Le tante crisi dell’UE e il rischio di un effetto domino
- 23 Maggio 2016

Le tante crisi dell’UE e il rischio di un effetto domino

Scritto da Andrea Betti e Jacopo Timini

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Le tante crisi dell’UE

Al brusco risveglio ha fatto da contraltare una certa confusione e mancanza di prospettiva da parte della politica. La crisi, e in particolare la pressione dei mercati finanziari globali, hanno reso necessarie azioni decise. Fra la confusione e la fretta di agire, il metodo comunitario – che si caratterizza per una maggiore inclusione e una maggiore attenzione ai pesi e contrappesi istituzionali – è stato visto da molti leader come inefficace. La eccezionalità della situazione e l’imperativo di “fare qualcosa” hanno favorito il prevalere di una visione poco lungimirante che pare identificare un trade off fra democrazia ed efficienza. Tale visione si è tradotta nella realtà in un ricorso eccessivo al metodo intergovernativo che, da un lato, ha portato ad una preponderanza dei due Consigli (Europeo e della UE) e, dall’altro, ha posto le basi istituzionali per la creazione di meccanismi esterni ai Trattati europei, ma destinati a durare nel lungo periodo, come per esempio il Fiscal Compact.

Tale combinazione di espedienti intergovernativi e scarsa lungimiranza è risultata poco adeguata per la soluzione della crisi. La legittimità democratica di alcune politiche si è ridotta, e l’equilibrio di potere si è spostato chiaramente a vantaggio degli stati con maggiore peso politico ed economico. E difficilmente sarebbe potuto essere altrimenti, trattandosi di meccanismi intergovernativi che mancano di criteri che definiscano in modo certo i diritti e le responsabilità di ogni stato membro nel processo decisionale. La “gerarchia delle risorse” e la distribuzione del potere internazionale, che si credevano residui di un passato fondato sulla politica di potenza, hanno in realtà acquisito una nuova rilevanza.

I dubbi seminati durante il confuso processo di negoziazione fra stati membri hanno precarizzato la moneta unica, facendo filtrare il messaggio che tale potente simbolo di integrazione non fosse più qualcosa di così stabile e duraturo come era stato presentato. In qualche modo, si è trattato di un punto di inflessione. Il seme della incertezza e il peculiare assetto istituzionale hanno contribuito ad una serie ulteriore di crisi che hanno colpito tutti quei simboli che – al pari della moneta unica – sono maggiormente rappresentativi della UE: la capacità di creare prosperità, le libertà di circolazione, e i valori umanisti.

L’atteggiamento mostrato durante la crisi dell’Euro ha ridotto drasticamente presso le opinioni pubbliche di vari stati membri la convinzione che la UE sia capace di generare crescita economica e benessere, cosa che molte generazioni di europei non si sarebbero sognati di mettere in dubbio. Tale precarizzazione si deve principalmente alle politiche di austerità e una visione pregiudizievole degli squilibri macroeconomici che, è bene ricordare, possono essere dannosi tanto in deficit quanto in superavit. A questo va aggiunto un atteggiamento a volte ambiguo di vari governi europei che nei propri Paesi responsabilizzano “Bruxelles” – concetto tanto indefinito quanto evocativo per l’immaginario collettivo – delle decisioni che loro stessi hanno assunto in seno al Consiglio.

Il conseguente aumento della tensione sui bilanci nazionali e una serie di importanti shock esogeni – come il terrorismo internazionale e la guerra in Siria – hanno favorito strategie politiche di corto respiro anche all’interno di vari stati membri, producendo il clima ideale per discorsi populisti di facile comprensione. Approfittando di un elettorato disincantato, tali discorsi mettono sotto pressione i governi nazionali spingendoli a prendere decisioni forse utili per consolidare il proprio consenso interno, ma incredibilmente dannosi per il processo di integrazione europea. Una conseguenza di tale concatenazione di fattori si nota per esempio nel tentativo di ricostruire barriere alle frontiere fra stati membri. Tali progetti non solo mettono a repentaglio la stabilità economica della UE, ripristinando controlli alla libera circolazione, ma rischiano anche di modificare in modo irreversibile la percezione di appartenere ad uno spazio comune.

Da ultimo, il recente accordo con la Turchia sulla restituzione dei migranti non sembra garantire una gestione soddisfacente della crisi alla frontiera della UE, né dal punto di vista dell’efficacia amministrativa, né del rispetto delle regole internazionali, come segnalato, fra gli altri, da ACNUR. Ciò rischia di indebolire i valori umanisti alla base della costruzione europea, colpendo un ulteriore punto di riferimento nelle bussole delle opinioni pubbliche europee.

Esiste un modo per fermare questo declino progressivo? O dobbiamo rassegnarci al ridimensionamento costante del processo di integrazione europeo?

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Scritto da
Andrea Betti e Jacopo Timini

Andrea Betti si é dottorato in Relazioni Internazionali presso l’Universitá degli Studi di Trento studiando la relazione fra diritto internazionale e politica di potenza. Ha lavorato come ricercatore e docente in varie istituzioni universitarie negli Stati Uniti, Regno Unito, Spagna e Latinoamerica. Da anni risiede a Madrid dove collabora con vari media e blog su tematiche politiche europee ed internazionali. Jacopo Timini Attualmente lavora come Marie-Curie Research Fellow presso l’Università Carlos III di Madrid (UC3M). E’ dottorando in Storia Economica (UC3M), con una tesi sulle unioni monetarie e i loro effetti sul commercio e i mercati internazionali. Si è laureato in Economia all’Università di Venezia Ca’ Foscari nel 2011, ed ha ottenuto un M.A. in European Economic Affairs al Collegio d’Europa di Bruges nel 2012. Ha lavorato a Bruxelles due anni, alla Commissione Europea e al Centre for European Policy Studies (CEPS), dove ha pubblicato studi sul commercio internazionale ed il mercato interno.

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