L’influenza della Corte Suprema nella società americana
- 25 Ottobre 2018

L’influenza della Corte Suprema nella società americana

Scritto da Paolo Cappelletto

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L’azione e le sentenze della Corte Suprema

Una delle prime sentenze che hanno consolidato il potere della Corte è stata Marbury v. Madison del 1803: il Chief Justice John Marshall stabilì che un atto del Congresso che consegnava alla Corte la facoltà di trattare con giurisdizione originaria questioni che secondo la Costituzione erano trattabili dalla Corte Suprema solo con giurisdizione d’appello, ossia solo se qualcuno ricorre in appello da una corte inferiore, era incostituzionale. Questo atto del Congresso, il Judiciary Act, ampliava il raggio d’azione della Corte: tuttavia, esso era in contraddizione con l’articolo III della Costituzione, che distingueva i casi in cui la Corte poteva operare in modo originario, ossia spontaneamente, da quelli in cui poteva giudicare solo qualora qualcuno avesse ricorso in appello. La Corte ha dunque dichiarato l’incostituzionalità dell’atto in quanto in contraddizione con la Costituzione, istituendo allo stesso tempo una dottrina fondamentale, la judicial review. Essa conferì al neonato organo giudiziario la facoltà di decretare l’incostituzionalità delle leggi, dando ad essa un potere assai ingente che le avrebbe consentito d’ora in poi di annullare atti del Congresso e leggi statali. La Corte poteva dunque operare con una maggiore autonomia e un in marcato campo d’azione, confermandosi dunque come una forza di prim’ordine nelle istituzioni americane.

Nei primi decenni della repubblica, la relazione di potere tra il governo federale e i singoli stati era uno dei principali nodi da sciogliere: infatti, vi era il forte timore che il primo potesse violare la sovranità dei secondi. Una figura assai importante a questo riguardo è il già citato Giudice Capo John Marshall, appartenente al Partito Federalista. Nel primo Ottocento la scena politica era dominata dai federalisti, che volevano ampliare i poteri del governo nazionale di Washington, e dal Partito Democratico-Repubblicano, di tendenza antifederalista, paladino dei diritti degli stati contro le intrusioni del governo centrale. I privilegi dei singoli stati erano custoditi gelosamente, tanto che il Bill of Rights[1], garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini, non si applicava inizialmente agli stati, ma solo al governo federale. Pertanto, l’intenzione non era tanto garantire i diritti dei cittadini nei singoli stati, quanto acquietare i timori riguardo a possibili sconfinamenti del potere federale[2].

Ad ogni modo, la Corte Suprema è stata determinante nello stabilire la supremazia del governo federale rispetto ai singoli stati: nel 1819 Marshall fu autore della sentenza McCulloch v. Maryland, in cui si stabilì che lo stato del Maryland non aveva il potere di tassare la banca federale degli Stati Uniti. La Corte interpretò in modo molto ampio la parte dell’articolo 1 della Costituzione[3], relativa al potere del Congresso di emanare tutte le leggi “necessarie e utili” per portare ad esecuzione gli altri poteri già previsti (la regolamentazione del commercio, la difesa, la politica estera, etc.), ampliando così il raggio di azione del governo federale come mai prima di allora. È stato dunque grazie a questa lettura generosa degli aggettivi “necessari e utili” che al governo federale degli Stati Uniti sono stati attribuiti poteri che la Costituzione non menzionava esplicitamente. Il governo di Washington si è potuto così consolidare come un’autorità nettamente superiore rispetto a quella dei singoli stati.

Un’altra importante stagione è la “Lochner era”, in cui dal 1897 al 1937 la Corte ha ripetutamente giudicato incostituzionali leggi atte a regolamentare la vita economica e i contratti lavorativi. I giudici si appellavano alla “Commerce Clause”[4], una clausola della Costituzione che limita il potere del governo federale sul commercio. Tale sezione afferma che il governo federale regola il commercio con le nazioni straniere, tra i vari stati che compongono l’Unione e con le tribù indiane, lasciando la gestione del commercio intrastatale ai singoli stati. Nei primi anni del Novecento sentenze caratterizzate da un marcato laissez-faire hanno dichiarato come incostituzionali sia atti del Congresso finalizzati a limitare il lavoro minorile sia leggi statali volte a regolare i contratti di lavoro. Il governo federale non aveva competenza in materia in quanto la “Commerce Clause” relegava agli stati la regolazione della manifattura e del commercio intrastatale. Per esempio, in Hammer v. Dagenhart del 1918 la Corte giudicò incostituzionale una misura del Congresso che proibiva il commercio tra più stati di beni prodotti da individui sotto i 14 anni di età, che aveva il fine di porre rimedio alla concorrenza sleale degli stati in cui lo sfruttamento minorile era praticato. Nonostante la legge volesse scavalcare la “Commerce Clause”, la Corte affermò tuttavia che questo tipo di regolamentazione non era comunque di competenza del Congresso. Per ovviare al problema, il Congresso passò nel 1924 un emendamento alla Costituzione che conferiva al governo federale l’autorità di regolare il lavoro minorile[5]. Questo modo di interpretare la Costituzione con esiti liberisti continua fino agli anni Trenta, quando Roosevelt viene eletto Presidente. Per la prima metà degli anni Trenta, la Corte abroga buona parte del pacchetto di riforme del New Deal in nome della libertà economica. Le cose cambiano nel 1937, quando alcuni degli stessi giudici che avevano votato contro il New Deal cominciano a esprimersi a favore della costituzionalità delle massicce misure economiche richieste dall’amministrazione Roosevelt. In seguito al trionfo di Roosevelt alle elezioni del 1936, vinte puntando sulle riforme economiche del New Deal, la Corte Suprema abbandona dunque il laissez-faire che l’aveva contraddistinta nel primo Novecento, consentendo dunque il varo di riforme economiche di ampio respiro.

