L’Italia nel rapporto annuale Istat 2017

Istat

A partire dalla sua presentazione il 17 Maggio, il rapporto Istat ha catturato molte attenzioni. I dati emersi dal rapporto sono indiscutibilmente importanti, poiché restituiscono la fotografia di un’Italia in difficoltà: crescita delle diseguaglianze, il maggior numero di giovani Neet (giovani tra i 15 e 29 anni che non lavorano e non studiano) in Europa, deprivazione materiale in aumento, aumento dei lavoratori sovraistruiti, unitamente ad una crescita dell’occupazione a bassa qualifica, crisi dell’appartenenza sociale e apparente fine della classe operaia. Sono solo alcuni dei dati che sono circolati sui media andando a formare la base del dibattito pubblico nazionale.

Elencare descrittivamente questi dati sarebbe pressoché inutile, chiunque può infatti consultare il documento originale sul sito dell’Istat; quello che si cercherà di fare in questa sede sarà provare a vedere questi numeri alla luce di problemi e tematiche più generali. Nello specifico, è opinione di chi scrive che questo rapporto imponga una profonda riflessione sullo stato del capitalismo italiano, una riflessione che deve prendere in considerazione cosa debba essere abbandonato e cosa vada invece difeso.  Ad ogni modo, dal rapporto Istat 2017 emergono tanti elementi, da non leggere solo come buone o cattive notizie, ma che devono essere soppesati molto cautamente, ricordandosi che sfide e opportunità hanno molto spesso una natura ambivalente a seconda di come vengono accolte. È naturalmente impossibile riportarli tutti in un solo articolo, di conseguenza verranno segnalati i dati ritenuti più interessanti.

Istat 2017: produttività delle imprese

In un’intervista rilasciata a Pandora qualche mese fa (intervista-giuseppe-berta), Giuseppe Berta affermava che il nucleo dell’industria italiana fosse composto soprattutto dalle medie imprese esportatrici del Centro-Nord. Per Berta la grande industria avrebbe ormai fatto il suo tempo in Italia, ma nonostante l’ottima performance, le PMI non sono riuscite a guidare lo sviluppo economico italiano. Secondo lo storico servirebbero nuove condizioni per far ripartire l’economia italiana, fra cui il lancio di un nuovo gruppo di grandi imprese, nei cui confronti si mantiene comunque scettico poiché il contesto italiano non darebbe incentivi al consolidamento di questi attori.

Questo è sicuramente un importante interrogativo: qual è il nucleo imprenditoriale su cui l’Italia deve puntare? Bisogna dire addio alla grande industria manifatturiera, al triangolo Genova-Milano-Torino, e abbracciare definitivamente il modello Nec, formato dalle PMI del Nord-Est e del Centro Italia? Oppure bisogna puntare su altre soluzioni? Il rapporto Istat 2017 fornisce dati interessanti al riguardo. Il rapporto dedica una parte del primo capitolo alla misurazione della Total Factor Productivity (Tpf), partendo dall’ipotesi per cui, riprendendo Krugman, “la produttività non è tutto, ma nel lungo periodo è quasi tutto”. L’analisi della Tpf tiene conto della produttività del lavoro, del capitale e anche della capacità di innovazione e di gestione aziendale, che “portano a produrre di più a parità di risorse impiegate”. Il rapporto scompone la Tpf in più componenti, il cui andamento influenza la dinamica aggregata: l’efficienza tecnica e il cambiamento tecnologico. L’efficienza tecnica indica “la capacità delle unità produttive di generare valore aggiunto data la propria dotazione di fattori di produzione”. È sostanzialmente la componente legata alle strategie imprenditoriali e può essere a sua volta scomposta in tre fattori:

  1. Dinamica dell’efficienza delle imprese persistenti. È l’effetto non ponderato legato alla variazione dell’efficienza delle singole unità produttive presenti in tutto il periodo di osservazione.
  2. Effetto allocativo. Misura l’entità con cui la forza lavoro viene allocata nelle imprese caratterizzate da buone performance.
  3. Effetto demografico. È la differenza fra gli andamenti dell’efficienza delle imprese che entrano nel mercato e di quelle che ne escono.

