L’egemonia neoliberista

Sin dai primi anni novanta, a pochi mesi dall’implosione dell’Urss, si è iniziato a parlare di “fine della storia”, alludendo ad un futuro di sviluppo e ricchezza per tutti, garantito dalla libertà finalmente assoluta del capitalismo finanziario di sprigionare l’energia degli “animal spirits” di schumpeteriana memoria senza più i vincoli imposti dalla guerra fredda. Il titolo del fortunato saggio Fukuyama assurgeva a sentenza definitiva e onnicomprensiva, una profezia in grado di autoavverarsi e permeata da un afflato “religioso” di non secondaria importanza per la sua diffusione.

Una scuola di pensiero economica fino a qualche decennio prima sull’orlo dell’estinzione, il neoliberismo, diventava improvvisamente l’ecclesia entro la quale ogni studioso doveva confluire, pena la scomunica e l’esclusione dal circuito accademico.

La capacità dei grandi gruppi economici e finanziari di penetrare nei gangli politici e istituzionali dei principali stati occidentali attraverso lo stravolgimento di modi e rapporti di produzione sono stati accompagnati da una colonizzazione “ideologica” dell’intera società senza precedenti per metodi e risultati, “felice” sintesi di un’operazione egemonica condotta tramite due canali di penetrazione e diffusione: il controllo dei centri universitari di formazione delle elites e dei relativi think tanks e lo sfruttamento del sistema mediatico.

Il controllo diretto e “ideale” delle principali università euroatalantiche, dopo l’affievolimento della spinta contestataria degli anni ’70, ha permesso agli stakeholders politici ed economici di forgiare una nuova generazione di “dirigenti” nella più assoluta fiducia verso i dogmi neoliberisti. La propaganda incessante riguardo alle magnifiche sorti degli stati che applicavano ricette di finanziarizzazione dell’economia e liberalizzazione di ogni segmento del mercato è servita per condurre un attacco concentrico ai diritti dei lavoratori e dei cittadini, in base all’assunto che qualsiasi corpo intermedio fra mercato ed individuo rappresentasse un freno da rimuovere. Nel volgere di pochi lustri questa visione del mondo è divenuta “senso comune” per le nuove leve di manager, docenti universitari e politici sfornati da questi prestigiosi poli universitari.

Attraverso il massiccio ricorso a strumenti finanziari sempre più complessi e sfruttando la potente leva del debito le classi dirigenti occidentali sono riuscite ad assorbire il calo costante di profitto generato dalle tradizionali attività industriali, sottoposte a loro volta ad una pervasiva riorganizzazione. L’obiettivo comune di questa operazione è stato lo smembramento delle grandi concentrazioni di lavoratori, attraverso la creazione di “reti” produttive composte da unità industriali di piccole dimensioni e l’ottenimento di una moderazione salariale attraverso il ricorso a delocalizzazioni continue, permesse dal generale abbattimento dei vincoli alla circolazione di capitale.

Oltre al processo di formazione delle future elites i grandi soggetti economico finanziari occidentali sono riusciti a propagandare un modello di vita, di esistenza, conforme alle loro necessità economiche e produttive, grazie al controllo diffuso dei mass media e dei principali centri di diffusione dell’informazione. In una società già mutata profondamente dal boom economico del dopoguerra, a proposito di cui Pasolini già nel ’75 parlava di “genocidio culturale” mettendone in mostra i rischi e l’effetto regressivo, la tv ha assunto il ruolo di vate di questa nuova teologia, fondata sul consumo compulsivo e sulla percezione della vita come una continua sfida del singolo nei confronti dell’intera società. L’esaltazione dell’individualismo rispetto alle istanze collettive del decennio della “contestazione”, la riduzione ad una dimensione mercatista di ogni aspetto della vita privata e pubblica, sono stati agevolati da un’accorta opera di cooptazione di “intellettuali” provenienti dagli strati più bassi della società e dalla loro continua esposizione mediatica.

