L’Iran di domani. Intervista a Simone Zoppellaro

Iran

Il 2016 sarà probabilmente l’anno del riavvicinamento tra l’Iran e le potenze occidentali. Se molta attenzione è stata finora prestata all’analisi delle relazioni esterne iraniane, le dinamiche di politica interna sono rimaste spesso in ombra. Ora che lo scenario mondiale vede un’evoluzione della posizione geopolitica di Teheran, proprio su queste dinamiche è interessante tornare per capire, partendo da che paese è oggi l’Iran, che paese potrà diventare. Studioso del paese da anni, Simone Zoppellaro ha vissuto in Iran e scrive per East Journal e Osservatorio Balcani e Caucaso: un intelocutore adatto per abbozzare questa analisi.


È possibile parlare di democrazia in Iran? Se sì, entro che limiti e di che tipo di democrazia si tratta?

In Iran c’è un sistema di potere estremamente complesso, è il frutto di un’evoluzione storica davvero particolare. Parlare di democrazia è possibile, anche se gli spazi in cui questa esiste sono limitati. E questo a causa di diversi fattori, che tendono a soffocarla, senza mai riuscirvi del tutto: potere religioso, oligarchi e paramilitari, innazitutto. Non è vero, o è perlomeno molto riduzionista, sostenere come dicono in molti che in Iran la legge equivale alla shari‘a. Personalmente rinuncerei anche a definirla come una teocrazia. In Iran ci sono un parlamento, delle elezioni, una costituzione e un codice civile, tradotto in italiano recentemente. Tutto questo, ovviamente, la shari‘a non lo contempla. L’ayatollah Khomeini ha rimodellato in senso politico la tradizione religiosa del paese. In questo fu un innovatore, non un conservatore. Certamente, la religione ha comunque un ruolo importante nella vita di moltissime persone e nell’assetto di potere, grazie al peso esercitato dalla gerarchia sciita. In Iran il gruppo di oligarchi è molto influente: in alcuni casi sono parvenu, in altri, invece, sono famiglie che sono riuscite a mantenere intatto il loro potere nel passaggio fra l’epoca Pahlavi e la Repubblica Islamica [1979, ndr]. Ci sono poi gruppi di paramilitari, nati durante la guerra con l’Iraq e in seguito impegnati soprattutto per la repressione interna, che durante l’epoca di Ahmadinejad hanno conosciuto un’importante ascesa economica. Tutti questi blocchi, che si suddividono e si ricompongono ulteriormente in gruppi e fazioni di potere, anche piuttosto mobili, finiscono per determinare molte delle scelte fondamentali nella politica del paese. L’Iran ha, inoltre, anche una società civile estremamente viva e combattiva, che è sempre riuscita a mantenere un spazio per operare e farsi sentire, anche a rischio del carcere o della propria vita. Vi è poi, grazie anche all’opera di un grande pensatore come ‘Ali Shari‘ati, un’influenza del socialismo nella Repubblica islamica, visibile ancora oggi, anche se meno di un tempo, sia nell’assetto economico che nelle politiche sociali. Accantonato il fervore rivoluzionario dei primi anni del khomeninismo, l’Iran di oggi è un compromesso per molti versi soprendente fra questi indirizzi e forze. Un esperimento politico originale, anche se difficilmente esportabile, in quanto troppo radicato nell’Iran e nella sua storia. In termini ideologici, lo si potrebbe considerare come una forma di nazionalismo compiuta, che ha rimpiazzato il culto dell’Iran preislamico e dei suoi fasti lontani, promosso all’epoca dello Scià, con l’islam sciita, molto più sentito dalla popolazione.

Ci sono differenze effettive, se alle elezioni vincono i conservatori o se vincono i riformisti?

La vittoria dei cosiddetti riformisti ha portato, sia oggi con Rouhani, che soprattutto all’epoca della presidenza di Khatami, a far affiorare le contraddizioni esistenti fra le diverse forze di cui parlavo prima, creando attriti e conflitti rimasti più in ombra sotto i conservatori, con Ahmadinejad ad esempio. La recente opposizione interna all’accordo sul nucleare è una buona testimonianza di questo perenne braccio di ferro tra conservatori e riformisti. Globalmente, la dialettica con i conservatori, i paramilitari e gli oligarchi è una spina nel fianco per i governi progressisti e ha creato diversi problemi anche a Rouhani e a questa amministrazione. Quando i conservatori sono al potere, questo scontro si narcotizza, la gestione del potere si mantiene più compatta. Le differenze non emergono solo a livello prettamente politico: un cambiamento nell’orientamento di governo determina una serie di conseguenze importanti nella vita pubblica. Intere carriere, ad esempio all’interno del mondo universitario, vengono determinate dalle nuove elezioni. L’epoca Khatami, con tutte le sue contraddizioni, ha provocato una serie di mutamenti sociali e di costume epocali. Ma a tirare le fila e ad avere l’ultima parola non sono certo i governi eletti.

Ti riferisci alla guida suprema?

