L’Europa dopo l’accordo Cameron, tra Londra e Visegrad

l'europa dopo l'accordo Cameron, tra Londa e Visegrad

Alla fine David Cameron c’è riuscito: dopo un giorno e mezzo di negoziato condito dalla solita teatralità tipica del Consiglio Europeo, il Primo Ministro Britannico ha strappato ai suoi colleghi un pezzo di carta con scritto sopra che il Regno Unito ha uno status speciale all’interno della UE.

L’Unione, dopo la non brillante gestione della crisi greca e l’ancor meno fulgida vicenda dei migranti, certifica così la sua ormai conclamata asimmetria interna. Tracciando oggi una cartina politica della UE ci troveremmo davanti quattro regioni ben distinte: l’eurozona, il gruppo di Visegrad, la Scandinavia e, in splendida solitudine, il Regno Unito.

Di volta in volta gli obiettivi delle quattro aree possono confliggere o sovrapporsi ma, in ogni caso, non si creano mai alleanze stabili, piuttosto semplici tregue tattiche. L’Unione Europea, e nello specifico il Consiglio, ha ormai smesso di costruire politiche comuni – dopo Schengen e l’Euro sono mancati i grandi progetti di respiro continentale – ma serve come gigantesca clearing house; le tensioni si accumulano, viene convocato un vertice, si trova un compromesso e si va avanti fino alla prossima crisi.

In questa nuova geografia del potere si confrontano leadership regionali, pure molto strutturate, ma si avverte l’assenza di un approccio che superi la contingenza momentanea. Inoltre stiamo assistendo a un generico livellamento del dibattito politico, anziché una dialettica fra progressisti e conservatori (sinistra e destra si sarebbe detto nel ‘900) l’Unione Europea mette in scena un confuso amalgama di rivendicazioni locali e velleità globali. Il Consiglio Europeo si mantiene in piedi grazie a un complesso sistema basato su rapporti di debolezza reciproca: David Cameron sa benissimo che senza il mercato interno europeo la sua isola sarebbe poco più di una Singapore col brutto tempo mentre le controparti riconoscono a Londra un primato culturale e finanziario difficile da ignorare. Allo stesso modo i paesi dell’est, Polonia e Ungheria in testa, basano una quota compresa fra il 2 e il 5 per cento del loro PIL sui fondi di sviluppo europei fornendo in cambio manodopera e nuovi mercati alle ricche aziende dell’eurozona. Nell’estremo nord, invece, la scandinavia imita le manovre dei britannici, seppur con uno standing meno ingombrante.

Nel groviglio di interessi si riescono però a decifrare alcune tendenze di fondo, non sempre confortanti.

Pare ormai chiaro che la fiaccola dell’integrazione, della ever closer union tanto odiata da David Cameron sia nelle mani dell’eurozona. Hollande ha rilanciato la necessità di nuove istituzioni di governo dell’euro, mentre i presidenti di Bundesbank e Banque de France sostengono da qualche mese l’istituzione di un Ministero del Tesoro comune. Pure Italia e Germania sembrano essere della partita ma una generica condivisione del traguardo non elimina sostanziali differenze nell’approccio. Per i tedeschi il consolidamento fiscale è la conditio sine qua non per una mutualizzazione delle responsabilità – soprattutto finanziarie – di un’eventuale eurozona rinnovata, mentre l’Italia pare intenzionata a seguire una strada più politica proponendo una riforma istituzionale che passa pure per un profondo cambiamento nei partiti politici e nella dialettica transnazionale.

Molto più preoccupanti sono, invece, i movimenti a est: il gruppo di Visegrad, composto da Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia ha iniziato a muoversi come una sorta di contropotere, una replica danubiana del Consiglio Europeo. Budapest e Varsavia, a oggi, non sono esattamente due fari dei diritti umani e della democrazia liberale mentre la Slovacchia di Fico ha scandalizzato gli altri governi progressisti con le sue posizioni nei confronti dell’emergenza migranti. Lo spostamento a destra dell’Europa ex sovietica è forse il dato politico più grave di questa fase. A dodici anni dal loro ingresso nell’Unione Europea, i paesi dell’est riscoprono linguaggi, parole e atteggiamenti che il nostro continente sembrava aver archiviato negli anni ‘40. A Bruxelles però mancano gli strumenti: laddove uno sforamento dello 0,1% del rapporto deficit/PIL permette alla Commissione Europea di intervenire con decisione, violazioni dei diritti umani o leggi pericolose per le libertà pubbliche non sono sanzionate con la medesima severità.

Una volta archiviato l’accordo con Cameron si aprirà probabilmente una riflessione sulla governance dell’Unione Europea e, in particolare, riguardo la preminenza del Consiglio Europeo rispetto a tutte le altre istituzioni. Sperare di comporre gli interessi di 28 capi di stato e di governo, ognuno armato dei propri – legittimi – interessi politici, con estenuanti maratone è velleitario oltre che poco efficiente. Angela Merkel ha modellato il dibattito europeo a sua immagine e somiglianza, dominando la Commissione, il Parlamento e, per anni, pure i summit con i suoi colleghi. Oggi, con l’appanarsi della sua leadership e con l’ascesa di figure molto più controverse c’è il rischio che le riunioni del Consiglio Europeo diventino una mera somma di interessi nazionali contrapposti in lotta per ottenere maggiori quote di sovranità.

La trattativa con David Cameron potrebbe quindi aver aperto la strada per un’Europa à la carte in cui ognuno prende solo quello che serve in questo preciso momento. Una visione miope, quando non pericolosa e certamente lontana dal progetto fondativo europeo.


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Nato a Bergamo, vive a Bruxelles, ogni tanto a Strasburgo. Lavora al Parlamento Europeo e si occupa in particolare di politiche di bilancio.

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