“Lealtà, defezione, protesta” di Albert O. Hirschman
- 22 Marzo 2017

“Lealtà, defezione, protesta” di Albert O. Hirschman

Scritto da Alice Cavalieri e Adrián Pignataro

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Hirschman: «uscita» e «voce»

La premessa alla base della ricerca di Hirschman viene affrontata già nel capitolo I, in cui l’autore spiega che le organizzazioni – economiche e non – sono soggetti vulnerabili al declino. Tuttavia, offuscati dall’assunto della scelta razionale, gli approcci tradizionali dell’economia non hanno prestato attenzione a questa eventualità. L’autore vuole perciò spiegare quali possono essere le conseguenze: la prima è l’uscita dall’organizzazione, la seconda è quella che l’autore chiama voce, cioè la protesta all’interno dell’organizzazione.

Nei capitoli II e III vengono considerate più nel dettaglio queste due opzioni. Per quanto riguarda la prima, l’autore descrive una situazione in cui la qualità del prodotto viene a deteriorarsi a causa di contingenze esterne, fatto a cui segue l’uscita dei consumatori e la caduta dei profitti. Tuttavia questa funzione non è lineare, infatti, ad un livello intermedio di decadenza, l’organizzazione può essere ancora in grado di riprendere la propria efficienza. Per quanto riguarda la voce invece, Hirschman ne dà la seguente definizione: «ogni tentativo di cambiare, invece di eludere, uno stato di cose riprovevole, sia sollecitando individualmente o collettivamente il management direttamente responsabile, sia appellandosi a un’autorità superiore con l’intenzione di imporre un cambiamento nel management, sia mediante vari tipi di azioni e proteste, comprese quelle intese a mobilitare l’opinione pubblica». Hirschman in questo modo riporta anche una serie di rilevanti connotati politici nella stessa definizione, tra cui la protesta e l’opinione pubblica. Per questo appare già evidente che l’opzione uscita sia collegata più al settore economico, mentre l’opzione voce appartenga più propriamente alla sfera politica. Da qui nasce il dilemma su quali fattori determinino la scelta a favore di una delle due opzioni, in caso appunto di crisi dell’organizzazione. In primo luogo la voce può essere considerata come una scelta residuale rispetto all’uscita, quando quest’ultima strada non può essere percorsa. Altrimenti, si potrebbe preferire l’opzione voce, nonostante la fattibilità dell’uscita, mossi dalla convinzione della sua maggiore efficacia.

Il capitolo V tratta delle condizioni di monopolio. L’idea principale è che in tale situazione, la voce si rivela essere più efficace dell’uscita, che in realtà non può proprio essere presa in considerazione in questo caso.

Nel capitolo VI, partendo dalle due diverse opzioni uscita e voce, vengono criticare le teorie della concorrenza spaziale. Come formulato inizialmente da Harold Hotelling e corretto successivamente da Antony Downs, in una situazione di competizione tra due imprese o due partiti (situati alle estremità opposte di una scala ideologica) – assumendo che entrambi cerchino di massimizzare il proprio profitto o il numero di voti che possono ottenere – entrambe le imprese o i partiti andranno a convergere verso il centro, invece di rimanere situazione alle due estremità opposte. Hotelling assume che quando i partiti iniziano a spostarsi verso il centro, i membri non soddisfatti potrebbero decidere di uscire dall’organizzazione/partito. Tuttavia, Hirschman replica che alcuni di questi, invece di uscire, potrebbero «alzare la voce», portando in questo caso il partito a scostarsi di nuovo dal centro per tornare alla sua posizione ideologica originaria.

Il capitolo VII affronta il tema della lealtà e la sua connessione con voce e uscita. Hirschman afferma che più alto il livello di fedeltà, maggiore sarà la probabilità di protesta e che le possibilità di uscita sono ridotte al crescere della lealtà. Altro aspetto fondamentale, che segna un’importante rottura con l’approccio economico classico, riguarda la lealtà irrazionale, che si ritrova principalmente nei partiti politici e si manifesta soprattutto nei casi in cui l’uscita è difficilmente considerabile come valida opzione. La lealtà può essere concepita dunque come un potere negativo che ostacola l’opzione uscita, la paura della quale aumenta considerevolmente proprio in caso di più alti livelli di lealtà. Allo stesso modo, la possibilità di uscita rafforza ed aumenta l’efficacia della voce. Appare dunque alquanto chiaro come la lealtà diventi un bene di gran valore per un’impresa, poiché in grado di affievolire sia la possibilità di uscita che quella di voce. All’interno di questo capitolo viene poi considerato un altro meccanismo: il boicottaggio. L’autore si riferisce a questo come «la minaccia di defezione, ai confini tra voce e uscita». Tuttavia la discussione sembra un po’ approssimativa e incompleta, non essendo chiaro a quale delle due opzioni sia più vicina: è un’azione che possiamo dire appartenere al campo della voce, dunque simile alla protesta o alla mobilitazione dell’opinione pubblica? Oppure è una situazione preliminare anche se non necessaria all’uscita?

