Libia: chi sono i trafficanti di esseri umani?

Libia. Trafficanti di esseri umani

Quando sentiamo parlare di trafficanti siamo spesso spinti a legare questa figura al tema delle migrazioni o a quello della criminalità, in alcuni casi persino ad entrambi. Per quanto non si tratti di associazioni sbagliate in sé, questo fatto è almeno parzialmente da imputare alla notevole esposizione mediatica che negli ultimi anni ha riguardato i cosiddetti trafficanti di esseri umani operanti nel deserto libico. Questa retorica è stata infatti adottata in particolare da molte delle forze moderate europee e ha permesso loro di porsi come alternative alle posizioni più anti-immigrazioniste, senza rinunciare ad un’idea comunque restrittiva sulle politiche migratorie.

Il trafficante di esseri umani è venuto così alla ribalta come uno dei nuovi nemici da combattere, quasi al pari del terrorismo, tanto che in più contesti si è parlato di lanciare una “guerra ai trafficanti”. Questa idea, in parte derivata anche da una confusione fra traffico e tratta di esseri umani, ha permesso così ad alcuni Stati, fra i quali spicca l’Italia, di perseguire l’obiettivo politico della riduzione dei flussi migratori dietro la giustificazione di un intervento umanitario, che rischia però di non tenere in considerazione le numerose sfaccettature della questione e la sua portata storica e sociale.

Quello che oggi viene ricondotto sotto la definizione di trafficante di esseri umani è infatti il frutto di una serie di evoluzioni progressive, cominciate attorno agli anni Sessanta e sviluppatesi parallelamente ai cambiamenti nel contesto politico dell’area. Il legame fra la versione tradizionale di questa figura e le migrazioni internazionali nacque solo con l’inizio dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi libici, che rese molto redditizio il trasporto di migranti soprattutto da Egitto e Tunisia verso la Libia. A questo scopo si dedicarono in un primo momento numerosi gruppi semi-nomadi, perlopiù tuareg, che tradizionalmente gestivano piccoli commerci transfrontalieri più o meno leciti e perciò conoscevano bene le rotte.

Al tempo per identificare questi primi gruppi i ricercatori che si occupavano della materia utilizzavano il termine “passatore”, un calco dal francese che, a differenza di trafficante, non contiene in sé nessuna accezione negativa. I passatori erano all’inizio semplicemente coloro che, dietro compenso, scortavano gruppi di migranti da un paese all’altro. Ma questi non si limitavano solo al trasporto di persone: in un’epoca ancora non interconnessa mantenevano i contatti fra la comunità emigrata e quella rimasta in patria, portavano alle famiglie le rimesse degli emigrati e svolgevano una serie di servizi paralleli alla migrazione, fra cui il prestito di denaro. Pur trattandosi di un lavoro formalmente illegale, quello del passatore era un ruolo estremamente tollerato e, a tratti, quasi incoraggiato in un periodo in cui le migrazioni fra gli Stati arabi garantivano una stabilizzazione politica ed economica dell’area.

Nel corso degli anni Ottanta e Novanta si intensificarono le migrazioni non solo intra-Maghreb, ma anche fra paesi saheliani e Maghreb, particolarmente favorite dalla promozione dei nuovi ideali panafricanisti di Gheddafi e da alcune gravi crisi umanitarie in paesi come Ciad, Niger e Mali. L’ampliamento della rete migratoria, spinse i passatori a dotarsi di organizzazioni più strutturate e ad intensificare le sempre più redditizie attività parallele. In poco tempo un intero sistema economico venne a strutturarsi attorno a questi traffici e città in mezzo al deserto, come Sebha e Koufra in Libia o Tamaghasset in Algeria, prima ritenute periferiche rispetto alle zone costiere, divennero importantissimi centri commerciali e snodi migratori. Aumentarono anche i soggetti coinvolti in questi traffici: non più soltanto comunità tradizionalmente dedite a simili attività, ma anche molti ex immigrati e altri individui attratti dai profitti economici.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Passatori e trafficanti

Pagina 2: Il ruolo chiave della Libia

Pagina 3: Lo spazio saheliano e l’economia dei traffici


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Nato nel 1995, attualmente studente di Scienze Politiche e Sociali presso la Scuola Superiore Sant’Anna e di Governance delle Migrazioni presso l’Università di Pisa, dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche Internazionali nello stesso ateneo. Attivo in alcune associazioni di volontariato e sportello legale per le migrazioni, tiene una rubrica a tema immigrazione per la rivista online “Il Fuochista”.

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