Sì, in tutto questo la guida suprema, l’ayatollah Khamenei, mantiene un ruolo apparentemente super partes, ponendosi come mediatore nelle contraddizioni e negli scontri che si presentano. Il suo potere – ereditato dall’ayatollah Khomeini, suo predecessore – è enorme, e sono pochissimi i casi in cui la sua figura viene messa in discussione pubblicamente. Anche a livello internazionale, come si è visto nella sua forte presa di posizione dopo i fatti di Parigi, gode di un’autorevolezza che non è comparabile a nessun altro ufficiale iraniano. Tutte le decisioni fondamentali passano da lui, assai più che dal presidente e dal suo governo. È questo forse il limite più evidente del sistema iraniano.

E in questa dinamica com’è la situazione della stampa iraniana?

Non buona, come quella dei diritti umani in generale. Se ne parla meno di un tempo – e questo è già significativo – ma in Iran continuano come e più di prima le esecuzioni capitali e le incarcerazioni di attivisti e intellettuali. E questo nonostante le buone intenzioni professate da Rouhani e dal suo governo. Semplicemente, questo tipo di decisioni non sono loro a prenderle, e vengono anzi usate talvolta per colpirli, per mettere pressione sugli organi di governo. Comunque sia, non dobbiamo dimenticare la differenza profonda che esiste fra l’Iran e i paesi della sponda occidentale del Golfo: gli spazi per esprimersi, e anche per esprimere il dissenso, ci sono. Molto più di quanto si pensi all’estero.

Credi che la repressione interna verrà alterata dal disgelo delle relazioni internazionali?

Forse esattamente l’opposto. Il rischio concreto di operazioni come il riavvicinamento con l’Iran è quello che si decida, anche solo implicitamente, di barattare gli affari e la politica per i diritti umani, sui quali inizia a calare il silenzio nei nostri media. L’Iran di domani non sarà necessariamente un paese più giusto perché aperto all’Occidente. C’è anzi il rischio di un’involuzione repressiva dovuta alla diminuzione della pressione operata dalla stampa e dalle organizzazioni internazionali. Le cifre delle esecuzioni avvenute quest’anno sul suolo iraniano vanno in questo senso [2227 condanne a morte da quando Rouhani è al potere, ndr], purtroppo.

Come ne esce questo processo di riavvicinamento tra Teheran e potenze occidentali da questo gennaio così travagliato?

Ne esce bene, nonostante siano in molti a remare contro. E ne esce bene anche l’Italia, che in questa occasione sta giocando un ruolo di primo piano, sia in termini politici che economici. Proprio in questi giorni il presidente Rouhani è a Roma, e si tratta di un passo importante. Si tende spesso, mi pare, a leggere questo riavvicinamento in termini politici. Certo, si tratta di un cambiamento importante, che ha ed avrà conseguenze che vanno ben oltre i semplici assetti di potere nella regione. Eppure, non meno rilevante è la questione economica. A fare pressione per un’apertura con l’Iran sono state anche le potenze economiche e finanziarie, ben consapevoli del potenziale di un paese come questo [77 milioni di abitanti, ndr], e non soltanto la politica internazionale. Qui sta secondo me la chiave per comprendere il mutamento in corso. Credo che questo mutamento non significhi che l’Iran diventerà il nuovo alleato degli Stati Uniti, soppiantando Israele o i sauditi. Questo non è immaginabile. Semplicemente, gli USA e l’Europa assumeranno un ruolo più distaccato nei confronti della regione, anche per quel che riguarda gli affari e il commercio.

Proprio coi sauditi sembra che da questo gennaio si stia rinfocolando lo scontro.

Sì, è vero, ma è un conflitto che dura da molto tempo. Era già presente, ad esempio, nella guerra fra Iran e Iraq, dove i sauditi supportavano Saddam. Ora la situazione si è acutizzata, a causa della crescente influenza dell’Iran nella regione, ma anche della crisi interna, politica ed economica, che sta mettendo a serio rischio la stabilità dell’Arabia Saudita. Uno scontro inevitabile, da cui l’Arabia Saudita sta uscendo piuttosto malandata, anche per quel che riguarda la sua credibilità internazionale.

È lo scontro sciiti-sunniti? Che rilevanza ha la religione?

La religione è importante come collante ideologico, ma non è certo il punto. La motivazione base, come sempre, sono il potere e i soldi. La religione viene utilizzata da questi paesi, anche se in modo diverso, per definire la propria identità e giustificare un potere non liberale. Ha poi un ruolo importante nella politica estera, dove la si utilizza spesso per determinare delle vere e proprie sfere di influenza nella regione. Ma il fattore religioso non va sopravvalutato: i paragoni con le lotte fra sunniti e sciiti avvenute nel medioevo islamico, che si leggono a volte nei giornali, lasciano il tempo che trovano.


Foto: nima; hopographer (licenza CC BY-ND 2.0)


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Nasce in Valtellina, studia Comunicazione a Bologna, dove conosce la semiotica. Va poi a Torino, laurea magistrale in Scienze Internazionali. Adesso è a Sarajevo per una ricerca sul campo. Oltre a Pandora, scrive per East Journal, Il Caffè Geopolitico e Cafébabel.

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