L’ottavo capitolo prende come esempio il caso degli Stati Uniti attraverso i due concetti chiave del testo, rivelandosi forse il capitolo più “debole” di tutto il libro, e va anche a minare in parte il lavoro di astrazione teorica fatto dall’autore sino a questo punto.

L’ultimo capitolo invece è probabilmente il più utile per la ricerca empirica, grazie al quale vengono descritte diverse tipologie di organizzazione in base alla possibilità di uscita e voce. Per riportare alcuni esempi, le associazioni volontarie si caratterizzano per avere entrambe le opzioni, mentre i partiti politici nei sistemi totalitari non presentano nessuna delle due. Hirschman giunge infine ad una conclusione prettamente di stampo normativo sulla crisi delle organizzazioni, secondo la quale non esiste una specifica formula in grado di determinare in quale misura siano necessarie l’uscita e la voce per uscire dalla crisi dell’organizzazione. In effetti – prendendo in considerazione il pensiero popperiano – il meccanismo per riuscire a superare le inefficienze dell’organizzazione si basa principalmente sul cosiddetto trial and error. In questa situazione, è importante sottolineare come il contesto istituzionale possa aumentare la responsiveness verso la voce.

Nei due saggi pubblicati alla fine del libro nella sua nuova edizione, Hirschman ribadisce il suo tentativo di convincere gli economisti della necessità di prendere in considerazione un concetto essenzialmente politico, quale la voce, per analizzare anche i fenomeni economici. L’autore afferma anche che probabilmente la sua «difesa d’ufficio della voce fosse troppo timida». Hirschman decide allora di cambiare la prospettiva adottata originariamente nel suo saggio – è stato infatti criticato all’autore di aver utilizzato esclusivamente una prospettiva “dal basso” – riferendosi allo Stato come organizzazione. Per far ciò, prende in considerazione il contributo di Rokkan, secondo il quale «la formazione e l’esistenza di ogni stato – e, anzi, di ogni organizzazione – postula alcune limitazioni o massimali nella dimensione dell’uscita o della voce o di entrambi. In altre parole, esistono livelli di uscita (disgregazione) e di voce (disordine) oltre i quali è impossibile per un’organizzazione esistere in quanto tale». Appare fondamentale dunque la revisione da parte dell’autore che ammette il fatto che, in particolar modo durante il processo di formazione di uno Stato, non ci sia la prevalenza di una opzione sull’altra ma che entrambe debbano essere limitate. Hirschman aggiunge poi la teoria della «valvola di sicurezza» – avanzata originariamente per spiegare la mancanza di combattività della classe operaia americana nel XIX secolo rispetto a quella europea – secondo la quale attualmente la valvola di sicurezza, ovvero lo sbocco della voce in eccesso, in realtà oggi si stia principalmente manifestando soltanto con la migrazione delle popolazioni dei paesi del Mediterraneo verso l’Europa occidentale.

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Alice Cavalieri e Adrián Pignataro

Alice Cavalieri: marchigiana, classe '91. Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e in Sviluppo e Cooperazione Internazionale all'Università degli studi di Siena, ha poi conseguito un master in Public Policy and Social Change al Collegio Carlo Alberto. Attualmente è dottoranda in Political Science, European Politics and International Relations presso la Scuola Superiore Sant'Anna. Amante del rock e dei viaggi in solitaria, con un debole per le politiche pubbliche, sulle quali si concentrano i suoi studi. Adrián Pignataro: Studente del PhD in Political Science, European Politics and International Relations, Scuola Superiore Sant’Anna, Università degli Studi di Siena, Università degli Studi di Firenze, Università di Pisa.

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