Corte Suprema

La Corte Suprema nel 1937

La Lochner v. New York è la sentenza da cui prende il nome la “Lochner era”, che si chiude nel 1937. In questo caso del 1905 la Corte giudicò incostituzionale una legge dello stato di New York che fissava le ore del contratto di lavoro in una panetteria a non più di 60 a settimana, in quanto costituiva una violazione della libertà contrattuale. La teoria che i giudici hanno usato per decidere questo caso ha profondamente influenzato gran parte della giurisprudenza successiva. Il ragionamento della Corte si basa su una certa interpretazione del 14esimo emendamento, aggiunto dopo la fine della Guerra Civile (1861-1865) con il fine di garantire pari diritti a tutti gli uomini senza distinzione di razza. Questo emendamento contiene la clausola del “due process”, la quale prevede che “nessuno stato può privare qualunque persona della vita, della libertà o della proprietà senza un giusto processo di un legge”. All’interno della libertà appena menzionata, la Corte del 1905 riconosce come inclusa anche la libertà contrattuale, impedendo dunque che il governo ponga delle restrizioni a un accordo lavorativo libero e volontario tra due parti.

È importante chiarificare il significato della clausola del “due process”, su cui si basa la sentenza. Essa era stata a lungo interpretata come un passaggio meramente “procedurale”, che aveva lo scopo di garantire l’osservanza di certe procedure standard, prima di privare qualcuno della vita, della libertà o della proprietà[6]. In quest’occasione, invece, la clausola del “due process” è stata concepita in modo cosiddetto sostanziale, per cui i diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà sono stati interpretati in modo ampio, così da includere al loro interno altri diritti. Questo aspetto è, infatti, la chiave di volta per comprendere il ragionamento della Corte, che ha avvalorato in questa occasione la dottrina del “substantive due process”. In nome della libertà contrattuale, considerata inclusa nella vaga nozione di libertà già citata, i giudici hanno abrogato la legge che esigeva migliori condizioni lavorative per gli operai, con un limite di ore settimanali di lavoro. Se da una parte questa teoria del “substantive due process” è stata usata a inizio Novecento per bloccare leggi a favore dei lavoratori, dall’altra questa interpretazione ampia dei diritti protetti dal 14esimo emendamento ha spianato la strada per il riconoscimento di nuovi diritti dagli anni Sessanta in poi.

Infatti, con un ragionamento simile, la sentenza Griswold v. Connecticut (1965) dichiarò incostituzionale una legge del Connecticut che vietava l’uso dei contraccettivi, riconoscendo per la prima volta un esplicito diritto costituzionale alla privacy[7]. La stessa interpretazione generosa del “due process” ha quindi riconosciuto la privacy come un diritto contenuto nel concetto di libertà. Otto anni dopo, la storica sentenza Roe v. Wade presenta il più famoso esempio di applicazione del diritto alla privacy: in questo caso del 1973 la Corte riconobbe come costituzionale il diritto all’aborto, riconosciuto come compreso all’interno del diritto alla privacy riconosciuto dal 14esimo emendamento[8]. Impedire a una donna in gravidanza di disporre liberamente del proprio corpo è stato dunque considerato come una indebita intrusione nella sua sfera privata. La Corte Suprema è stata così protagonista nella stagione dei diritti sociali negli Stati Uniti, riconoscendo il diritto all’aborto nel 1973 e confermandolo nel 1992 con la sentenza Planned Parenthood v. Casey. Inoltre, sostenendo che la libertà menzionata nella clausola del “due process” include anche il diritto di sposarsi, nel 2015 i giudici hanno riconosciuto alle coppie dello stesso sesso il diritto di contrarre matrimonio.

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[1] I primi dieci emendamenti alla Costituzione.

[2] Barron v. Baltimore, 7 Peters 234 (1883).

[3] La cosiddetta “Necessary and Proper Clause”.

[4] www.archives.gov/founding-docs/constitution-transcript#toc-section-8

[5] wiki/Child_Labor_Amendment

[6] McClocksey, Robert, The American Supreme Court, The University Chicago Press, Chicago and London, 2016, p. 77.

[7] Sandel, Michael, Democracy’s Discontent. America in Search of a Public Philosophy, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, 1996, p. 97.

[8] Roe v. Wade, 410 U.S. 113 (1973).


Crediti immagine: da Erich Salomon, [Public Domain], attraverso wikimedia.com


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Scritto da
Paolo Cappelletto

Nato nel 1995, ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Filosofiche presso l’Università degli Studi di Padova e ha partecipato a programmi di scambio con l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e la Boston University. Si interessa di politica americana.

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