Attori, presentatori, giornalisti televisivi, pronti a sfruttare la comunicazione rapida e sincopata del nuovo mezzo di comunicazione hanno raccolto l’eredità lasciata dalla figura improvvisamente obsoleta dell’intellettuale impegnato. I cittadini da soggetti di un processo di costruzione collettiva di identità sono divenuti semplici ricettori di uno spettacolo preconfezionato e propagandato da personaggi provenienti dal loro stesso milieu e nei è stato più facile riconoscersi e immedesimarsi. Lo stesso termine “intellettuale” è divenuto epiteto dispregiativo, teso ad indicare l’irriducibile alterità del mondo della cultura con quello del “popolo”. Industriali rampanti, palazzinari dalle dubbie origini, finanzieri di ogni risma sono diventati i nuovi miti per una società priva ormai di un sistema di valori solido, in cui la creazione di idee, passioni, comportamenti passava ora dal circuito televisivo travolgendo i tradizionali canali di formazione quali la famiglia, la scuola, la classe di appartenenza o il partito.

La nuova egemonia è diventata quindi un processo di costruzione di identità agente a livello quasi subconscio, capace di influenzare direttamente la sfera precognitiva e organizzandosi per il continuo “controllo dei corpi” (Foucault) ottenuto superando il terreno razionale in favore della sfera emotiva. Uno strumento essenziale ed esemplificativo di questa operazione è rappresentato dagli spot pubblicitari, in grado di riassumere nella propria brevità i caratteri gli stilemi base del nuovo linguaggio del potere.

L’appropriazione e l’applicazione della lezione di pensatori marxisti o di sinistra in senso lato è stata la vittoria più grande per una scuola di pensiero che a metà anni ’70 sembrava estinta e incapace di giocare alcun ruolo, se non quello di una folkloristica accolita di accademici “reazionari”: costoro sono riusciti a realizzare un progetto di egemonia di tipo gramsciano senza la necessità di affrontare paradigmi di pensiero alternativi.

Il dominio sulle masse di lavoratori, alieni fino ad allora alla logica individualista della classe imprenditoriale, è stato attuato attraverso il controllo della formazione della loro identità collettiva, relegando l’uso della forza solamente per le frange più riottose ad accettare questo cambiamento (si pensi alla battaglia della Thatcher contro i minatori inglesi) e rappresentando questi avvenimenti come vittorie, miti fondativi della nuova epopea capitalista. L’aspetto violento del potere è stato riservato in dosi massicce ai marginali, ai nuovi sconfitti, ai “dannati della terra” di Fanon, immigrati, minoranze etniche, abitanti delle estreme periferie urbane, esclusi da qualsiasi “rappresentazione” e perciò inesistenti per un mondo in cui l’apparire è diventato l’unica sanzione dell’esistenza.

Le notizie riguardanti il lumpen proletariat sono state relegate alla cronaca nera o ad una agiografica descrizione della vita di chi comunque riusciva, per merito individuale ed esclusivo, ad emergere; per il resto essi sono stati rappresentati come “non uomini” (titolo di un bel lavoro di Dal Lago sulla rappresentazione mediatica del fenomeno migratorio), in modo da sottolinearne l’alterità rispetto alle “nostre” esistenze e immunizzando perciò ogni possibile effetto empatico.

Il connubio perfetto di controllo delle leve economiche e dei principali snodi mediatici ha permesso a questa corrente di pensiero di radicarsi nel corpo molle delle società europee fino a diventare essa stessa “senso comune”, sino a rendere la propria parziale visione del mondo l’habitus mentale naturale per ogni cittadino europeo e americano.

Tuttavia la fallacia degli assunti economici alla base di quest’impalcatura “sovrastrutturale” non ha tardato a manifestarsi, senza tuttavia condurre ad una loro revisione, né parziale né totale. L’idea di una predestinazione al “progresso” del capitalismo moderno ha iniziato a mostrare le prime crepe negli anni 2000, con la crisi dei titoli della new economy, per essere rappresentata plasticamente con l’attacco alle torri gemelle e il conseguente infiammarsi del medio oriente; nonostante ciò l’illusione che questi eventi fossero solo incidenti di percorso riguardanti perlopiù le periferie del mondo, è stata incrinata solo dalla crisi del 2008. In questo caso il crollo delle borse, il rischio di collasso dell’intera architettura finanziaria, ha avuto il proprio epicentro effettivo e simbolico nella culla stessa dell’Occidente: Wall Street.

Per la prima volta è mancato un nemico cui attribuire la responsabilità dell’accaduto e contro cui saldare l’opinione pubblica.

Tuttavia questa crisi, invece di rappresentare un momento di rottura rispetto alla narrazione neoliberista, sembra aver sanzionato la definitiva consacrazione di questo modello di sviluppo, come sostenuto lucidamente dalla storico marxista Hobsbawn nei suoi ultimi anni di vita.

