Le riviste come strumento politico: il caso de “La Rivoluzione liberale”
- 29 Luglio 2017

Le riviste come strumento politico: il caso de “La Rivoluzione liberale”

Scritto da Federico Diamanti

6 minuti di lettura

Questo contributo rappresenta la conclusione di un ciclo di articoli dedicato all’analisi del pensiero di Piero Gobetti. Le precedenti uscite vertevano su formazione delle élite e crisi della rappresentanza liberale e sui consigli di fabbrica a Torino nell’analisi gobettiana.


La domanda, la questione intima e radicale che sembra agitare tutta la produzione gobettiana è proprio una questione di rappresentanza: quale struttura, prima ancora di chi, può fungere da raccordo, da cinghia di trasmissione tra le masse popolari e l’esercizio del potere?

Nel caso dei consigli di fabbrica torinesi Gobetti lo dice chiaramente: “fu Gramsci a mettere all’ordine del giorno in modo permanente il tema dei consigli nella rivista che animava, l’Ordine nuovo”. È evidente che il virtuoso esperimento dei consigli, seppur sia stato “uno dei più nobili sforzi che si siano tentati per rinnovare la nostra vita politica”, non può reggere.

È evidente d’altro canto che la stessa biografia gobettiana – una vita stroncata, quella dell’insulso oppositore del fascismo che fu segnalato al prefetto di Torino da Mussolini in persona già nel ’24 – non ci aiuta: se abbondano le premesse teoriche, la chiarezza d’analisi delle condizioni materiali e delle situazioni particolari (“politica si fa nelle condizioni date” era massima d’un altro della generazione ordinovista, Palmiro Togliatti), d’altro canto la risoluzione pratica non ebbe, evidentemente, il tempo di maturare.

La formazione spirituale interrotta bruscamente dal fascismo, l’accelerazione febbrile dei tempi di lavoro e di azione non furono elementi vacui ed ex post ascrivibili ora al mito retorico di questi protomartiri della resistenza: furono condizioni oggettive (e ben lo racconta Ada Prospero in Gobetti in alcuni scorci del suo Diario partigiano): rastrellamenti, perquisizioni, stati di fermo, percosse, esilio.

Ma è proprio in seno allo Zeitgeist di quella generazione che forse possiamo azzardare una risposta alla crisi della rappresentanza così a fondo analizzata da Gobetti e dai suoi collaboratori. Quando Santino Caramella scrive per la prima volta a Piero Gobetti, il 17 dicembre del 1918, ha soli sedici anni: “Sicché francamente, studentescamente, mi presento: Santino Caramella, anni 16, II liceale classica; connotati inutili… e ti porgo – allungandola un poco – la mano per una stretta cordiale. […] E il tuo giornale è stato per me – non una rivelazione di me a me stesso, come si dice e stradice – ma un reale appoggio alla mia speranza che noi giovani potremo un giorno vantare: l’opera nostra ha rinnovato il pensiero italiano”.

Non si tratta soltanto di uno slancio giovanilistico; è evidente che c’è qualcosa di più. C’è la consapevolezza, ancora allo stadio d’entusiasmo che la cinghia di trasmissione, o perlomeno un elemento di raccordo tra teoria e prassi, un vettore cruciale per l’elaborazione politica e, infine, in assenza di una rappresentanza effettiva e adeguata ai cambiamenti della società, anche uno strumento di lotta politica possa essere rappresentato dal ruolo delle riviste di approfondimento politico e intellettuale.

La sfiducia che Piero Gobetti nutriva nei confronti dei partiti e delle associazioni rappresentative tradizionali è dato noto ai più: è stato Norberto Bobbio a ricordare come negli anni di Energie Nove Gobetti partecipò attivamente alla fondazione della salveminiana “Lega democratica per il rinnovamento nazionale”; come costituì a Torino il Gruppo torinese degli Amici dell’Unità (di Salvemini), di cui fu segretario e animatore, di come Gobetti fondò una Scuola di educazione politica, in cui maestri e discepoli dibattevano le grandi questioni dell’ora, la questione meridionale, quella scolastica, quella femminile, quella contadina ecc.

Così a Roma, nel ’21, Gobetti tratteggia con maestria i ritratti di molti dei membri della classe politica venuti a congresso in occasione del secondo congresso della Lega salveminiana, nata in seno al progetto de L’Unità: ma li tratteggia da giornalista più che da collega, continua a rimanere fuori dai partiti e dai meccanismi della rappresentanza democratica classica.

Fonda i Gruppi della Rivoluzione liberale dopo l’omicidio Matteotti, che funse come punto di discrimine per un’epoca intera, ma non fu però una spinta sufficiente per un’adesione gobettiana ai partiti, oramai pressoché costretti alla clandestinità.

 

Le riviste, tra riflessione teorica e intervento nello spazio pubblico

La diffidenza nei confronti di quella che oggi definiremmo “forma partito”, che è evidentemente sintomo della grave crisi di rappresentanza che abbiamo tentato di analizzare, è però compensata da una lotta politica di natura differente.

L’attività nelle riviste, effettivo strumento di teoria e di prassi politica, mezzi di elaborazione del pensiero, è a tutti gli effetti uno dei veicoli più importanti dell’azione politica nel primo novecento e non solo. Basti pensare, come caso limite ma penso esemplare, a quanto impegno, dopo la guerra, fu profuso dal Partito Comunista nella rivista Rinascita, animata da intellettuali organici secondo la concezione gramsciana ma non solo: da dirigenti politici, da intellettuali di area e “fuori” area.

