allo Zeitgeist di quella generazione che forse possiamo azzardare una risposta alla crisi della rappresentanza così a fondo analizzata da Gobetti e dai suoi collaboratori. Quando Santino Caramella scrive per la prima volta a Piero Gobetti, il 17 dicembre del 1918, ha soli sedici anni: “Sicché francamente, studentescamente, mi presento: Santino Caramella, anni 16, II liceale classica; connotati inutili… e ti porgo – allungandola un poco – la mano per una stretta cordiale. […] E il tuo giornale è stato per me – non una rivelazione di me a me stesso, come si dice e stradice – ma un reale appoggio alla mia speranza che noi giovani potremo un giorno vantare: l’opera nostra ha rinnovato il pensiero italiano”.

Non si tratta soltanto di uno slancio giovanilistico; è evidente che c’è qualcosa di più. C’è la consapevolezza, ancora allo stadio d’entusiasmo che la cinghia di trasmissione, o perlomeno un elemento di raccordo tra teoria e prassi, un vettore cruciale per l’elaborazione politica e, infine, in assenza di una rappresentanza effettiva e adeguata ai cambiamenti della società, anche uno strumento di lotta politica possa essere rappresentato dal ruolo delle riviste di approfondimento politico e intellettuale.

La sfiducia che Piero Gobetti nutriva nei confronti dei partiti e delle associazioni rappresentative tradizionali è dato noto ai più: è stato Norberto Bobbio a ricordare come negli anni di Energie Nove Gobetti partecipò attivamente alla fondazione della salveminiana “Lega democratica per il rinnovamento nazionale”; come costituì a Torino il Gruppo torinese degli Amici dell’Unità (di Salvemini), di cui fu segretario e animatore, di come Gobetti fondò una Scuola di educazione politica, in cui maestri e discepoli dibattevano le grandi questioni dell’ora, la questione meridionale, quella scolastica, quella femminile, quella contadina ecc.

Così a Roma, nel ’21, Gobetti tratteggia con maestria i ritratti di molti dei membri della classe politica venuti a congresso in occasione del secondo congresso della Lega salveminiana, nata in seno al progetto de L’Unità: ma li tratteggia da giornalista più che da collega, continua a rimanere fuori dai partiti e dai meccanismi della rappresentanza democratica classica.

Fonda i Gruppi della Rivoluzione liberale dopo l’omicidio Matteotti, che funse come punto di discrimine per un’epoca intera, ma non fu però una spinta sufficiente per un’adesione gobettiana ai partiti, oramai pressoché costretti alla clandestinità.

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Indice dell’articolo

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Pagina 2: Le riviste, tra riflessione teorica e intervento nello spazio pubblico


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Studente di lettere classiche e allievo del Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Al di fuori degli studi classici, si occupa di rapporti tra intellettuali e potere, della narrativa di Pier Vittorio Tondelli e delle forme poetiche del XX secolo.

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