Infatti, nonostante il fallimento di banche, colossi assicurativi, società finanziarie, gli stakeholders le cui decisioni sono state causa dell’esplodere della crisi hanno avuto la possibilità di definire e attuare le politiche necessarie al superamento della crisi stessa. I responsabili dello tsunami finanziario che ha travolto le economie del modo intero, intesi come classe, si sono assunti de facto il potere di di condurre a colpi di “riforme” l’economia mondiale fuori dalla situazione di stallo in cui l’avevano condotta.

La teodicea ultraliberista ha potuto così continuare ad indicare nelle tutele garantite dallo stato sociale il male assoluto da estirpare per poter riprendere a crescere. La cieca fiducia nelle capacità dei mercati di autoregolarsi, a patto di lasciare i capitali liberi di potersi muovere ovunque non è stata intaccata se non superficialmente dalle critiche mossegli dopo il fallimento di Lehman Brothers, rimanendo il paradigma economico ideologico dominante.

Una crisi nata per eccessi del settore privato (per una casistica dettagliata basti vedere i lavori di Gallino e Dardot-Laval), deflagrata in Usa e Gran Bretagna, è stata dipinta, dopo i primi mesi di panico, come il frutto di un sistema di welfare troppo generoso e divenuto oramai insostenibile. Gli eccessi del mondo della finanza sono stai liquidati come errori individuali di singoli soggetti, “puniti” peraltro con bonus milionari, i cui comportamenti non dovevano inficiare una teoria economica sostanzialmente corretta.

Le politiche attuate per uscire dalla spirale di crisi hanno avuto perciò come minimo comun denominatore l’erosione accelerata di ciò che ancora rimaneva dello stato sociale al di qua dell’atlantico, indicato all’unisono da economisti, politici e specialisti del settore quale onnicomprensiva “causa efficiente” della crisi.

Una simile torsione della realtà si è rivelata vincente tanto a livello accademico quanto a livello di “immaginario comune”. L’idea che gli squilibri del modello europeo di “welfare state” siano stati la causa del crollo dei mercati azionari più spaventoso dal ’29 sembrano ormai inscritti come fuoco nella coscienza delle società occidentali, pronte a fare ammenda di fronte al mondo intero per tanta insipienza.

Questo è stato il risultato macroscopico di un processo egemonico trentennale, attuato sfruttando appieno le possibilità offerte dai nuovi media e facilitato dall’abbandono, da parte di chi si sarebbe dovuto opporvisi, di ogni elaborazione teorica e filosofica.

Oltre all’assenza di un’opposizione la particolarità di questo processo è che esso è stato concepito da soggetti economici e accademici al di fuori della sfera politico-istituzionale, per iniziativa di società e organizzazioni private che hanno assunto il neoliberismo come paradigma di sviluppo nella misura in cui esso era disponibile a piegarsi alle proprie esigenze.

Il “politico” è divenuta una categoria subalterna, una variabile dipendente rispetto alla sfera finanziaria. La razionalità dell’homo economicus da strumento per l’indagine microeconomica è passata a chiave universale attraverso cui interpretare ogni aspetto della realtà sociale.

La sottomissione al mito del too big to fail ha spuntato le armi alla politica, incapace non solo di prendere qualsiasi iniziativa che non fosse conforme alle necessità del sistema bancario ma anche solo di elaborare timide proposte di regolamentazione.

Lo Stato ha perduto quindi la propria centralità e vede ormai intaccata la propria sovranità, bypassata continuamente da soggetti privati capaci di agire su un mercato globale governato da accordi privati più che da leggi. Si può parlare a questo proposito di rivoluzione copernicana, considerato che la crisi sovranità assoluta investe in pieno il ruolo stesso dello Stato.

E’ quindi evidente che il neoliberismo, come corrente di pensiero ma soprattutto come retaggio culturale comune all’assoluta maggioranza dei decisori economico-finanziari di rilevanza internazionale, ha svolto un ruolo “eversivo” nei confronti dell’intero sistema di rapporti giuridico-istituzionali che hanno caratterizzato le società occidentali dalla fine della seconda guerra mondiale. La crisi scoppiata nel 2008 è quindi stata il colpo finale assestato ad un mondo, ad un sistema di valori, credenze e comportamenti, ormai considerato irrilevante.

Nato nel 1987 in Toscana, si è laureato in Scienze Politiche presso l'università di Pisa e attualmente lavora per Anci Toscana.

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