La storia della dialettica delle riviste viene però da lontano, e pone le sue radici proprio in questa fase storica, dalla necessità di risposta ad un indebolimento delle classi dirigenti e dei luoghi classici di creazione del consenso e di discussione teorica. Riviste come La Voce, Ordine nuovo, L’Unità di Salvemini, le tre gobettiane e decine di altri esperimenti, più o meno riusciti, testimoniano la formazione di una classe intellettuale nuova e rinnovata, con l’intenzione di coniugare alla riflessione teorica anche l’intervento in uno spazio pubblico, nell’agone politico.

Per dirla con le parole di Giulio Ferroni, uno dei più grandi storici della letteratura italiana, “«[si affermano] la ricerca di un intervento nel presente e una cultura che vuole accelerare il movimento del mondo e sovrapporre ad esso le esigenze della ‘vitalità’ degli individui, l’aspirazione a intensi valori ideali e spirituali, spesso in fortissima contraddizione con gli equilibri storici e sociali dell’Italia giolittiana» E ancora: «Ideologia, critica e politica si intrecciano così in modo strettissimo: e la stessa riflessione sulla letteratura si integra in una battaglia intellettuale in cui le idee, le forme, i progetti, sembrano agitarsi come su una scena affollata e turbinosa».

L’attività di Gobetti rientra appieno in queste categorie: basti pensare agli ultimi sforzi non solo da coordinatore di riviste, ma anche da editore. La lotta politica passa anche da qui, dal febbrile lavoro di elaborazione di idee funzionali ad una azione politica, che trovano spazio di creazione proprio nell’attività editoriale.

Nel 1922, agli albori del fascismo, Giuseppe Prezzolini pubblicò una lettera provocatoria proprio sulla rivista di Gobetti, Rivoluzione liberale. Lettera che segnerà il punto di distacco più acuto tra Prezzolini e Gobetti. Ricorda Prezzolini: “cercai di far capire a Gobetti che un intellettuale non può prender partito, perché i partiti politici si pongono degli scopi pratici per raggiungere i quali tutti i mezzi son buoni… e provai a lanciare il partito degli Apoti, cioè coloro che, essendo dotati di intelligenza, non voglion ‘bere’ le illusioni e le bugie che fanno vivere i partiti politici”.

Prezzolini partiva dalla premessa che il Fascismo sarebbe durato almeno venticinque anni (ex post, gli va concordata una parte di ragione) e concludeva proponendo una confraternita “elitaria” che non si bevesse la propaganda di regime ma che nemmeno condividesse la fonte con chi ne stava al di fuori.

Ma la risposta di Gobetti dà il senso a quanto abbiamo detto sin qui sul ruolo delle riviste e degli intellettuali, in senso lato, nel momento di crisi: “Ecco il punto: bisogna smetterla con le inquietudini e le conclusioni ed enunciare delle premesse, invece che dei programmi. Siamo rivoluzionari in quanto creiamo le condizioni obiettive che incontrandosi con l’ascesa delle classi proletarie, indicateci dalla storia, genereranno la civiltà nuova, il nuovo Stato […] L’ordine chiuso sarebbe una posizione di difesa: la potremo assumere, ma in un caso specifico, in una necessità concreta. Per esempio, di fronte al fascismo. […] Di fronte a un fascismo che con l’abolizione della libertà […] volesse soffocare i germi della nostra azione formeremo bene, non la Congregazione degli Apoti, ma la compagnia della morte. Non per fare la rivoluzione, ma per difendere la rivoluzione”. Pur lasciando spazio ad una eventualità d’apoti, Gobetti è chiaro: la rivoluzione passa dall’impegno dell’intellettuale nella società.

Proprio in quest’ultimo passaggio si realizza, a nostro avviso, la teoria liberale di Gobetti. Come si faccia esattamente la rivoluzione Gobetti non l’ha mai spiegato. L’eredità tocca a noi. Certo non chiudendosi nelle accademie, quelle stesse che per errori di valutazione o per tranquillità lavorative accettarono di buon grado il regime. Certo non strepitando senza una visione di fondo, un progetto, una struttura.

La febbrile attività continua, suffragata dalla più grande delle virtù: l’intransigenza. Gobetti rimane, come premesso, fedele a se stesso, lasciandosi tormentare quotidianamente dall’autocritica, dallo “svelamento di se stesso a se stesso”, in termini esplicitamente crociani: rimane “storico”, occupandosi di filosofia come di letteratura, ma sempre a contatto con la realtà, sempre conscio della lotta intrapresa verso una “comune salvezza”.

La rivoluzione non riuscirà. Gobetti, “insulso oppositore” a detta di Mussolini, verrà minacciato, percosso, limitato, censurato e mandato in esilio. Proprio a Parigi pagherà anni di studio e noncuranza di corpo e salute, anni di volontà recata al limite delle possibilità umane. Anni di rivoluzione che si concludono in un letto a centinaia di chilometri dalla propria casa.

Un quarto di secolo speso attorno a letteratura, teoria e pratica politica. All’insegna di una rivoluzione incompiuta, le cui idee fondamentali tocca a noi riconoscere e studiare.

Scritto da
Federico Diamanti

Studente di filologia classica e allievo del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Si occupa di presenze greche nell’umanesimo italiano, rapporti tra intellettuali e potere, della narrativa di Pier Vittorio Tondelli e delle forme poetiche del XX secolo.

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