Il cambiamento tecnologico è invece l’evoluzione della tecnologia produttiva ed è stato calcolato come residuo fra la dinamica della Tfp e dell’efficienza tecnica. Relativamente alla dimensione dell’impresa[1] si osserva una dinamica della Tfp debolmente positiva per le microimprese (+ 0,9%), che però è più forte per le piccole e medie unità produttive (rispettivamente +4,4% e +5%), mentre per le grandi imprese ha conosciuto un calo lieve (-0,7%). Tuttavia, osservando la Tfp tramite le sue componenti microeconomiche emergono delle tendenze molto interessanti: si nota soprattutto che il cambiamento tecnologico è quello che ha maggiormente contribuito nel sostenere la Tfp per le unità produttive piccole e medie (+7,3% e +10,3%), mentre ha fornito un contributo negativo per le micro ma soprattutto per le grandi imprese, registrando un calo del 6,9%. Tuttavia, per come è stato calcolato, un dato simile sul cambiamento tecnologico implica che le grandi imprese devono aver mostrato buoni risultati per quanto riguarda l’efficienza tecnica e, in effetti, così è stato. L’efficienza tecnica mostra risultati positivi per microimprese e grandi imprese, per le quali registra un aumento del 6,6%, mentre per quanto riguarda le PMI registra valori negativi, più contenuti per le piccole imprese e più intensi per le medie.

In sintesi, le grandi imprese sono state più brave nel produrre valore aggiunto, data la propria dotazione di fattori, superando nettamente tutte le altre. Al buon dato dell’efficienza tecnica si accosta però un dato negativo di simile entità per quanto riguarda il progresso tecnologico, dove invece dominano le piccole e medie imprese, con le seconde a fare la parte del leone. Per cercare di dare un quadro ancora più preciso, il rapporto mostra le tre componenti dell’efficienza tecnica. Si nota quindi che l’efficienza delle imprese persistenti aumenta con la dimensione aziendale, mentre l’effetto allocativo segue un percorso inverso. Il rapporto commenta questi risultati affermando che per le PMI sia più difficile definire strategie produttive che consentano guadagni di efficienza. Per quanto riguarda l’effetto allocativo è maggiore nelle classi dimensionali inferiori per via della maggiore flessibilità strutturale che consente una migliore riallocazione delle risorse, cosa che invece non avviene nelle grandi imprese.

Come interpretare tutto ciò? Sicuramente il problema dell’imprenditorialità delle PMI, evidenziato da Berta, è presente e parrebbe confermare che le PMI, nonostante l’ottima performance soprattutto delle medie imprese, facciano fatica a guidare l’economia italiana. Allo stesso tempo però, sembra affrettato affermare che la grande impresa, e la grande industria, siano necessariamente destinate a finire. Una politica industriale lungimirante dovrebbe porsi il problema di come “estendere” il progresso tecnologico alle grandi imprese, stimolando allo stesso tempo un certo grado di flessibilità che garantisca una migliore allocazione della forza lavoro (un’ipotesi potrebbe essere quella di ripensare la flessibilità in termini di competenze). Allo stesso tempo è fondamentale risolvere il problema del deficit di imprenditorialità delle PMI, che rappresenta un importante ostacolo all’innovazione. Sarebbe quindi sbagliato guardare a questi dati come una realtà preoccupante, ma è certamente vero che per trarre vantaggio da questa realtà sarà fondamentale che la politica formuli importanti proposte capaci di liberare il potenziale innovativo delle imprese.

Continua a leggere – Pagina seguente


Indice dell’articolo

Pagina corrente: Istat 2017: produttività delle imprese

Pagina 2: Istat 2017: è scomparsa la classe operaia?

Pagina 3: Istat 2017: condizione femminile

Pagina 4: Istat 2017: ereditarietà del livello d’istruzione


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

One Comment on “L’Italia nel rapporto annuale Istat 2017

  1. Pingback: Appunti di lettura | 31. | pontidivista